PSICOLOGIA
ED EMOZIONI - LA
TECNICA DEL REBIRTHING MENTE/CORPO, EMOZIONI, RESPIRO, CATARSI, ESPRESSIONE DI
SČ |
| INTERESSANTE ED ESAURIENTE
TESI DI LAUREA SUL REBIRTHING | | | PIETRO
LARGO Psicologo, Psicoterapeuta in supervisione presso
l'associazione medica italiana per lo studio dell'ipnosi. Esperto di ipnoterapia
ericksoniana,metodo psicoterapeutico EMDR e Rebirthing transpersonale. E'
Trainer Ultramind ESP System, e Trainer PNL(society nlp). Fin
da giovanissimo si interessa al campo del benessere, praticando per vari anni
medicina tibetana, pranayama yoga e rebirthing transpersonale. Dopo
la laurea in psicologia approfondisce gli studi sulla PNL e l'ipnosi ericksoniana.
Da vari anni aiuta le persone in sessioni singole o
di gruppo a raggiungere gli obiettivi predefiniti, siano essi terapeutici, sportivi,
di sostegno nelle relazioni etc. |
| | |
Psicologo Dott. Pietro Largo
Via Etna 4/b
47042 Cesenatico (FC)
Cell. 347-4090024
indirizzo email: pietro.largo@pnlq.com
sito internet: www.pnlq.com |
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Università degli studi di Bologna
FACOLTÀ DI PSICOLOGIA Corso di laurea in psicologia Sessione
II Anno Accademico 2000-2001 PSICOLOGIA ED EMOZIONI
- LA TECNICA DEL REBIRTHING MENTE/CORPO, EMOZIONI, RESPIRO, CATARSI, ESPRESSIONE
DI SÈ Tesi di Laurea in Psicologia Clinica
Relatore: Presentata da: Chiar.ma Prof.ssa Olga Codispoti
Pietro Largo INDICE Introduzione
.p.2
Capitolo Primo Emozioni e corrispettivi psicofisiologici,
l'importanza del respiro
p.4 Capitolo
Secondo La psicologia clinica e il rapporto mente-corpo-emozioni, lo specifico
del rebirthing
.p.24
Capitolo Terzo Descrizione della tecnica del rebirthing
e sua applicazione in psicologia clinica
..p.42
Capitolo Quarto Casi clinici: articoli ed interviste
a terapeuti ed ex pazienti
.
.p.68
Capitolo Quinto Rebirthing e psicologia, prospettive
di dialogo
...p.85
Conclusioni
.
.p.100
Ringraziamenti
.p.102
Bibliografia
.
p.103
INTRODUZIONE
"Una vita senza ricerche non è degna per l'uomo di essere
vissuta" diceva Platone (Apologia di Socrate, 38a). "Noi conosciamo
la verità, non solamente con la ragione, ma anche con il cuore" (Pensieri,
479) insegna Pascal. Oggetto del presente lavoro è un metodo terapeutico
basato su una particolare tecnica di respirazione e denominato "Rebirthing",
e la sua possibile utilizzazione in ambito clinico. Lo strumento è sicuramente
nuovo in ambito accademico, cercherò quindi di esemplificarne metodo e
possibili applicazioni. Punti di riferimento importanti nella stesura di questo
studio, saranno, oltre ad una precisa bibliografia, il cammino esperienziale del
sottoscritto, che conosce e pratica la tecnica da ormai sette anni, la frequenza
di un corso didattico e l'esperienza e la collaborazione del dottor Filippo Falzoni
Gallerani. Nel primo capitolo si vuole mettere in luce, attraverso una ricerca
psicofisiologica, quanto gli studi recenti dimostrino l'importanza delle emozioni
nella nostra vita, e quanto il respiro sia coinvolto nel meccanismo delle emozioni;
il respiro infatti è la base della tecnica del rebirthing. Nel secondo
capitolo si farà un breve ma essenziale excursus su come si sia sviluppato
l'approccio mente /corpo in psicologia clinica. Nel terzo capitolo si spiegherà
dettagliatamente in cosa consiste la tecnica, il suo metodo e le sue applicazioni
in psicologia clinica, tenendo conto degli studi presenti in letteratura, attraverso
autori che praticano il rebirthing o tecniche considerate equivalenti ma denominate
diversamente. Nel quarto capitolo si vuole riportare una testimonianza concreta
del fenomeno attraverso il resoconto di vissuti esperienziali e testimonianze
dirette, compresa quella del sottoscritto, attraverso importanti autori del settore.
Riporto inoltre le interessanti testimonianze scritte dei partecipanti del corso
di formazione professionale di "Rebirthing Transpersonale" ad Asti.
Nel quinto capitolo invece si cercherà di instaurare un dialogo tra
il rebirthing e la psicologia clinica, attraverso il confronto di metodi e suggerimenti,
e attraverso il contributo esperienziale di psicoterapeuti come S.Grof e F.Falzoni
Gallerani. CAPITOLO PRIMO: EMOZIONI E CORRISPETTIVI
PSICOFISIOLOGICI, L'IMPORTANZA DEL RESPIRO La psicologia clinica
ha messo in evidenza come la salute di una persona si consolidi attraverso la
possibilità di esprimersi liberamente e l'offerta di un ampio spazio di
opportunità comunicative. In particolare è cresciuta l'attenzione
al ruolo delle emozioni e alla necessità di educare ad esprimerle, invece
che reprimerle, pena una vasta serie di disturbi "psicosomatici", provocati
dal disagio causato dall'inibizione dei processi comunicativi. Dicono Codispoti
e Clementel "L'atteggiamento clinico consiste nel sincero interesse a conoscere
e comprendere il comportamento, i bisogni, gli interessi e le preoccupazioni attuali
delle persone nella loro vita quotidiana, e, insieme, nella disponibilità
ad osservare tale comportamento in modo partecipe e, aggiungeremmo noi, 'globale',
tenendo conto cioè non solo degli aspetti disfunzionali, ma anche delle
risorse che ciascun individuo in varia misura possiede (Codispoti, Clementel,
1999). Candace B. Pert (che ha dimostrato concretamente l'esistenza dei recettori
per gli oppiacei endogeni all'inizio degli anni '70) sostiene: "Non possiamo
più attribuire alle emozioni minore validità che alla sostanza fisica
e materiale, anzi, dobbiamo considerarle segnali cellulari coinvolti nel processo
di traduzione delle informazioni in realtà fisica, che trasforma letteralmente
la mente in materia. Le emozioni nascono nel punto di congiunzione fra materia
e mente, passando dall'una all'altra in tutte e due i sensi influenzandole entrambe"
(Pert, 2000). Aggiunge Goleman: "Poiché la mente razionale ha
bisogno di più tempo rispetto alla mente emozionale per registrare le impressioni
e per reagire, il primo impulso in una situazione emozionale è dettato
dal cuore e non dal cervello. C'è anche un secondo tipo di reazione emozionale,
più lenta della risposta lampo, che cova e fermenta nei nostri pensieri
prima di portare ad un sentimento. Questa seconda via è più deliberata
e in genere siamo consapevoli dei pensieri che ci guidano verso di essa. In questo
tipo di reazione emotiva, la valutazione è più ampia; i nostri pensieri,
l'elemento cognitivo, giocano un ruolo chiave nel determinare quali emozioni verranno
suscitate. Una volta formulata una valutazione, 'questo tassista mi sta imbrogliando'
o 'questo bimbo è adorabile', segue una propria risposta emozionale. In
questa sequenza più lenta, un pensiero più articolato precede il
sentimento. Emozioni più complesse, come l'imbarazzo o l'apprensione per
un esame imminente, seguono una strada più lenta, impiegando secondi o
minuti prima di svilupparsi: sono queste le emozioni che derivano dai pensieri"
(Goleman, 1996). Le emozioni, che guidano costantemente la nostra vita, sono
strettamente connesse a molte funzioni psicofisiologiche. In questo studio voglio
evidenziare il collegamento profondo e significativo tra le emozioni e la respirazione,
e l'interesse che questo collegamento può suscitare negli studi psicologia
clinica. Come afferma Lowen, sostenitore dell' "analisi bioenergetica":
"La respirazione ha un legame diretto con lo stato di eccitazione del corpo.
Se siamo rilassati e calmi, respiriamo adagio e senza sforzo. Negli stati di profonda
emozione la respirazione diventa più rapida e intensa. Se abbiamo paura,
ispiriamo a scatti e tratteniamo il respiro. Se siamo tesi, la respirazione è
poco profonda. È vero anche il contrario: ispirando profondamente favoriamo
il rilassamento del corpo" (Lowen, 1991). Una corretta attività
respiratoria è quindi indispensabile per una soddisfacente qualità
della vita del nostro organismo. Molti modi di dire quotidiani cercano di
ricordarci quanto appena detto: parliamo di "fiato sospeso", "sospiro
di sollievo", ci sentiamo soffocare, ispiriamo fiducia, temiamo una cospirazione.
Inoltre sappiamo che paura, pianto, gioia, rabbia, hanno componenti emotive e
respiratorie inseparabili. Lo psicoterapeuta G. Downing afferma: "
Il
sistema respiratorio è strettamente connesso con gli stati affettivi. Basta
che cambi la condizione immediata delle nostre emozioni, che cambi solo la minima
sfumatura, perché il respiro prenda a vibrare, a dilatarsi, a esitare,
o a rispondere in qualche altro modo. Non c'è nient'altro in noi che reagisca
in una forma così minuziosamente calibrata. E siccome gli stati affettivi
sono un modo di scoprire l'ambiente circostante, le informazioni che la respirazione
ci fornisce possono essere cruciali. Mentre gli affetti leggono il mondo, il respiro
legge gli affetti" (Downing, 1995). Prima di tutto, quindi, credo sia
utile precisare cosa intendiamo con il termine "respirazione". La
respirazione è una delle funzioni fondamentali di tutti gli organismi viventi
che, mediante assunzione di ossigeno dall'ambiente esterno, consente la liberazione,
dalle sostanze nutritizie, dell'energia necessaria ai processi vitali. Per chiarire
ancora meglio l'argomento riporto qui di seguito la trascrizione di un'intervista
a Gianluigi Bonessa, psicoterapeuta in analisi bioenergetica (Bonessa, 2000).
La respirazione rappresenta l'insieme dei processi che assicurano l'apporto
di ossigeno alle cellule dell'organismo (id.) Questi comprendono: - l'immissione
dell'aria ambiente all'interno dei polmoni tramite l'atto inspiratorio; - il
passaggio dell'ossigeno dagli alveoli polmonari al sangue; - il trasporto
dell'ossigeno, tramite il torrente circolatorio, fino ai tessuti dell'organismo; -
l'utilizzazione dell'ossigeno per lo svolgimento dei processi metabolici da parte
delle strutture cellulari e la produzione d'anidride carbonica ed acqua quale
risultato finale di questi processi; - il passaggio dell'anidride carbonica
nel sangue ed il suo trasporto fino ai polmoni; - la diffusione dell'anidride
carbonica dal sangue negli alveoli polmonari; - l'emissione del gas verso l'ambiente
esterno attraverso l'atto espiratorio. Avremo quindi una "respirazione
esterna" ed una "respirazione interna o cellulare". Comunemente
parlando, per "respirazione" s'intende il ciclico alternarsi delle fasi
del respiro: inspirazione ed espirazione. Il meccanismo fisiologico del respiro
si attua con la contrazione dei muscoli respiratori volontari e con il ritorno
elastico del complesso polmoni-cassa toracica. I muscoli respiratori volontari
sono principalmente inspiratori. Con la loro azione determinano un innalzamento
della gabbia toracica, provocando quindi la diminuzione della pressione all'interno
degli alveoli polmonari, con il risultato che l'aria viene aspirata all'interno
degli alveoli stessi attraverso le vie aeree superiori. I più importanti
muscoli inspiratori sono: -innanzitutto il diaframma, estesa lamina muscolo-tendinea
curva a concavità inferiore, che chiude in basso la cavità toracica
e che, in virtù della sua contrazione, si sposta verso il basso appiattendosi
e determinando l'ampliamento della gabbia toracica; - i muscoli intercostali
esterni; - i muscoli sternocleidomasteoidei; - i muscoli vertebrali. I
muscoli espiratori svolgono un'azione di minore importanza rispetto agli antagonisti,
in quanto l'espirazione è soprattutto fenomeno passivo dovuta al ritorno
elastico del complesso gabbia toracica-polmoni dopo il rilasciamento dei muscoli
inspiratori. È comunque possibile una espirazione forzata con l'intervento
dei muscoli espiratori che sono: -i muscoli intercostali interni la cui contrazione
abbassa le costole; -i muscoli addominali che contraendosi aumentano la pressione
intra-addominale spostando in alto il diaframma e abbassando la gabbia costale,
riducendo di conseguenza il volume del torace. La regolazione del ritmo respiratorio
avviene fisiologicamente ad opera del centro respiratorio ubicato nella sostanza
reticolare del tronco encefalico, dove due gruppi neuronali, uno inspiratorio
e l'altro espiratorio mantengono l'automatico modello ritmico circolare di attivazione
ed inibizione. Quest'automatismo è modificato da vari impulsi afferenti
al centro respiratorio. Abbiamo visto come lo scopo fondamentale e primario
della respirazione sia l'acquisizione dell'ossigeno; questo è il meccanismo
più importante per gli esseri viventi, tanto che nelle procedure da seguire
nel primo soccorso all'infortunato grave viene insegnata la fondamentale regola
dell'"ABC", dove i primi due passi da eseguire in ordine cronologico
riguardano la respirazione (A = air, assicurarsi della pervietà delle vie
aeree; B = breath, ristabilire la ventilazione, qualora non fosse presente quella
spontanea, anche con mezzi meccanici od esterni) e solo dopo questi ci si preoccuperà
di ristabilire la circolazione sanguigna eventualmente con massaggio cardiaco
esterno (C = circulation). Consideriamo inoltre che a differenza di tutti
gli altri processi essenziali per lo svolgimento della vita (battito cardiaco,
mantenimento della pressione circolatoria, funzione escretoria renale, funzione
digestiva e di assorbimento intestinale, funzione metabolica, epatica, etc.) la
respirazione è un'attività semi-automatica, semi-volontaria: normalmente
avviene senza partecipazione cosciente ed in modo autonomo ma possiamo intervenire
con un'azione volontaria e cosciente per modificare la frequenza, il ritmo, la
profondità e addirittura sospendere completamente il respiro, ovviamente
fino ad un certo punto, non è infatti possibile arrestare il respiro volontariamente
fino alla morte per anossia (Bonessa, 2000). Il sangue e i vasi sanguigni
dell'apparato circolatorio sono i vitali sistemi di trasporto dell'organismo.
Tra gli organi dell'apparato circolatorio, l'aorta e la vena cava hanno ruoli
fondamentali. Infatti provvedono a portare le sostanze nutritive a tutte le parti
del corpo e ad asportare i rifiuti. Le funzioni di questi organi non debbono ristagnare
neppure per un breve periodo. Quando il sangue non circola appropriatamente, i
muscoli, le ossa, le cellule e gli organi non ricevono più il rifornimento
d'ossigeno e di risorse energetiche di cui hanno bisogno per continuare a funzionare.
Dobbiamo tenere presente, inoltre, che una circolazione inadeguata del sangue
può privare anche un organo importante come il cervello e le sue cellule
dell'ossigeno e di sostanze nutritive fresche. Dice Nakamura: "Gli esercizi
respiratori favoriscono la circolazione del sangue, prevengono l'accumularsi del
colesterolo e ritardano l'instaurarsi di gravi malattie come l'arteriosclerosi
e la trombosi. I continui esercizi respiratori promuovono inoltre le funzioni
dei globuli bianchi e rossi
Se i capillari si dilatano, un maggior volume
di sangue fresco, ricco di risorse nutritive, viene fornito ad ogni parte del
corpo. Questo facilita il metabolismo. I respiri lunghi e profondi permettono
la dilatazione dei vasi sanguigni e rafforzano l'espansione e la dilatazione dei
capillari. Questi risultati sono chiaramente riconosciuti dalla medicina, tanto
occidentale quanto orientale, come conseguenze benefiche degli esercizi respiratori"
(Nakamura, 1984). Detto questo, possiamo di nuovo affermare che le alterazioni
del ritmo e dell'intensità della respirazione sono fortemente connesse
alle emozioni: la gioia e l'eccitazione rendono il respiro più profondo
e rapido, mentre la paura e il panico generano accelerazioni e spasmi che possono
indurre anche un blocco respiratorio. Il respiro interagisce a tal punto con
le nostre emozioni che potremmo tracciare un intero elenco di modi di respirare,
collegati a particolari stati emotivi ed emozionali: "sospirare" esprime
tristezza, melanconia; "ansimare" è sintomo d'ansia o di eccitazione;
il senso di soffocamento è collegato all'angoscia; "sbadigliare"
esprime stanchezza o noia; "singhiozzare" esprime disperazione; "balbettare"
è sintomo di imbarazzo; una respirazione regolare invece si accompagna
di solito a uno stato di calma. David Boadella individua tre diversi tipi
di respirazione: "La respirazione muscolare è caratterizzata da una
rigidità nella parte superiore del dorso e del collo, come se la persona
si stesse continuamente trattenendo, con una tendenza verso la iperespansione
del torace, come se non si volesse lasciar uscire, e infine un ritmo rigido e
costante del respiro dissociato dai sentimenti, come se la persona evitasse di
emozionarsi. Tutti questi segni corrispondono al rifiuto rigido di lasciarsi sopraffare
dai sentimenti, cioè la determinazione a non perdere il controllo.
La respirazione intestinale si ha quando la parete intestinale funziona in modo
anormale. Invece di rilassarsi ed espandersi durante l'inspirazione essa si indurisce
formando una massa compatta. L'espirazione può sciogliere questa contrazione
solo in parte; perciò questa massa rimane. Tale caratteristica è
tipica dell'individuo masochista che tenta di eliminare sensazioni intestinali
dolorose comprimendo l'addome e, invece, paradossalmente riproduce il dolore ristabilendo
la forte tensione muscolare. La respirazione uterina indica che la persona
fa movimenti respiratori impercettibili come se temesse di sentire i suoi stessi
suoni e movimenti. Questa caratteristica si adatta alla struttura caratteriale
dello schizoide basata sul convincimento di non aver diritto di esistere. In altri
termini, c'è un'inibizione dei movimenti respiratori verso il mondo e questi
movimenti sono sostituiti da una inibizione globale che richiama l'immobilità
del feto. Si ritiene che frenare i movimenti respiratori in modo così continuo
indichi il timore di far entrare dentro di sé l'altro (il mondo) attraverso
la respirazione e un desiderio di ritornare al tranquillo mondo dell'utero"
(Boadella, Liss, 1986). Il respiro, quindi, accompagna e, al tempo stesso,
fa parte delle nostre emozioni. Rendersene conto può essere di aiuto per
comprendersi meglio, per essere più consapevoli dei nostri stati d'animo
e delle ragioni che li innescano. Respiro ed emozioni sono componenti inseparabili.
Dopo aver detto del respiro, proviamo a definire cosa è un'emozione. Naturalmente,
non essendo una grandezza fisica, come il peso o l'aria di una superficie, è
difficile definire e classificare in termini oggettivi cosa sia realmente un'emozione,
anche perché si corre rischio di esprimere dei giudizi di valore che non
si richiamano tanto alla scienza, quanto all'esperienza personale dello psicologo
e dei valori culturali cui egli fa riferimento. Forse è per questo motivo
che nella storia della psicologia esistono numerose teorie dell'emozione e altrettanti
tipi di classificazione. Le emozioni umane sono state oggetto di interesse
e di studio sin dall'antichità: in particolare ci si è sempre chiesti
se le emozioni fossero innate o acquisite, o fossero da considerare insignificanti
interferenze al normale fluire dei processi di pensiero o dei processi funzionali
alla vita stessa dell'essere umano. Con Charles Darwin, verso la fine del
secolo scorso, gli stati emotivi cominciarono a essere valutati in chiave scientifica
e studiati in relazione al processo di evoluzione e di sopravvivenza della specie.
Nel suo libro L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali, (Darwin,
1962) egli sosteneva che le emozioni avessero avuto un importante ruolo nell'adattamento,
fungendo da campanelli di allarme in vista di possibili pericoli. Le emozioni
erano, infatti, un importante segnale di comunicazione all'interno di ogni specie:
le espressioni emotive prodotte da un singolo individuo aumentavano le possibilità
di sopravvivenza dell'intero suo gruppo. Paul Eckman (cit. in Goleman, 1996)
ha raccolto una grande quantità di dati sulle proprietà comunicative
delle espressioni facciali, che sono identificate in modo simile anche all'interno
di culture molto diverse. Per esempio anche in un gruppo della Nuova Guinea, di
cultura primitiva, le espressioni facciali relative a particolari emozioni somigliavano
molto a quelle delle società più avanzate. Ciò accade in
particolare per l'emozione della rabbia, del disgusto, della felicità,
della tristezza, della paura e della sorpresa, che sembrano universalmente espresse
allo stesso modo, probabilmente perché biologicamente più primitive
e dunque universali. Alcune differenze sono state riscontrate riguardo all'intensità
dell'espressione mostrata o ai tentativi di dissimulazione appresi per via culturale.
Un concetto su cui di solito gli psicologi concordano, è che le emozioni
possono essere distinte innanzitutto in emozioni positive (felicità, amore,
gioia, interesse, etc.) e negative (tristezza, collera, paura, ansia, depressione,
noia, disgusto, etc.), Boadella precisa: "Proprio come i due movimenti fondamentali
dell'organismo vivente sono di avvicinamento al piacere (nutrizione, carezze,
protezione) e di allontanamento dal dolore (stimoli dannosi, stimoli eccessivi,
pericoli), così le nostre emozioni fondamentali registrano le stesse due
tendenze opposte, preferenza e avversione" (Boadella, Liss, 1986). Sappiamo
ormai in ogni caso che anche le emozioni "negative" hanno una loro funzionalità,
e quindi è molto importante non reprimerle ma saperle esprimere soprattutto
se in un contesto adeguato, altrimenti ci può essere l'insorgere di diversi
disturbi. Dice a questo proposito Alexander Lowen: "La desensibilizzazione
di una parte del corpo ha un effetto sul suo funzionamento generale. Ogni zona
che diviene desensibilizzata riduce la vitalità dell'intero organismo.
Limita, in una certa misura, la motilità naturale del corpo e agisce come
elemento limitante nei confronti della funzione della respirazione. In tal modo
fa diminuire il livello energetico dell'organismo e indebolisce tutta la formazione
degli impulsi. In situazioni nelle quali l'espressione di un impulso potrebbe
evocare una minaccia da parte dell'ambiente nei confronti del bambino, questi
cercherà consapevolmente di reprimere tale impulso. Otterrà questo
facendo diminuire la propria motilità e limitando la propria respirazione.
Non muovendosi e trattenendo il respiro si possono smorzare il desiderio e le
sensazioni. Infatti, in una disperata manovra per sopravvivere, si intorpidisce
il corpo intero. Se questa desensibilizzazione si spinge piuttosto in là,
dà luogo alla personalità schizoide
" (Lowen, 1980). Anche
Boadella precisa "Come l'attività motoria nella lotta o nella fuga
scarica le emozioni di rabbia e di paura e ristabilisce un funzionamento piacevole,
così il pianto è per l'uomo una valvola di sfogo naturale per l'emozione
della tristezza. Si è osservato saggiamente che non dare sfogo alle lacrime
in situazione di perdita impedisce il ritorno all'attività piacevole (Boadella,
Liss, 1986). Le emozioni inoltre possono essere classificate in "primarie",
o non riducibili, come la "paura", e "secondarie", come la
"vergogna", infatti per descrivere quest'ultima bisogna ricorrere a
"paura", "dispiacere", mentre non c'è bisogno di "vergogna"
per descrivere la paura (Battacchi, Codispoti, 1992). Possiamo identificarne inoltre
alcune componenti fondamentali: risposte fisiologiche, e in particolare quelle
prodotte dall'attivazione dei sistemi nervoso autonomo, endocrino e immunitario,
che sono parzialmente percepibili dal soggetto e dall'osservatore, risposte tonico-posturali
(tensione, rilassamento), risposte comportamentali (scappare, aggredire) o uno
stato di prontezza a metterli in atto, risposte espressive, in particolare interessanti
la mimica facciale, ma anche la tonalità o la modulazione della voce, e
infine esperienza emotiva o feeling (id., 1992). Inoltre gli esperti distinguono
fra emozione, umore e temperamento, in cui l'emozione sarebbe la più transitoria
e chiaramente identificabile in rapporto alla causa che la scatena, mentre l'umore
si prolunga per ore o giorni interi ed è meno facile da riconoscere, e
il temperamento sarebbe fondato su fattori genetici, per cui in genere dobbiamo
tenercelo per tutta vita (anche se certamente alcune modificazioni sono sempre
possibili). Ogni emozione ha un ruolo unico, come spiega bene Daniel Goleman:
"Quando siamo in collera, il sangue affluisce alle mani e questo rende più
facile afferrare un'arma o sferrare un pugno all'avversario, la frequenza cardiaca
aumenta e una scarica di ormoni fra i quali l'adrenalina, genera un impulso di
energia abbastanza forte da permettere un'azione vigorosa. Se abbiamo paura, il
sangue fluisce verso i grandi muscoli scheletrici, ad esempio quelli delle gambe,
rendendo così più facile la fuga e al tempo stesso facendo impallidire
il volto, momentaneamente meno irrorato
Nella felicità, uno dei principali
cambiamenti biologici sta nella maggior attività di un centro cerebrale
che inibisce i sentimenti negativi e aumenta la disponibilità di energia,
insieme all'inibizione di centri che generano pensieri angosciosi
L'amore,
i sentimenti di tenerezza e la soddisfazione sessuale comportano il risveglio
del sistema parasimpatico; in altre parole, si tratta della mobilitazione opposta
a quella che abbiamo visto nella reazione di "combattimento o fuga"
tipica della paura e della collera
Nella sorpresa il sollevamento delle sopracciglia
consente di avere una visuale più ampia e di far arrivare più luce
sulla retina
In tutto il mondo l'espressione di disgusto è la stessa,
e invia il medesimo messaggio: qualcosa offende il gusto o l'olfatto, anche metaforicamente
La
tristezza ha la funzione fondamentale di farci adeguare a una perdita significativa,
ad esempio una grande delusione o la morte di qualcuno che ci era particolarmente
vicino
essa comporta una caduta di energia ed entusiasmo verso le attività
della vita
La chiusura in sé stessi che accompagna la tristezza ci
dà l'opportunità di elaborare il lutto per una perdita o per una
speranza frustrata, di comprendere le conseguenze di tali eventi nella nostra
vita e, quando le energie ritornano, di essere pronti per nuovi progetti. Può
darsi che un tempo questa caduta di energia servisse a tener i primi esseri umani
vicino ai loro rifugi (e quindi al sicuro) quando erano tristi e perciò
più vulnerabili (Goleman, 1996). Anche F. Perls ribadisce l'importanza
delle emozioni e il loro collegamento con il corpo: "In effetti, benché
la psichiatria moderna tratti le emozioni come un sovrappiù fastidioso
da dover scaricare, esse sono in realtà il nocciolo stesso della nostra
vita. Possiamo teorizzare e interpretare le emozioni come vogliamo, ma è
uno spreco di tempo. Infatti le emozioni sono il linguaggio stesso dell'organismo;
modificano l'eccitazione basilare a seconda della situazione da affrontare. L'eccitazione
viene trasformata in emozioni specifiche, e le emozioni vengono trasformate in
azioni sensoriali e motorie. Le emozioni producono le cariche energetiche e mobilitano
i modi e mezzi per soddisfare i bisogni (Perls, 1977). La più antica
teoria sulle emozioni, da un punto di vista psicofisiologico, è quella
di William James e F. A. Lange, due psicologi che, indipendentemente l'uno dall'altro,
la formularono alla fine del 1800. Questi autori ipotizzarono che l'emozione fosse
la percezione delle variazioni somatiche provocate da stimoli particolari. L'emozione,
dunque, dipenderebbe dall'esperienza dei cambiamenti fisiologici che si verificano
in seguito a un impulso esterno: quando percepiamo questo stimolo, subiamo delle
alterazioni periferiche nel nostro organismo, che hanno un effetto di ritorno
sulla nostra psiche.In pratica se piangiamo non è perché siamo tristi,
ma siamo tristi perché piangiamo. La teoria non sopravvisse però
alle critiche ed agli accertamenti sperimentali. Nel 1927 Cannon e Bard (cit.
in Anolli ed al., 1996) assegnarono al sistema nervoso centrale un ruolo fondamentale
nel meccanismo dell'emozione, secondo questi, invece, le modificazioni viscerali
non sono rilevanti ai fini dell'esperienza emotiva, ma servono a preparare l'organismo
ad affrontare la situazione di emergenza che ha innescato la risposta emozionale.
Questo fu confermato soprattutto dal fatto che animali cui erano separati chirurgicamente
i visceri dal sistema nervoso centrale potessero lo stesso continuare a produrre
risposte emozionali. Stanley Schachter (id., 1996) negli anni '60 suggerì
invece che gli individui interpretano l'attivazione fisiologica in rapporto agli
stimoli che la suscitano, alle situazioni ambientali e ai loro stati cognitivi.
Secondo tale ipotesi, un'emozione dunque non è inesorabilmente guidata
dall'attività fisiologica, ma viene interpretata nel contesto delle proprie
conoscenze ed esperienze. Famoso fu il fantasioso esperimento condotto nel 1962
dallo stesso Schachter e da Singer. In realtà non è vero che
"abbiamo paura perché scappiamo via", non è soltanto vero
che "scappiamo perché abbiamo paura", ne è soltanto vero
che abbiamo paura e scappiamo tutte le volte che si realizza la concomitanza di
un alto livello di eccitazione e degli stimoli esterni che suggeriscono di fuggire.
Tutte e tre le teorie, comunque, hanno contribuito in vari modi all'acquisizione
di maggiore conoscenza. Tomkins (cit. in Legrenzi, 1994) e i suoi allievi Izard
ed Ekman hanno di nuovo sottolineato l'importanza delle determinanti somatiche
nelle emozioni. Altri autori come Lazarus e Wiener mettono in rilievo come le
valutazioni cognitive e le attribuzioni di significato tra la persona e l'ambiente
svolgono un grosso ruolo nella determinazione delle diverse emozioni. Altri infine
come Leventhal e Scherer avanzano proposte che prefigurano la possibilità
di vedere come i vari punti di vista possano essere integrati se visti come diversi
livelli di analisi. Essi propongono un modello gerarchico-evolutivo secondo cui
l'emozione è una costruzione alla quale concorrono diverse componenti,
percettivo-motorie e valutative, ordinate gerarchicamente secondo livelli di articolazione
e complessità crescenti con il progredire dello sviluppo. Vediamo dunque
come siano necessari dei modelli capaci di conciliare la multicausalità
e multicomponenzialità dei vari fattori che concorrono a definire le varie
manifestazioni emotive. Per capire meglio la grande influenza delle emozioni
sulla mente razionale, e per capire come mai il sentimento e la ragione entrino
in conflitto facilmente, dobbiamo considerare il modo in cui si è evoluto
il cervello umano. Secondo l'ipotesi di Paul MacLean (cit. in Trombini, Baldoni,
1999), a cui oggi viene dato molto rilievo, il cervello può essere suddiviso
in tre parti stratificate una sopra l'altra. La parte più primitiva
del cervello è la più interna, costituita dal tronco encefalico,
che l'uomo ha in comune con tutte le specie dotate del sistema nervoso relativamente
sviluppato, e corrisponderebbe filogeneticamente alla parte più antica
che fu denominata "cervello dei rettili" perché in essi avrebbe
fatto la sua prima comparsa. Essa regola funzioni vegetative fondamentali come
il respiro, l'attività cardiaca e il metabolismo degli altri organi. La
zona cerebrale intermedia, posta tra il tronco e i due emisferi, è costituita
da una serie di strutture strettamente collegate dal punto di vista anatomo-fisiologico
(amigdala, ippocampo, setto, area cingolare, nucleo dorso-mediale, corpo mamillare)
che nel loro complesso prendono il nome di "sistema limbico" (dal latino
"limbus", che significa "anello"). Esso ha importanti connessioni
con l'ipotalamo e attraverso di esso con il sistema nervoso autonomo ed endocrino.
Inoltre è strettamente collegato anche con la corteccia cerebrale, responsabile
dell'elaborazione cognitiva, ed in particolare con la corteccia prefrontale, svolgendo
una funzione fondamentale nella percezione ed espressione delle emozioni.
Il sistema limbico corrisponderebbe, secondo MacLean, al cervello sviluppatosi
nei primi mammiferi e svolgerebbe un ruolo importante non solo nel controllo delle
funzioni vegetative e nell'elaborazione delle emozioni, ma anche nelle funzioni
di autoconservazione e conservazione della specie. Quando si evolse, il sistema
limbico perfezionò due strumenti potenti: l'apprendimento e la memoria,
ciò consentì ad un animale di essere più intelligente nelle
sue scelte per la sopravvivenza, e di regolare finemente le proprie risposte in
modo da adattarle ad esigenze mutevoli senza più dover reagire in modo
automatico e rigidamente invariabile. La parte più esterna del cervello,
corrispondente alla "neocorteccia", si sarebbe sviluppata solo nei mammiferi
superiori costituendo la struttura neuroanatomica per il linguaggio verbale e
per le attività cognitive compresi la coscienza, i processi decisionali
e la capacità di simbolizzazione. Nel corso dell'evoluzione la neocorteccia
permise una regolazione fine che senza dubbio comportò enormi vantaggi
per la sopravvivenza. Infatti, sebbene le strutture limbiche siano ritenute alla
base delle emozioni, solo l'aggiunta della neocorteccia e delle sue connessioni
con il sistema limbico possono permettere il legame affettivo madre-figlio, cioè
quel sentimento che rende possibile lo sviluppo umano rappresentando la base dell'unità
familiare. Questo lo si può notare bene grazie all'osservazione del fatto
che nelle specie prive di neocorteccia, come i rettili, manca l'affetto materno,
in quanto quando i piccoli escono dall'uovo devono nascondersi per non essere
divorati dai loro genitori. Inoltre quanto più grande è il numero
delle connessioni cerebrali, tanto più ampia è la gamma delle possibili
risposte. Il ruolo più importante per quanto riguarda le emozioni quindi,
lo svolge il sistema limbico e in particolar modo il gruppo di strutture connesse
e raggruppate sotto il nome di "amigdala" (termine derivante dalla parola
greca che significa "mandorla"). Goleman riporta il caso di un giovane
al quale era stata rimossa chirurgicamente l'amigdala per controllare gravi attacchi
epilettici cui era soggetto, il quale dopo questo intervento perse completamente
ogni interesse per le persone, e preferiva starsene seduto da solo senza avere
alcun contatto umano. E sebbene potesse conversare, non riconosceva più
amici, parenti, e nemmeno sua madre, rimanendo completamente indifferente (Goleman,
1996). E' stato Joseph Le Doux, considerato uno dei più grandi studiosi
di neurobiologia il primo a scoprire l'importanza dell'amigdala nel cervello emozionale:
"L'amigdala è come il mozzo di una ruota. Riceve segnali di basso
livello da regioni del talamo (dedicate ad uno dei sensi), informazioni di livello
superiore dalla corteccia (dedicata ad uno dei sensi) e informazioni di livello
ancora superiore (indipendenti) dai sensi sulla situazione generale dall'ippocampo.
Attraverso queste connessioni, è in grado di elaborare l'importanza emotiva
di stimoli individuali e anche di situazioni complesse. L'amigdala è coinvolta
nella valutazione del significato emotivo: è lì insomma che gli
stimoli d'innesco agiscono" (LeDoux, 1999, p.175). Mentre l'amigdala lavora
per scatenare una reazione ansiosa e impulsiva, altre aree del cervello emozionale
si adoperano per produrre una risposta correttiva, più consona alla situazione.
Un ruolo importante, è svolto dai lobi prefrontali, e cioè quello
di controllare e gestire più efficacemente la situazione emozionale. Quando
si scatena un'emozione, nel giro di qualche istante i lobi prefrontali eseguono
la reazione che ritengono migliore fra una miriade di possibilità, in base
al criterio del rapporto rischio/beneficio. Sia in caso di resezione dell'amigdala,
che in assenza di elaborazione da parte dei lobi prefrontali, gran parte della
vita emotiva viene meno. Quando abbiamo delle reazioni esagerate, quando "si
perde la testa", accadono ciò che Goleman chiama "sequestri emozionali".
Come lui stesso dice essi "
Comportano presumibilmente due dinamiche:
da un lato, lo scatenamento dell'amigdala e dall'altro la mancata attivazione
dei processi neocorticali che solitamente mantengono un equilibrio delle risposte
emozionali
Le emozioni allora sono molto importanti ai fini della razionalità"
(Goleman, 1996). I principali sintomi delle paure apprese, compresi quelli
del "disturbo post traumatico da stress", si spiegano considerando le
alterazioni che avvengono nei circuiti del sistema limbico concentrati ancora
una volta in modo particolare nell'amigdala. Alcune delle alterazioni più
importanti hanno luogo anche nel locus ceruleus, struttura che regola la secrezione
cerebrale delle catecolamine ossia dell'adrenalina e della noradrenalina. Questi
due neurotrasmettitori mobilitano l'organismo preparandolo all'emergenza; inoltre
queste sostanze fanno sì che i ricordi si imprimano nella memoria con particolare
intensità. Nei pazienti con "disturbo post traumatico da stress"
questo sistema diventa iperreattivo, secernendo dosi eccezionalmente elevate di
catecolamine in risposta a situazioni che in realtà comportano minacce
insignificanti ma che in qualche modo ricordano il trauma originale. Altre modificazioni
hanno luogo nel circuito che collega il sistema limbico alla ghiandola pituitaria,
struttura che regola la liberazione del CRF ossia del principale ormone dello
stress. Una terza serie di alterazioni avviene a livello del sistema degli oppiacei,
ossia nelle strutture che secernono le endorfine per attutire la sensazione del
dolore. J. LeDoux ipotizza che una volta che il sistema emozionale impari qualcosa,
sembra che non la dimentichi più, quel che la terapia riesce ad insegnare
è come controllarlo, insegna alla neocorteccia come inibire l'amigdala.
L'inclinazione all'atto viene così soppressa, mentre l'emozione fondamentale
rimane in forma attenuata. Esprimendo a parole e sentimenti le sensazioni fisiche,
probabilmente i ricordi vengono riportati sotto il controllo della neocorteccia,
dove le reazioni che essi scatenano possono essere più comprensibili e
per tanto più facilmente gestibili. A questo punto, ci può essere
un riapprendimento emozionale che viene effettuato in larga misura rivedendo gli
eventi e le emozioni ad essi legate, ma stavolta in un ambiente sicuro, in compagnia
del terapeuta di fiducia. È interessante a questo punto il fatto che
alcune persone sono spontaneamente allegre, mentre altre sono cupe e malinconiche.
Gli studi dello psicologo Richard Davidson (cit. in Goleman, 1996) hanno messo
in luce come le persone con una maggiore attività del lobo frontale sinistro
siano allegre per temperamento, mentre gli individui con un'attività maggiore
a livello del lobo frontale destro, invece, sono più propensi alle negatività
e vengono facilmente turbati dalle difficoltà della vita. Altri studi
hanno indicato l'amigdala e le sue connessioni con le aree associative della corteccia
visiva come parte di un circuito cerebrale fondamentale per l'empatia, capacità
molto importante nelle relazioni sociali e quindi soprattutto in psicologia clinica,
dove risulta fondamentale comprendere esattamente ciò che vuol comunicare
il paziente, e capire come realmente si sente. Come riporta Goleman (1996) "L'empatia
si basa sull'autoconsapevolezza; quanto più aperti siamo verso le nostre
emozioni, tanto più abili saremo anche nel leggere i sentimenti altrui
quando
le parole di un individuo non sono in armonia con quanto egli comunica con il
tono di voce, i gesti o altri canali non verbali, la verità va ricercata
nel come quell'individuo sta comunicando, non tanto in ciò che dice".
Nel Libro L'esperienza del corpo Favaretti Camposampiero ed al. (1998) affermano
che "L'orientamento empatico della sensibilità del terapeuta si basa
su un atteggiamento di recettività conscia e inconscia nei confronti del
mondo del paziente, del suo ambiente interno/esterno, dei suoi oggetti/sé,
ma tutto ciò come via o mezzo per sintonizzarsi sulla stessa lunghezza
d'onda affettiva del paziente e immedesimarsi con l'Io del paziente, con il soggetto-paziente,
rimanendo contemporaneamente in contatto con la propria dimensione affettiva".
Sulla base di queste affermazioni, personalmente ritengo che si possa affermare
che ci sia un "contatto empatico" ogni volta che una persona, in una
interazione con un altro soggetto, vede, vive, sente il mondo con gli occhi dell'altro.
Un altro circuito fondamentale comprende il nervo vago, che non si limita
a regolare la funzione del cuore e di altri organi, ma trasmette i segnali provenienti
delle ghiandole surrenali all'amigdala, preparandola a secernere le catecolamine
che scatenano la risposta di combattimento o fuga. Un gruppo di studiosi della
University of Washington scoprì che il fatto stesso di avere genitori capaci
dal punto di vista emozionale favoriva un miglioramento della funzione vagale
nei loro figli. Recentemente, quindi, gli studi sulla biochimica del cervello
stanno consentendo sempre più di individuare rapporti abbastanza definiti
tra stati di coscienza e reazioni chimiche del sistema nervoso centrale. Le
emozioni, modulano di continuo ciò che noi sperimentiamo come "realtà",
poiché la scelta delle informazioni sensoriali che arriverà al cervello
per essere filtrate, dipende dai segnali che i recettori ricevono dai peptidi
(lunghe catene di aminoacidi). Man mano che la ricerca progredisce, infatti, si
vede come anche il ruolo dei peptidi non si limita ad ottenere azioni semplici
ed isolate da singole cellule ed apparati, quanto quello di collegare tutti gli
apparati nell'organismo in una rete unica che reagisce ai cambiamenti, interni
o esterni che siano, con modificazioni complesse e orchestrate in modo sottile.
A questo proposito dice Pert: "Se accettiamo l'idea che i peptidi e le altre
sostanze informazionali siano la base biochimica delle emozioni, la loro distribuzione
nel sistema nervoso ha una portata estremamente vasta, che Sigmund Freud se fosse
ancora vivo, sarebbe ben lieto di mettere in risalto come la conferma molecolare
delle sue teorie. Il corpo si identifica con l'inconscio! I traumi repressi causati
da una sovrabbondanza di emozioni possono restare immagazzinati in una parte del
corpo, influenzando in seguito la nostra capacità di percepire quella parte
o addirittura di muoverla. Le nuove ricerche in corso suggeriscono l'esistenza
di un numero quasi illimitato di vie attraverso le quali la mente cosciente può
accedere all'inconscio e al corpo, e modificarlo, oltre a fornire una spiegazione
per un certo numero di fenomeni sui quali i teorici delle emozioni stanno ancora
meditando" (Pert, 2000, p.167). Il livello di attivazione o di eccitazione
dell'organismo può fluttuare tra valori estremamente bassi, che si registrano
quando l'ambiente è tranquillo, a valori molto alti, come nel caso di tensione
o paura dovuta qualche minaccia incombente. Le modificazioni fisiologiche
iniziano con l'attivazione dell'ipotalamo, che comincia a secernere CRH con la
conseguente liberazione da parte dell'ipofisi di ormone adrenocorticotropo (ACTH).
Comincia così una reazione ormonale a catena: la corteccia surrenale secerne
il cortisolo, che stimola il metabolismo delle proteine e degli zuccheri per una
maggiore produzione di energia (il glicogeno, infatti si trasforma rapidamente
in glucosio e vengono demoliti i grassi depositati nel tessuto adiposo) e l'adrenalina,
che agisce sul sistema nervoso simpatico. I vasi sanguigni che irrorano la muscolatura
si dilatano, facendo affluire una maggiore quantità di sangue, che porta
con sé ossigeno e altri materiali necessari per liberare ulteriore energia,
mentre si stringono quelli dei visceri che in una situazione di allarme non hanno
funzione importante da svolgere. Il cuore aumenta la forza di contrazione e la
frequenza del battito, il ritmo respiratorio si fa più veloce per permettere
una migliore ossigenazione e migliora la coagulabilità del sangue in caso
di ferite. Gli ultimi studi inoltre dimostrano come una significativa stimolazione
emozionale sia associata con una netta attivazione del sistema degli oppioidi
endogeni come avviene nella "analgesia da stress" riportata negli animali.
Altri studi controllati condotti ad Atlanta su animali di laboratorio, dimostrano
come questi, sottoposti a separazione precoce dai propri genitori, sviluppino
una aumentata quantità di recettori per il CRH (rispetto ai non separati),
che può portare più facilmente a una maggiore attivazione dell'asse
ipotalamo-ipofisi-surrene. Traumi infantili quindi possono portare alterazioni
neuroendocrine specifiche (naturalmente bisogna sempre tenere conto del concetto
di multifattorialità causale degli eventi) che possono predisporre l'essere
umano a particolari problemi come quello della depressione, queste persone infatti,
hanno molte più difficoltà ad affrontare eventi di separazione significativi
che purtroppo un essere umano deve affrontare durante la vita. Vediamo quindi
come emozioni violente tanto da divenire "traumi" possano condizionare
la vita di una persona, e ciò è particolarmente vero fin dall'infanzia,
dove i meccanismi di difesa del bimbo non hanno la capacità di supportare
un'elaborazione degli eventi che invece può essere più funzionale
in un adulto. D'altro canto, si è visto che determinati pensieri o emozioni
oltre ad avere la capacità di portare a produrre il nostro corpo le cosiddette
"endorfine" possono fare in modo che il corpo produca da solo delle
sostanze che si legano ai recettori delle benzodiazepine (avendo così un'altrettanto
efficace funzione ansiolitica), chiamate "neurosteroidi". Sappiamo
inoltre che il sistema immunitario, così come il sistema nervoso centrale,
è dotato di memoria e capacità di apprendimento; sembra che sia
stato (cit. in Goleman, 1996) lo psicologo Robert Ader per primo a scoprire che
anche il sistema immunitario, proprio come il cervello, era capace di apprendere
(scoperta effettuata nel 1974 alla School of Medicine and Dentistry della Rochester
University) grazie ad un esperimento sui ratti. Un suo collega, David Felten osservò
che le emozioni hanno un effetto potente sul sistema nervoso autonomo, che a sua
volta regola le funzioni più disparate, dalla quantità di insulina
secreta dal pancreas, al livello della pressione ematica. Assieme alla moglie
ed altri colleghi, in alcuni studi di microscopia elettronica, Felten individuò
il punto in corrispondenza del quale il sistema nervoso autonomo comunica direttamente
con linfociti e macrofagi (ossia le cellule del sistema immunitario), rappresentato
da strutture simili a sinapsi. Un'altra fondamentale via di collegamento fra emozioni
e sistema immunitario si esplica nell'influenza esercitata dagli ormoni liberati
in condizioni di stress. Afferma De Luca: "Le emozioni non sono mai creazioni
interne cerebrali o disincarnate. Il nostro organismo comprende infatti diversi
bisogni, strutture e livelli. Il livello fisiologico costituisce l'impalcatura
più elementare e primaria su cui impariamo a costruire gradualmente l'intera
esperienza della nostra vita. Ciascuna emozione o pensiero, per quanto lontana
o distaccata dal contesto corporeo, si inserisce sempre in un ciclo di bisogni,
di impulsi e di mete racchiuse nella funzionalità complessiva dell'organismo.
In tal modo possiamo descrivere tutte le emozioni come la gioia, la tristezza,
la rabbia o il risentimento come altrettante reazioni concomitanti con l'impalcatura
coordinata dei nostri organi fisici: il cuore, il fegato, i polmoni e i sistemi
muscolare e circolatorio, che presiedono ad ogni possibile attività psichica"
(De Luca, 1995). Molto interessanti a questo proposito sono anche gli studi
di Herbert Benson alla Harvard medical school; riporto qui di seguito il resoconto
relativo ad un suo esperimento: "Facemmo venire in laboratorio praticanti
di meditazione in perfetta salute, e applicammo strumenti come cateteri intravenosi,
cateteri intra-arteriali, elettrodi per misurare la frequenza e il ritmo cardiaco,
e elettrodi per misurare le onde cerebrali, e maschere per analizzare il respiro
in modo da poter misurare il metabolismo. Poi, li facemmo sedere per un'ora intera
prima dell'inizio delle misurazioni. L'esperimento era diviso in tre periodi.
C'era un periodo pre-meditativo, un periodo di effettiva meditazione e uno di
post-meditazione, della durata di venti minuti ciascuno. Dopo avere preso le misurazioni
iniziali per i primi venti minuti del periodo pre-meditativo, venne chiesto ai
soggetti di meditare. Osservandoli non si notava alcun mutamento nella loro attività,
nessun cambiamento di posizione, semplicemente essi mutavano il contenuto dei
loro pensieri. Usavano la loro mente in modo diverso. Mentre lo facevano noi continuammo
a misurare i cambiamenti fisiologici per i seguenti venti minuti del periodo meditativo.
Alla fine di questo periodo chiedemmo loro di riprendere a pensare in modo normale
e ancora una volta essi mutarono modo di pensare. Vi furono notevoli fluttuazioni
nel consumo di ossigeno, che è il termine medico per definire il metabolismo.
In altre parole, il consumo globale della loro energia e del loro metabolismo
diminuiva del 16 e 17 per cento con il solo processo del cambiamento di modo di
pensare
Paragonabili ai mutamenti nel consumo di ossigeno furono i cambiamenti
nell'eliminazione del biossido di carbonio, che è il prodotto di scarto
del metabolismo. Questi soggetti facevano calare realmente il loro metabolismo
e per mezzo della meditazione consumavano una minore quantità di energia
corporea. Anche la frequenza del loro respiro diminuiva dai 13, 14 atti inspiratori
per minuto a 10 o 11 per minuto, solo mutando modo di pensare
Non ci fu nessun
mutamento nel PO2, cioè nella concentrazione di ossigeno nel sangue. Le
cellule ricevevano carburante a sufficienza, cioè ossigeno; semplicemente
ne consumavano di meno
Quando si ripresentavano i pensieri normali, c'era
un ritorno al metabolismo ordinario
inoltre le onde cerebrali erano leggermente
differenti da quelle che si registrano durante il sonno. Crediamo che ciò
che avveniva durante la meditazione fosse una reazione direttamente opposta alla
reazione di stress
Che abbiamo chiamato "reazione di rilassamento"
(Benson et al., 1993, pp. 59-61). Queste nuove ricerche sono molto importanti
e aprono nuovi orizzonti, tanto più che ormai le conferme sono numerose
grazie anche ai nuovi strumenti che la scienza mette disposizione dei ricercatori.
Sostiene Pert: "La respirazione controllata, ossia la tecnica adottata tanto
dai maestri di yoga quanto dalle partorienti, è estremamente potente. Esiste
una quantità di dati da cui risulta che i cambiamenti nel ritmo e nella
profondità della respirazione producono cambiamenti nella quantità
e nella specie di peptidi che vengono rilasciati dal midollo allungato, e viceversa.
Portando questo processo a livello di coscienza e facendo qualcosa per alterarlo,
o trattenendo il fiato o respirando molto in fretta, si ottiene che i peptidi
si diffondono in tutto il liquido cerebrospinale nel tentativo di ristabilire
l'omeostasi, ossia il meccanismo che serve a ristabilire e mantenere l'equilibrio.
E siccome molti di questi peptidi sono endorfine, cioè oppiacei naturali
del corpo, insieme con altre specie di sostanze che alleviano il dolore, si ottiene
ben presto una diminuzione del dolore
Il legame peptidi-respirazione è
ben documentato: in pratica tutti i peptidi che si trovano nell'organismo sono
presenti nell'apparato respiratorio. Questo substrato peptidico può fornire
la spiegazione scientifica dei potenti effetti risanatori degli schemi di respirazione
controllati in modo cosciente" (Pert, 2000, p.223). Quando lo stress impedisce
alle molecole dell'emozione di fluire liberamente dove ce n'è bisogno,
i processi in gran parte automatici che sono regolati dal flusso dei peptidi,
come il respiro, la circolazione del sangue, l'immunità, la digestione
e l'eliminazione delle scorie, si riducono a pochi e semplici circuiti di feedback
sconvolgendo la normale reattività legata al processo risanatore. Praticando
determinate tecniche di respirazione quindi, come appunto il "rebirthing",
si può consentire a pensieri, sensazioni, emozioni sepolte da tempo di
risalire a galla, rimettendo in circolazione i peptidi, e riportando il corpo
e le emozioni alla salute. Come afferma Falzoni "Il rapporto tra respirazione
ed emozioni represse appare chiarissimo quando vediamo che una persona, tesa e
contratta durante le prime fasi del rebirthing, si libera istantaneamente da ogni
rigidità, e da ogni altro sintomo che verrebbe solitamente considerato
tetania, non appena si lascia andare ed entra in contatto cosciente con emozioni
represse" (Falzoni, 1996). Vorrei concludere questo capitolo con ciò
che suggerisce ancora Pert "La tendenza ad ignorare le emozioni fa parte
di un pensiero ormai superato, è un residuo del paradigma ancora dominante
che ci spinge a concentrarsi sul livello materiale della salute, sul suo aspetto
fisico. Eppure le emozioni sono l'elemento chiave nella cura di se stessi, perché
consentono di partecipare al dialogo corpo/mente. Entrando in contatto con le
nostre emozioni, ascoltandole e indirizzandole grazie alla rete psicosomatica,
riusciamo ad ottenere l'accesso alla saggezza risanatrice che rientra nei diritti
biologici naturali di tutti noi" (Pert, 2000). Credo quindi che oramai
sia molto difficile mettere in dubbio l'importanza delle emozioni e la loro influenza
sulla nostra vita psicofisica, ecco perché allora possono essere importanti
metodi come il rebirthing che attraverso determinati "schemi di respirazione"
possono permettere il riappropriarci di emozioni sepolte che rischiano altrimenti
di guidare il nostro comportamento in modo inconscio e automatico. CAPITOLO
SECONDO: LA PSICOLOGIA CLINICA E LA RELAZIONE MENTE-CORPO-EMOZIONI,
LO SPECIFICO DEL REBIRTHING La psicoterapia corporea come area teorico-clinica
si è sviluppata, attraverso un insieme complesso di esperienze, di studi,
di movimenti, e si caratterizza non solo per le tecniche corporee, ma per il caratteristico
sistema teorico che legge nei termini mente/corpo, lo sviluppo evolutivo, la configurazione
e le alterazioni patologiche di individui, famiglie, gruppi. Il problema mente-corpo,
ha origini antiche, tanto che si può far risalire alla disgiunzione platonica
tra "corporeo" e "ideale". Come riporta Favaretti Camposampiero
(1998), i termini psiche e soma sono già presenti in Omero ma con un significato
diverso da quello che assegnerà loro Platone. Omero, infatti, con la parola
"soma", indica solamente il corpo esanime, il cadavere, non il corpo
vivente, che viene invece espresso facendo riferimento all'aspetto e alla funzione
per cui lo si chiama in causa: démas (la figura del corpo), chrìos
(la pelle come superficie del corpo, derma (la pelle come rivestimento staccabile
dal resto del corpo), mélea (le membra). Interessante anche il fatto che
per Omero la parola "psiche" è tanto connessa alla corporeità
da significare etimologicamente "respiro". Aristotele imposta il
problema dell'anima in termini "biologici", cioè di vita (Bìos)
e perciò la definisce "qualcosa del corpo", stabilendo così
che la vera differenza di natura non è come aveva detto Platone tra l'anima
e il corpo ma come aveva detto Omero tra il corpo vivente e il cadavere ridotto
a cosa. Cartesio distinguendo res cogitans e res extensa sottrarrà l'anima,
considerata come puro intelletto, ad ogni influenza corporea. Appoggiandosi sul
vecchio paradigma della scissione tra materia e pensiero, Kant proseguirà
nella stessa direzione svalorizzando il mondo degli istinti, delle emozioni, e
delle sensazioni corporee. Si può citare infine lo sforzo di Nietzsche
per ricostruire una nuova unità: " Corpo sono io ed anima, così
parla il fanciullo. E perché non si deve parlare come i fanciulli? Ma il
risvegliato, colui che sa, dice: 'Io sono tutto e intero corpo e null'altro; e
anima è solo una parola per denominare qualcosa del corpo'. Il corpo è
una grande ragione, una pluralità con un solo senso, una guerra e una pace,
un gregge e un pastore. Anche la tua piccola ragione che tu chiami 'spirito' è
strumento del tuo corpo, fratello mio, un piccolo strumento e giocattolo della
tua grande ragione" (Nietzsche, 1994). Per quanto riguarda il campo della
psicologia, il problema mente-corpo-emozioni in realtà si è, in
un certo qual modo, distinto fin dai tempi di Freud, quando il concetto di "conversione"
gli permise, almeno sotto certi punti di vista, di spiegare quel "misterioso
salto dallo psichico al somatico". Egli infatti pur essendosi formato in
un ambiente culturale profondamente segnato dalla dicotomia mente-corpo, mostrò
un notevole disagio a proposito, in quanto quella concezione contrastava notevolmente
con la sua esperienza personale con i pazienti. Già dalle sue formulazioni,
infatti, si era cominciata a delineare la necessità di uno studio dei funzionamenti
psichici che tenesse conto dei processi corporei. In Freud questo aspetto si presentava,
in accordo con il modello della scienza del tempo, come "biologismo",
nella sua teoria delle pulsioni. Con l'elaborazione della teoria della libido
e le conseguenti ipotesi sullo sviluppo delle nevrosi, Freud ha proposto un modello
che integra aspetti somatici, psichici e sociali e in cui è presentata
in modo convincente la possibilità che disturbi fisici si manifestino come
conseguenza di eventi psicologici. Il corpo però, è presente
anche all'interno della relazione terapeutica, nei suoi processi di comunicazione,
anche se l'attenzione si rivolge solo agli aspetti verbali, simbolici, fantasmatici.
Il corpo esiste nei silenzi, nel tono di voce, nelle posizioni che il terapeuta
assume rispetto al paziente nel setting, nei movimenti. Con il corpo si parla
e si agisce anche se in modo implicito o inconsapevole. L'interesse per il
corporeo è sempre stato vivo, e ha spinto numerosi ricercatori ad affacciarsi
su questo vasto e affascinante spazio. Come riporta Downing (1995), ci fu un
periodo in cui Freud faceva massaggi ai pazienti. La cosa non è strana
se la riportiamo al fatto che sul finire del XIX secolo, alle persone sofferenti
di "crisi di nervi", era spesso prescritta una "cura di riposo".
Ciò poteva significare un soggiorno in una stazione termale, qualche giorno
di inattività e di solito frequenti massaggi. Siccome questo lavoro manuale
poteva essere fatto dallo stesso medico curante, Freud non fece che attenersi
ad una procedura comune in quel tempo. Curiosamente, la psicoanalisi vera e
propria ebbe forse inizio proprio durante un massaggio. Nella prima seduta in
cui saggiava la tecnica delle associazioni libere, Freud massaggiò la paziente
per tutto il tempo, e contemporaneamente com'era sua abitudine effettuò
la terapia verbale, ma questa volta invece di lavorare con l'ipnosi come aveva
fatto in precedenza, decise di lasciare che la paziente associasse liberamente,
raggiungendo ottimi risultati. Le ipotesi di Freud sullo sviluppo delle nevrosi,
inoltre, ebbero una grande influenza sui primi psicoanalisti che si occuparono
di psicosomatica. Una di queste singolari figure è Georg W. Groddeck,
noto per il suo Il libro dell'ES (Groddeck, 1990), ma meno conosciuto come psicoterapeuta
corporeo. Già prima di conoscere la psicoanalisi Groddeck praticava
massaggi ai suoi pazienti nella sua clinica a Baden Baden . Egli inoltre organizzava
direttamente tutta la giornata dei propri clienti, oltre ai massaggi, programmava
la loro alimentazione e si intratteneva con loro in lunghe conversazioni, vediamo
quindi come egli già capisse l'efficacia di entrambe le tecniche, fisica
e verbale, elaborando una modalità terapeutica in cui erano usate congiuntamente.
Attraverso questo modo di operare raggiunse ottimi risultati, tanto da procurarsi
una certa fama nell'ambiente medico dell'epoca. Groddeck praticava un tipo
di massaggio molto profondo: attraverso una pressione fortissima delle mani e
delle dita, cercava di raggiungere gli strati più profondi del tessuto
muscolare e connettivo, qualcosa che oggi si potrebbe paragonare al tipo di lavoro
che si esegue nel Rolfing (Rolf, 1996), dove si effettua una manipolazione del
sistema miofasciale del corpo per correggere errori nell'allineamento, nell'equilibrio
e nella postura. Questo tipo di massaggio aveva lo scopo di ridurre la tensione
muscolare cronica, e aiutare il paziente a superare gli ostacoli che ne impedivano
la normale respirazione. L'incontro con la psicoanalisi lo porta a ricollegare
la contrazione muscolare e respiratoria al concetto di "rimozione" in
senso freudiano. Per Groddeck l'inconscio si identifica nel corpo. Interessante
da parte sua l'introduzione di un concetto per quei tempi nuovo e originale, quello
di "difesa corporea", che distingue in tre tipi fondamentali: la prima
è chiamata "controattivazione", definibile come un movimento
generato in opposizione ad un movimento precedente; la seconda, detta "contrattura
muscolare cronica", simile alla difesa precedente ma statica, è una
condizione muscolare abituale, quasi costante. Certi muscoli della mascella, per
esempio, possono rimanere in uno stato di tensione quasi permanente per opporsi
agli schemi motori che governano l'azione di mordere; infine vi è "l'affievolirsi
della respirazione" che è forse la difesa corporea più distruttiva,
i suoi effetti negativi, infatti, si diffondono a tutta l'economia psichica. Quando
conosce gli scritti di Freud, Groddeck dapprima li critica, ma poi se ne lascia
convincere, integrando i due approcci, fisico e verbale, che secondo lui non sono
soltanto compatibili, ma si rafforzano a vicenda. Altro autore importante è
Sandor Ferenczi, che, nonostante non avesse mai praticato la psicoterapia corporea,
vi si avvicinò notevolmente, contribuendo a porre le fondamenta per ciò
che sarebbe stato sviluppato in seguito. Questo interessamento avvenne soprattutto
grazie anche alla grande amicizia che ebbe con Groddeck. Come riporta Favaretti
Camposampiero (1998), fin dai suoi primi scritti Ferenczi presta molta attenzione
alle manifestazioni somatiche dei pazienti, egli, infatti, considera il soggetto
come una persona sofferente, interagente con l'analista e affettivamente influente
su di esso, spostando così il baricentro dell'azione terapeutica da una
dimensione individuale ad una visione relazionale, nella quale la relazione d'oggetto
assume una posizione preminente. Egli riporta una vasta casistica di manifestazioni
somatiche comparse nei suoi pazienti durante il trattamento: improvvisi mal di
denti, parestesie alla lingua, sapore amaro in bocca, pesantezza alla testa, temporaneo
dolore cardiaco, sensazioni di vertigine, caldo o freddo, sonnolenza, bisogno
di urinare, ecc. Questi sintomi se approfonditi si rivelano come l'espressione
somatica di impulsi affettivi e intellettivi inconsci stimolati attraverso l'analisi.
Nel "Diario clinico" (Ferenczi, 1988) egli descrive come la fuga dal
sentimento della noia possa comportare un bisogno o coazione ad agire, fino ad
arrivare a giocare in modo distratto con gli organi del corpo per permettere a
questi di agire. Viene inoltre data importanza ai fenomeni olfattivi, evidenziando
come l'intensità di odori sgradevoli ha a che fare con l'odio e la rabbia
rimossi. È evidente allora lo spontaneo interesse di Ferenczi per i
processi corporei e il suo tentativo continuo di annotarli e correrarli con lo
stato psichico ed emotivo interno. Ferenczi quindi, aveva già cominciato
a rivolgere l'attenzione (insolita, per quel tempo) a postura, gesti, movimenti
e intonazione della voce dei pazienti, convinto che vi si celasse un qualche "segreto".
In seguito, giunse alla formulazione dell'ipotesi che il paziente che presenta
postura o movimenti insoliti sta probabilmente evitando pensieri e associazioni
importanti. Egli pensava perfino di vedere in questi atteggiamenti una forma di
masturbazione spostata in cui il corpo era usato inconsciamente per una sorta
di scarica. Il movimento del corpo quindi poteva essere interpretato come una
specie di deragliamento con la funzione di boicottare la terapia. Da tutte
queste riflessioni nacque la prima versione di quella che egli chiamò "tecnica
attiva", che consisteva all'inizio in realtà solo nel suggerire al
paziente di reprimere un particolare movimento o postura, per vedere poi quale
materiale venisse alla coscienza. Dopo aver conosciuto Groddeck, Ferenczi trasforma
il suo modo di concepire la tecnica attiva, non cerca più l'eliminazione
del corpo dal processo terapeutico, ma anzi il modo migliore per integrarlo nella
terapia. Così comincia ad incoraggiare i pazienti ad acquisire una
maggior consapevolezza dell'esperienza corporea, lasciando che il corpo si muova
liberamente se sentono che ciò sia necessario. I suoi interventi sul corpo
così, oltre a fornire informazioni importanti, provocano anche prolungati
intensi stati corporei regressivi da cui apprende molte cose, specie sulla violenza
sessuale. Ferenczi pensa che certi aspetti della prima infanzia si possano
ritrovare solo attraverso il corpo, poiché nei primi anni di vita non esistono
organi di pensiero completamente formati, e quindi il ricordo si imprime nel corpo,
e solo lì è possibile risvegliarlo per riportarlo alla coscienza.
Come riporta Downing (1995), una cosa importante di cui comincia a rendersi conto
Ferenczi, è che al paziente non basta tornare semplicemente attraverso
il lavoro regressivo ai primi conflitti, alla prima ferita o alla prima rabbia.
Un paziente potrebbe riesaminare più e più volte il dolore precoce
e in terapia queste esperienze potrebbero sembrare profonde sia a lui, sia al
terapeuta. Eppure, se non accade nient'altro, dopo qualche tempo questi stati
finiscono con l'apparire bloccati, incessantemente ripetuti. Il loro indubbio
potenziale di guarigione non viene realizzato completamente. Occorre qualcosa
di più, qualche altro passo fondamentale, non sempre di facile individuazione.
Questo è qualcosa che ho visto accadere anche con il rebirthing, che ha
notevoli capacità di far regredire il paziente ad esperienze traumatiche,
ma che deve naturalmente essere arricchito da una competenza adeguata ed intuitiva
di un terapeuta esperto, che abbia dalla sua parte un'esperienza teorica e pratica
di come si possano promuovere cambiamenti nella persona. Altro autore che ha
contribuito a spostare l'attenzione sull'importanza del corpo in terapia è
Paul Schilder. Il suo libro "Immagine di sé e schema corporeo"
(Schilder, 1990) scritto nel 1923 continua a distanza di anni ad essere ritenuto
molto interessante e carico di nuovi sviluppi e ipotesi teoriche. Attraverso di
esso Schilder cerca di comunicare come l'immagine corporea sia una costruzione
continua, mai stabile, che si modifica attraverso imitazione, introiezione e proiezione
e che per realizzarsi ha bisogno dell'investimento da parte delle figure di riferimento.
Forze d'amore lo tengono insieme e forze d'odio lo disgregano. La nostra immagine
del corpo appunto è sempre variabile a seconda delle condizioni in cui
ci troviamo, molto importanti sono le prime esperienze infantili, ma le successive
esperienze potranno comunque modificare e cambiare ciò che già abbiamo
costruito, importantissimo è quindi lo sviluppo delle relazioni d'oggetto. L'immagine
corporea comprende anche lo spazio esterno, integrando in essa anche degli oggetti,
è quindi qualcosa di più del limite fisico del nostro corpo. Schilder
fa notare inoltre come ci sia un interscambio continuo tra la nostra immagine
e quella degli altri, tutti proiettiamo delle nostre parti come introiettiamo
parti altrui in tutti gli ambienti in cui ci troviamo. Anche gli oggetti che
usiamo e che manipoliamo (abiti, trucco, pettinatura, ecc.) venendo a contatto
col nostro corpo influenzano la nostra immagine corporea. Ogni immagine corporea
costituita è vissuta oltre che come contenitore anche come limite quindi
in un certo qual senso poi deve essere valicata, a questo proposito i travestimenti,
la ginnastica, lo sport, la danza possono essere utilizzati a questo scopo. In
questa maniera il vecchio schema rimane sullo sfondo e ne viene costruito uno
nuovo. Un aspetto su cui insiste molto Schilder è l'influenza della
percezione vestibolare sull'immagine corporea. Egli mette in luce che le modificazioni
ella percezione del corpo sono in gran parte modificazioni della percezione di
una massa che pesa, e su questo hanno molta influenza le eccitazioni dell'apparato
vestibolare. In determinate situazioni, quindi, in cui è coinvolto questo
apparato (ad esempio in salite e discese con l'ascensore), si può verificare
una eccitazione vestibolare che può provocare una dissociazione dell'immagine
corporea, infatti quando quest'ultima si spezza proviamo un senso di nausea e
vertigine (come quando abbiamo mal di mare ad esempio). Schilder riferisce
che i nevrotici, come pure molti soggetti normali, si lamentano spesso di avere
la sensazione che qualcosa si sia allentato nel loro corpo, l'apparato vestibolare
quindi secondo lui sembra avere una funzione primaria nell'unificare le varie
sensazioni che contribuiscono alla costruzione dell'immagine corporea. Nella
costruzione dell'immagine corporea quindi tutti i sensi partecipano, ma l'apparato
vestibolare ha una funzione fondamentale. Altri aspetti fondamentali che possiamo
richiamare dalle tematiche di Schilder sono: l'importanza decisiva dell'atteggiamento
di familiari verso il corpo del bambino e verso il loro stesso corpo; la connessione
tra le carenze nella conoscenza e nella rappresentazione del nostro corpo e le
carenze conoscitive e rappresentative in generale. Infine si può rilevare
come Schilder, in definitiva, pone l'accento sull'importanza della qualità
di relazione che il soggetto e il suo stesso corpo intrattengono con tutti gli
"oggetti". Chi più di tutti però forse si concentrò
maggiormente sull'influenza del corpo e delle emozioni ad esso connesse fu Wilhelm
Reich. Come riporta Paolo Cundo: "Occorre la riflessione di Wilhelm Reich
e la sua analisi dell'armatura caratteriale perché si riconosca nelle emozioni
inespresse e, in generale, nei movimenti trattenuti uno dei fondamenti dell'eziologia
delle nevrosi e si cominci a considerare l'ipotesi che la cura non necessiti solo
di elaborazioni trasmesse attraverso le parole, ma anche di un aiuto per arrivare
all'effettivo sblocco dei processi inibiti, e quindi di una sorta di allenamento
all'azione del pensiero, della parola e del gesto" (Cundo, 1997). Allievo
di Freud, in quanto nei primi anni della sua vita professionale faceva parte di
quel gruppo di psicoanalisti che a Vienna gravitavano attorno alla sua figura,
cominciò pian piano ad interessarsi anche ai fenomeni "corporei". Senza
dubbio ciò che portò ad ampliare i suoi interessi fu l'influenza
di Schilder e Ferenczi. Attraverso quest'ultimo inoltre, Reich ottenne molte notizie
sul lavoro di Groddeck. Il contributo di Reich si può far risalire al
momento in cui, dopo anni di lavoro di osservazione, rifiutando l'atteggiamento
di "attesa" dei suoi colleghi, si decise ad affrontare direttamente
le resistenze dei suoi pazienti e a portare la propria attenzione sulla "relazione
analitica". Poté così constatare come, al di là di
ogni verbalizzazione, alcuni pazienti, apparentemente cooperanti, producevano
dei comportamenti ostili: arrivavano in ritardo, scuotevano la testa in senso
di diniego assicurando al tempo stesso di essere d'accordo, oppure producevano
dei materiali su misura utilizzando la propria conoscenza della psicoanalisi come
difesa. Portando la propria attenzione ai comportamenti non verbali, Reich
diede avvio ad un processo di differenziazione del proprio approccio che finì
col portarlo, gradualmente ma irrevocabilmente, al di fuori dell'ortodossia psicoanalitica
di quei tempi. Infatti la scelta di un maggior scambio col paziente guidò
Reich verso le sue scoperte più significative. Nonostante rimanesse un
convinto utilizzatore del linguaggio verbale Reich cominciò a prestare
anche molta attenzione al linguaggio del corpo. Iniziò così
a notare che tutte le volte che il paziente veniva affrontato a livello delle
sue resistenze, così da essere "costretto" ad uscire allo scoperto
assumendosi la responsabilità dei propri atteggiamenti ostili, si verificavano
significativi fenomeni fisici e mutamenti di atteggiamento: rossore, tremolii,
pallore, scoppi di pianto ecc. Portando quindi la propria attenzione sul versante
somatico e non verbale del comportamento del paziente, cominciò ad individuare
una sorta di contatto biunivoco tra linguaggio verbale e linguaggio corporeo. Scoprì
ad esempio come molti suoi pazienti dimostravano una marcata tendenza a bloccare
la respirazione per controllare i propri vissuti emozionali; se a questo punto
li si incoraggiava ad ampliare la respirazione venivano alla luce forti emozioni,
come ad esempio la rabbia, seguita rapidamente da ricordi infantili chiarissimi
di situazioni in cui l'espressione del sentimento in causa era stata violentemente
inibita: "I nostri pazienti riferivano senza eccezione che nell'infanzia
avevano attraversato periodi in cui, attraverso determinate pratiche che influenzavano
le loro funzioni vegetative (trattenere il respiro, tendere la muscolatura addominale,
ecc.), avevano imparato a reprimere i loro impulsi di odio, angoscia e amore
Ogni
volta è sorprendente vedere come lo scioglimento di un irrigidimento muscolare
non solo libera energia vegetativa, ma riproduce anche quella situazione nella
memoria in cui la repressione della pulsione si è verificata. Possiamo
dire: ogni irrigidimento muscolare contiene la storia e il significato del suo
sorgere" (Reich, 2000). Egli si chiese così, per esempio, se un
certo insieme di tensioni muscolari non stesse ad indicare un preciso atteggiamento
anche psichico rispetto alla vita. Ad esempio se un torace cronicamente rigonfio,
una mascella tesa, gambe deboli, non fossero indicazioni precise di un vissuto
emozionale e quindi se analizzare queste difese non fosse più efficace
che invece esaminare le difese psichiche di un individuo. Come afferma De Luca:
"Reich fu tra i primi terapeuti a valorizzare la respirazione per consentire
una sana integrazione di mente e corpo, liberando il campo biologico corporeo
dalle tensioni e deformazioni croniche accumulate sotto le spinte emozionali.
Partendo dall'analisi delle resistenze (un postulato fondamentale della terapia
psicoanalitica di Freud) egli scoprì che queste barriere psicologiche,
che elaboriamo già a partire dalle prime fasi dello sviluppo psicosessuale,
tendono a trasformarsi in strutture rigide della muscolatura corporea, generando
vari 'segmenti' che possono trasformarsi in un'alterazione cronica dell'Io"
(De Luca, 1995). Reich si convinse così sempre più che individuare
il significato globale della struttura psichica dell'individuo doveva precedere
qualsiasi forma di intervento analitico: "Per struttura psichica intendiamo
la caratteristica delle reazioni spontanee, la condizione tipica per l'uomo determinata
da forze sinergiche e antagonistiche" (Reich, 2000). Se un'appropriata
analisi del carattere non avesse preceduto le consuete forme di intervento psicoanalitico,
l'analisi non avrebbe avuto successo, perché il carattere non è
altro che il modo di esistere nel mondo del paziente. Reich chiamò la struttura
difensiva del carattere "armatura caratteriale" e ne analizzò
l'organizzazione tanto sul piano fisico quanto sul piano psichico. Osservò
quindi che vi erano due livelli funzionali importanti nell'individuo, lo psichico
e il somatico, e giunse ad elaborare tecniche sempre più efficaci di lavoro
corporeo giungendo alla constatazione che ogni tensione muscolare contiene la
storia ed il significato della sua origine: "L'irrigidimento della muscolatura
è l'aspetto somatico del processo di rimozione e la base della sua conservazione
duratura" (Reich, 2000). Col tempo Reich individuò le modalità
di formazione della corazza caratteriale nel blocco dell'energia vitale (la libido
di Freud, che lui successivamente chiamerà "energia orgonica")
in seguito ad un trauma oppure al perpetuarsi d'uno stato di frustrazione. Egli
insistette sul fatto che una buona salute era possibile solo quando questa energia
poteva fluire liberamente nel corpo. La stratificazione temporale dei blocchi,
disposti in segmenti anulari lungo il corpo (segmenti trasversali e mai longitudinali
rispetto al tronco), segue un percorso dall'alto verso il basso, del tutto analogo
al processo di diffusione della libido nell'organismo del bambino. Reich giunse
a definire sette segmenti, dal segmento oculare al segmento pelvico, e perfezionò
tecniche fisiche di intervento che andavano dall'ampliamento della respirazione
al massaggio, alla pressione, alla modificazione posturale. Ecco come egli
espone i diversi segmenti in "L'analisi del carattere" (1973): "Il
primo anello dell'armatura è quello oculare. Si tratta di una contrazione
e di una immobilizzazione di tutti o quasi i muscoli nel globo dell'occhio, nelle
palpebre, nella fronte, nei sacchi lacrimali ecc. Le sue caratteristiche più
spiccate sono l'immobilità della pelle della fronte, delle palpebre, un'espressione
vuota oppure i globi oculari sporgenti, espressione simile a una maschera e immobilità
ai due lati del naso
Lo scioglimento del segmento oculare dell'armatura avviene
quando gli occhi vengono spalancati in segno di paura e quando le palpebre e la
fronte cominciano a muoversi, esprimendo emozioni. Anche i muscoli delle parti
superiori delle guance cominciano normalmente a cedere, soprattutto quando si
induce il paziente a fare delle smorfie
Il secondo segmento dell'armatura,
quello orale, comprende tutta la muscolatura del mento, della gola, della nuca
superiore (occipitale) e il muscolo anulare della bocca. Questi muscoli costituiscono
un'unità funzionale, perché l'allentamento dell'armatura del mento
riesce provocare contrazioni della muscolatura delle labbra e le relative emozioni
del pianto o del desiderio di suzione. Allo stesso modo l'instaurazione del riflesso
di vomito riesce a mobilitare tutto il segmento orale. In questo segmento le forme
espressive ed emozionali del pianto, del mordersi le labbra dalla rabbia, delle
urla, della suzione, delle smorfie sono legate alla libera mobilità del
segmento oculare
L'armatura del terzo segmento si serve essenzialmente della
bassa muscolatura del collo, del muscolo platisma e dei muscoli sternocleido-masteoidei.
Basta imitare il moto espressivo dell'ira o del pianto trattenuti, e si comprenderà
senza difficoltà la funzione emozionale dell'armatura del collo. La contrazione
spastica del segmento del collo coinvolge anche la lingua. Questo è facilmente
comprensibile dal punto di vista anatomico. La muscolatura della lingua inizia
sostanzialmente sulle vertebre del collo, e non sulle ossa inferiori del viso.
Per questo motivo la muscolatura spastica della lingua è collegata funzionalmente
allo schiacciamento del pomo d'Adamo e alla contrazione della muscolatura profonda
e superficiale del collo. I movimenti del pomo d'Adamo fanno vedere direttamente
quando un malato 'ingoia' letteralmente e in modo inconscio un affetto di ira
o di pianto. Questa tecnica di soffocare le emozioni è estremamente difficile
da eliminare
Il miglior modo per disturbare l'ingoiamento di emozioni è
la liberazione del riflesso di vomito
Il quarto segmento, quello del torace,
si manifesta con un rialzo dell'apparato osseo, nell'atteggiamento cronico di
inspirazione, in un respiro piatto e nell'immobilità del torace. Sappiamo
già che l'atteggiamento di inspirazione è lo strumento più
importante della repressione di emozioni di qualunque tipo. All'armatura del torace
partecipano tutti muscoli intercostali, i grandi muscoli pettorali, i muscoli
delle spalle (deltoidi) e il gruppo di muscoli situato sulle e fra le scapole
(latissimus dorsi). L'espressione dell'armatura del petto è soprattutto
caratterizzata dalla quiete o dall'autocontrollo, dal trattenersi e dal tenersi
indietro
le emozioni che insorgono nel segmento toracico sono essenzialmente
quella dell'ira urlante e del pianto a dirotto, dei singhiozzi e del desiderio
straziante
Il quinto segmento è quello del diaframma. Il segmento
che comprende il diaframma e gli organi che si trovano sotto di esso è
indipendente nella sua funzione dal segmento del torace. Ciò è dimostrato
dal fatto che il torace può diventare mobile, che l'ira o il pianto possono
comparire senza che sia stato eliminato il blocco del diaframma
Esso comprende
come anello di contrazione la parte anteriore dello stomaco, la parte inferiore
dello sterno, le ultime costole che girano indietro verso l'attaccatura del diaframma,
quindi dalla decima alla dodicesima vertebra toracica. Esso comprende essenzialmente
il diaframma, lo stomaco, il plesso solare con il pancreas che vi si trova davanti,
il fegato e i due fasci muscolari ben visibili lungo la spina dorsale nel punto
in cui si trovano le ultime vertebre del torace.
Se si invita il malato a
respirare, egli si metterà regolarmente a inspirare. La esalazione gli
è sempre estranea perché non l'avverte come un'azione spontanea...Il
blocco del diaframma è il meccanismo centrale della armatura in questa
regione. Perciò la distruzione di questo blocco è uno dei compiti
terapeutici centrali
La contrazione nella metà del ventre rappresenta
il sesto anello dell'armatura che funziona autonomamente. Lo spasmo del grande
muscolo addominale (rectus abdominis) è accompagnato da una contrazione
spastica dei due muscoli laterali (transversus abdominis) che vanno dalle costole
inferiori fino al margine superiore del bacino. Si possono tastare in quanto sono
fasci muscolari duri e dolorosi. Sulla schiena a questo segmento corrispondono
le ultime parti dei muscoli che corrono lungo la colonna vertebrale
Lo scioglimento
del sesto segmento dell'armatura è più facile di quello di tutti
gli altri segmenti. Dopo il loro dissolvimento è facile operare lo scioglimento
dell'ultimo segmento dell'armatura, il settimo, quello del bacino. L'armatura
del bacino comprende nella maggior parte dei casi quasi tutti i muscoli pelvici.
Il bacino nel suo complesso è tirato indietro ed è sporgente nella
parte posteriore. Il muscolo addominale sopra la sinfisi è doloroso. Lo
stesso dicasi degli adduttori delle cosce, sia di quelli superficiali che di quelli
situati in profondità. Il muscolo dello sfintere è contratto, e
perciò l'ano è tirato in su. Basta tirare in su i muscoli laterali
esterni del bacino (gluteies) per comprendere perché i muscoli dei glutei
sono dolorosi. Il bacino è 'morto' e privo di espressione. Questa mancanza
di espressività è l'espressione motoria della asessualità.
Emotivamente non si avverte nessun tipo di sensazione o di eccitazione. I sintomi
patologici invece sono estremamente numerosi. Vanno dalle lombaggini alle ulcere
intestinali, dall'infiammazione delle ovaie all'incapacità erettiva
Esiste
una specifica 'angoscia pelvica' e una specifica 'ira pelvica'. Esattamente come
nell'armatura delle spalle anche nell'armatura del bacino sono contenute emozioni
di angoscia e impulsi d'ira
". Un altro aspetto importante della
terapia di Reich è il lavoro sulla respirazione, che come vedremo nel prossimo
capitolo è il cardine centrale anche del rebirthing: "I disturbi della
respirazione nelle nevrosi sono sintomi consequenziali delle tensioni addominali
.I
bambini combattono solitamente i continui e penosi stati di angoscia che sentono
nello stomaco trattenendo il respiro
Trattenere il respiro e mantenere il
diaframma contratto è forse uno dei primi e più importanti atti
che hanno lo scopo sia di sopprimere le sensazioni di piacere nell'addome sia
di soffocare sul nascere l'angoscia addominale
Se la respirazione è
ridotta, si introduce meno ossigeno, praticamente solo quella quantità
necessaria alla conservazione della vita. Se nell'organismo viene prodotta meno
energia, allora le eccitazioni vegetative sono minori e quindi anche più
facili da dominare. La respirazione frenata dei nevrotici ha quindi, biologicamente
parlando, la funzione di ridurre la produzione di energia nell'organismo, e quindi
anche la produzione di angoscia" (Reich, 2000). Nonostante alcune idee
di Reich siano state aspramente criticate (vedi ad esempio il concetto di "energia
orgonica"), forse anche giustamente, molte sono le sue intuizioni che vengono
sviluppate oggi in diverse terapie corporee. Esempi importanti sono quelli di
G. Boyesen (1999) e di Boadella e Liss (1986). Altro autore molto importante
sull'asse mente-corpo-emozioni è Alexander Lowen, allievo di Reich, in
cui troviamo molte delle caratteristiche del maestro, ma anche alcune innovazioni.
Importante notare per quanto riguarda il nostro lavoro che egli mantiene, anzi
amplifica l'attenzione data al respiro dal suo maestro: "Il punto migliore
per cominciare è la respirazione, è questa la base della tecnica
che Reich impiegò nella terapia con me. La respirazione è forse
la funzione corporea più importante, dato che la vita ne dipende in modo
assoluto. Possiede la caratteristica di essere un'attività naturale e involontaria
soggetta però nello stesso tempo al controllo cosciente.
Quando
una persona è molto arrabbiata il respiro diventa più rapido, per
aiutarla a mobilitare una maggiore quantità di energia per l'azione aggressiva.
La paura ha l'effetto opposto: spinge la persona a trattenere il respiro perché
nello stato di paura l'azione è sospesa. Se la paura diventa panico come
quando una persona cerca disperatamente di sfuggire ad una situazione minacciosa,
il respiro si fa rapido e poco profondo. Nel terrore si respira a fatica, poiché
quest'emozione ha un effetto paralizzante sul corpo. In uno stato di piacere,
la respirazione è lenta e profonda. Tuttavia, se l'eccitazione piacevole
diventa godimento ed estasi, come nell'orgasmo sessuale, la respirazione diventa
molto rapida ma anche molto profonda, in risposta all'intensificata eccitazione
piacevole della scarica sessuale. Lo studio della respirazione di un individuo
permette al terapeuta di comprendere il suo stato emotivo" (Lowen, 1994).
Con Lowen, possiamo dire che si passa dall'analisi dell'armatura caratteriale
a ciò che lui ha chiamato "analisi bioenergetica": "Possiamo
essere d'accordo che occorre energia per far girare le ruote della vita. Per evitare
le dispute che potrebbero insorgere sull'uso del termine orgone, o su un qualsiasi
nome del genere, adopero il termine bioenergia per designare l'energia della vita;
e chiamo analisi bioenergenetica il mio tipo di trattamento che si fonda sulla
comprensione dei processi energetici che avvengono nel corpo" (Lowen, 1991). Lowen
si sforzò di dare rigore scientifico alle formulazioni di Reich, indagando
più profondamente i fattori eziologici originari della nevrosi e definendo
in modo accurato i principali tipi caratteriali. Diminuita l'enfasi sui processi
vegetativi, che contraddistingue tuttora la metodologia reichiana ortodossa, Lowen
dedicò maggior attenzione all'integrazione psicoemotiva dei valori dell'io,
ed alla relazione tra i livelli cognitivo, emozionale e corporeo, con particolare
attenzione alle funzioni scheletriche ed alla muscolatura volontaria. La visione
e la pratica terapeutica di Lowen si basano su alcuni principi reichiani di fondamentale
importanza, come l'identità funzionale tra tensione muscolare e blocco
emozionale: "Esprimere sentimenti allenta la tensione, permettendo al corpo
di recuperare la sua motilità, e in tal modo aumentarne la vitalità.
Questo è l'aspetto fisico del processo terapeutico. Per quanto riguarda
l'aspetto psicologico, si deve smascherare l'illusione, capirne l'origine nell'infanzia
e il ruolo di meccanismo cioè quella di unificare tutte le varie percezioni
di sopravvivenza" (Lowen, 1994), e la correlazione tra reazione emotiva inibita
e insufficienza respiratoria: "Respirare profondamente è sentire profondamente.
Se inspiriamo in profondità nella cavità addominale, quella regione
si anima. Se la nostra respirazione non è profonda, reprimiamo certi sentimenti
associati all'addome. Uno di questi è la tristezza, poiché l'addome
è interessato al pianto profondo, che è chiamato in inglese belly
cry (pianto di pancia) " (Lowen, 1991). Insoddisfatto però della
metodologia reichiana, Lowen vi apportò alcuni cambiamenti. Una rilevante
innovazione da lui introdotta è il grounding, parola intraducibile in italiano,
ma a cui potremmo assegnare il significato di "imparare a stare bene coi
piedi per terra". Quando Reich effettuava il lavoro fisico, infatti, operava
quasi esclusivamente con i pazienti in posizione distesa, Lowen invece effettua
i suoi interventi corporei per la maggior parte con il paziente in piedi, anche
se non disdegna affatto la posizione distesa. Nel setting loweniano allora
il paziente non è più sdraiato sul lettino, ma vive la maggior parte
della seduta in piedi, sottoponendosi a numerosi, faticosi e spesso dolorosi esercizi.
Lowen, infatti, mette a punto tutta una serie di attività fisiche che coinvolgono
le strutture muscolari e la respirazione, comprese inoltre varie metodiche legate
al massaggio, tecniche ben spiegate nel libro scritto assieme alla moglie "Espansione
ed integrazione del corpo in bioenergetica" (A. Lowen, L.Lowen, 1979), ma
non trascura l'analisi verbale: "Che ruolo ha l'analisi nella terapia bioenergetica?
Per
il paziente, conoscere le origini dei suoi conflitti è importante tanto
quanto lo è il raggiungimento dell'autoconsapevolezza attraverso le attività
del corpo. Per una terapia efficace i due approcci devono essere in perfetta sintonia
tra loro. Tutte le modalità della psicoterapia e della psicoanalisi vengono
usate in bioenergetica per un ulteriore comprensione ed espressione di se stessi.
Questo include l'interpretazione dei sogni e l'elaborazione analitica della situazione
di transfert. In contrasto con le altre forme di terapia, però, il lavoro
sul corpo è il fondamento sul quale si basano le funzioni egoiche dell'autocomprensione
e dell'autoconsapevolezza" (Lowen, 1984). Come riporta ancora Downing,
molti sono gli sviluppi delle terapie post-reichiane e soprattutto molti sono
oggi gli accorgimenti riportati alla tecnica di Reich in quanto i difetti originari
sono ormai troppo ampi per essere ignorati. Molte sono anche le combinazioni tra
terapie verbali e corporee, basta rivolgere la propria attenzione a quasi ogni
forma generica di terapia per trovarne una versione "corporea": la terapia
corporea junghiana, la terapia corporea dell'analisi transazionale, e così
via (Downing, 1995). La psicoterapia corporea si caratterizza allora, non solo
per l'uso diretto del corpo in terapia, ma fondamentalmente ed essenzialmente
per una differente teoria del funzionamento mente-corpo: non più di tipo
piramidale, con una mente che controlla tutto dall'alto, ma di tipo "circolare",
in cui tutti i vari piani psico-corporei contribuiscono in modo differenziato,
ma paritario, alla complessa organizzazione dell'organismo. La razionalità,
i ricordi, il mondo simbolico, e poi le posture e i movimenti, e ancora il mondo
delle emozioni, e infine l'insieme dei sistemi interni fisiologici, compresa la
respirazione, sono altrettante funzioni psico-corporee che, profondamente integrate
e interconnesse nel bambino, possono invece successivamente disconnettersi tra
di loro e diventare limitate e frammentate. La rabbia può manifestarsi
solo nella mascella e nei pugni inconsapevolmente serrati; un volto esprime tristezza
senza che la persona se ne accorga; una delusione diventa direttamente contrazione
allo stomaco; mani sudate e tachicardie svelano una paura non percepita; i pensieri
possono ritornare sempre sugli stessi punti; le fantasie possono essere ossessivamente
paurose; i muscoli tesi producono un perenne stato di allarme; e così via. Allo
stesso modo, l'aver utilizzato direttamente il corpo in terapia (toccandolo, mettendolo
in movimento, modificando posture e modi di muoversi, massaggiandolo in determinate
maniere, adottando un particolare modo di respirare), non può essere visto
solo come un'aggiunta di una nuova tecnica, ad altri modelli di psicoterapia ma
costituisce un fattore di trasformazione radicale di tali modelli. Quando si è
cominciato a lavorare col corpo e sul corpo in psicoterapia, sono stati messi
alla luce una serie di fenomeni, di relazioni, di processi fino a quel momento
non ancora inquadrati, che, hanno modificato profondamente il quadro epistemologico
di partenza, la cornice teorica iniziale, e naturalmente l'insieme delle tecniche
adottate. In psicoterapia corporea non ci si interessa del corpo limitandosi
solo a parlarne, o a coglierne le sensazioni interne, né ci si ferma solo
al guardare. All'ascolto e allo sguardo si aggiunge il contatto corporeo diretto.
Il corpo, allora, entra pienamente in scena all'interno della relazione, come
oggetto e come soggetto, come corpo che sente, che si muove, che interagisce,
come corpo protagonista di quanto accade. E questo in ogni caso: che il corpo
sia "preso" o appena toccato, che gli si faccia fare piccoli e delicati
movimenti o grandi movimenti, quando venga dato spazio all'affiorare spontaneo
delle sensazioni o quando si scelga la strada di sollecitarle dall'esterno. In
psicoterapia corporea emergono sensazioni e percezioni inusuali: quali tremiti,
formicolii, correnti e così via. Certe zone diventano calde o fredde, vengono
percepite pesanti o leggere, grandi e gonfie o piccole. Questi cambiamenti psicofisici
sono spiegati come un emergere di esperienze estremamente intense ma sepolte,
un affiorare di materiale corporeo "inconscio", di vissuti, emozioni,
ricordi e sensazioni fisiche perdute: uditive, tattili, visive, olfattive che
siano. E' indispensabile che, in terapia, queste arcaiche esperienze siano
rivissute, e rivissute su tutti i piani del Sé. E' indispensabile che siano
rese finalmente gratificanti e nutrienti, trasformandone gli esiti antichi e le
antiche tracce laddove siano connotate negativamente, per evitare che si ripetano
le stesse vicende drammatiche che i pazienti hanno già vissuto nel loro
sviluppo evolutivo: indifferenza, incomprensione, distacco, ostilità, sfiducia,
freddezza nei loro confronti. In questo possono essere utili tecniche di respirazione
come il rebirthing. Anche nel rebirthing, infatti, l'aspetto corporeo è
molto importante. La tecnica si basa principalmente su un particolare modo
di respirare, a cui possono venire abbinati determinati massaggi o manipolazioni
durante la seduta, (in questo troviamo molti punti di contatto con l'analisi bioenergetica
di Lowen), ed alla fine della sessione di respirazione il paziente racconta tutto
ciò che ha provato, sentito, o vissuto durante la seduta in modo che il
terapeuta possa dare, in base alle proprie competenze, un significato a quello
che è accaduto. Ricordo però, che non essendo ancora riconosciuta
come forma di psicoterapia, la tecnica può essere applicata non solo da
psicologi o psicoterapeuti ma anche da altre persone che l'abbiano praticata o
acquisita durante un corso didattico. Personalmente ho praticato il rebirthing
per più di sei anni, in sedute singole e di gruppo, in un centro di medicine
alternative, e sto ora frequentando il corso didattico ad Asti condotto dallo
psicoterapeuta Filippo Falzoni Gallerani rappresentante della psicologia transpersonale
in Italia, che è stato il primo professionista a portare in Italia la tecnica
del rebirthing sviluppando la scuola del "rebirthing ad approccio transpersonale". Cercherò
nei prossimi capitoli di spiegare il più esaurientemente possibile di cosa
si tratta, e le sue potenziali applicazioni in psicologia clinica.
CAPITOLO TERZO: DESCRIZIONE DELLA TECNICA DEL REBIRTHING
E SUA APPLICAZIONE IN PSICOLOGIA CLINICA Come già detto, il
rebirthing è una tecnica respiratoria molto semplice, che può facilitare,
attraverso un determinato modo di respirare, il contatto con emozioni e vissuti
repressi, permettendo di riportare alla coscienza, e quindi "rielaborare",
determinati "blocchi" emotivi traumatici. Ogni volta che formuliamo
giudizi negativi riguardo qualcosa, noi stessi o altre persone, proviamo sensazioni
spiacevoli nel nostro corpo. Abbiamo tutti un forte impulso ad essere felici,
ed un impulso altrettanto forte è quello di avere ragione. C'è quindi
la tendenza naturale nell'essere umano a non riconoscere dati di realtà
che comportano emozioni negative, in quanto richiamano sofferenza. Di conseguenza,
si cerca di evitare la consapevolezza di tutto ciò che si è giudicato
negativamente per sentirsi bene. Il termine "reprimere" significa
appunto fare in modo di non essere consapevoli. Ciò che abbiamo considerato
negativamente e poi represso diventa qualcosa da cui nascondersi o fuggire, e
la sensazione spiacevole che l'accompagna può rimanere nel corpo come tensione
cronica o come problema di altro tipo. Come affermano Leonard e Laut: "Il
rebirthing si serve delle sensazioni fisiche per arrivare alla mente. Tutto ciò
che è stato giudicato negativamente e represso ha lasciato una traccia
nel corpo, uno schema d'energia, che è rimasto, represso, in attesa di
tornare all'attenzione consapevole per essere integrato nel senso di gratitudine
e benessere" (Leonard, Laut, 1988). L'integrazione dei contenuti mentali
consiste nel diventare consapevoli di qualcosa che si è giudicato negativamente
e smettere di giudicarla tale. L'integrazione si può ottenere osservando
i contenuti mentali subconsci che emergono durante una sessione di rebirthing. Questa
moderna tecnica ha radici antichissime, in passato era praticata presso i monaci
buddhisti del Siam per ottenere stati profondi di coscienza, inoltre presenta
molti punti di contatto con varie tecniche yoga, in special modo con il kriya
yoga diffuso in occidente soprattutto grazie al maestro Paramahansa Yogananda,
capace di convertire centinaia di migliaia di persone in America al suo metodo.
Ci sono numerosi esempi del rapporto tra il ritmo respiratorio di un essere umano
e i suoi stati di coscienza, dice Yogananda: "Quando siamo assorbiti completamente
da qualche argomento automaticamente respiriamo con molta lentezza, la fissità
dell'attenzione si unisce alla lentezza del respiro
Una respirazione accelerata
o irregolare invece, inevitabilmente si accompagna a stati emotivi come la paura,
la collera, l'ansia ecc
La scimmia irrequieta respira 32 volte al minuto,
l'elefante, la tartaruga, la serpe e altri animali noti per loro longevità
invece hanno un ritmo respiratorio più lento di quello dell'uomo, la tartaruga
gigante ad esempio, che vive fino a 300 anni, respira solo quattro volte al minuto."
(Yogananda, 1971). Il rebirthing nasce negli Stati Uniti attorno ai primi anni
'70, grazie a Leonard Orr: "Ho imparato a respirare soltanto dieci anni dopo
essermi laureato. È vergognoso per il nostro sistema educativo che una
persona possa completare gli studi universitari senza sapere come respirare
Il
70% delle tossine e scorie del corpo viene espulso attraverso la respirazione,
la sudorazione è seconda come importanza, urinare e defecare assolvono
ancora meno della respirazione e della sudorazione. Senza respirare, l'organismo
umano morirebbe soffocato e avvelenato" (Orr, Halbig, 1996). Il termine
"rebirthing", tradotto di solito con "rinascita"deriva dalla
frequenza con cui le persone durante le sedute hanno sensazioni e a volte immagini
riguardanti la nascita. La tecnica si basa essenzialmente su un lavoro attraverso
la respirazione. Il respiro è circolare, cioè senza pause tra la
fine dell'inspirazione e l'inizio dell'espirazione e tra la fine dell'espirazione
e l'inizio dell'inspirazione, è detto anche respiro connesso, in quanto
appunto le fasi della respirazione sono fuse in cerchio, e questo diventa molto
importante se si vuole eseguire la tecnica correttamente. Il respiro è
completo, non deve essere solo addominale o solo toracico, deve essere ampio,
cercando di aprire lo spazio interno il più possibile senza forzare in
modo eccessivo ma naturalmente con una certa determinazione. Possiamo dire che
attraverso la respirazione, infatti, non assorbiamo solo gli elementi fisici contenuti
nell'aria ma anche una realtà più ampia che si estende all'intero
ambiente circostante: sensazioni, emozioni, sollecitazioni fisiche, modelli di
comportamento e influenze diverse. Il respiro deve essere fluido, naturale,
spontaneo, e può variare a seconda dei momenti e delle sensazioni che si
stanno vivendo. Anche lo svuotamento dei polmoni deve avvenire in modo naturale,
non forzato, l'aria viene lasciata defluire come accade in un profondo sospiro,
senza spingerla fuori con violenza. La respirazione è eseguita o solo attraverso
il naso o solo attraverso la bocca. Se si inspira dalla bocca si espira dalla
bocca, se si inspira dal naso si espira dal naso. Falzoni suggerisce: "Il
respiro attraverso il naso e più adatto nei momenti di concentrazione;
il respiro attraverso la bocca nei momenti di maggiore intensità emotiva.
Si può alternare la respirazione attraverso il naso e quella attraverso
la bocca secondo i momenti" (Falzoni, 1996). E' importante non trattenere
le eventuali tensioni o emozioni che si potrebbero manifestare, non opporre resistenza,
ma lasciar riaffiorare tutto quello che si è represso. Facilmente si possono
manifestare scoppi di pianto, risa, rabbia, quindi è molto importante non
trattenersi, ma lasciare che queste sensazioni abbiano libero sfogo e libera espressione.
Persone che invece non hanno particolari problemi, facilmente possono subito sperimentare
emozioni molto piacevoli, gioia intensa, sensazioni di beatitudine, di intuizione,
esperienze che potremmo paragonare alle cosiddette "peak experiences"
di cui parla Maslow: "Nelle peak experiences la persona si sente più
integrata (unificata, integra, 'tutta indivisa') che in altri momenti
Meno
in lotta con se stessa
Meno divisa tra un sé che sperimenta ed un
sé che osserva
La persona, diventando più puramente e singolarmente
se stessa, e più capace di fondersi col mondo, con quanto prima era il
non-sé
Si sente al culmine di ogni sua potenzialità, impiegando
tutte le sue capacità nel modo migliore e più pieno
Si sente
più intelligente, più percettiva, più spiritosa, più
forte, o più graziosa che in altre occasioni
Si riscontra allora quell'aspetto
di calma sicurezza e di giustezza, come se le persone sapessero esattamente quanto
stanno facendo, e lo facessero di tutto cuore, senza alcun dubbio, senza equivoci,
esitazioni o pentimenti parziali
La persona si sente come il motore primo,
più autodeterminata (anziché causata, eterodeterminata, impotente,
dipendente, passiva, debole, comandata). Si sente padrona di se stessa, pienamente
responsabile, pienamente volitiva, dotata di maggior libero arbitrio che in altre
occasioni, padrona del proprio destino; l'individuo autodeterminato" (Maslow,
1971). Come spiega bene Falzoni, la respirazione costituisce il cardine centrale
di questa tecnica, ma a sostegno di questa esperienza, vengono applicati all'inizio
o al termine di ogni sezione, dei metodi basati sul colloquio (psicoterapia breve)
e sulle tecniche contemplate dalla psicologia transpersonale, psicosintesi, training
autogeno, rilassamento profondo, ecc. In pratica si eseguono i seguenti passaggi: 1)
Rapido esame della storia del soggetto e chiarificazione della sua situazione
attuale. 2) Chiarificazione degli obiettivi sia a breve sia a lungo termine. 3)
Chiarificazione della dinamica dei meccanismi che inducono insicurezza, indecisione,
confusione e sofferenza, e delle problematiche concernenti l'affettività. 4)
Recupero dei ricordi alla base di alcuni comportamenti indesiderati (paura, insicurezza,
insoddisfazione, incapacità di lasciarsi andare) 5) Soluzione dei disturbi
fisici, psicosomatici, emotivi e mentali attraverso l'attivazione e l'armonizzazione
dell'energia per mezzo di esercizi di respirazione intensa e di rilassamento profondo,
con susseguente elaborazione degli stati di catarsi manifestati. 6) Chiarificazione
relativa ai meccanismi cosiddetti di "doppio legame" che caratterizzano
le problematiche di comunicazione e relazione. 7) Sviluppo delle potenzialità
e dei talenti che conducono alla realizzazione nel mondo materiale e interiore. 8)
Pianificazione relativa alla natura dell'io, della relazione che abbiamo con esso,
comprensione dei limiti della mente e della natura del sé. Sviluppo di
qualità positive come la simpatia, la comprensione, la neutralità,
il piacere di aiutare il prossimo portando positività in tutte le situazioni.
Sviluppo di una morale individuale in armonia con il Sé. 9) Istruzioni
ed esercizi adeguati per proseguire e approfondire la pratica e la ricerca in
modo autonomo (Falzoni, 1996). Dice ancora Falzoni: "Ciò che rende
le tecniche di respirazione ed il 'rebirthing' in particolare tanto efficaci,
non dipende esclusivamente dalla quantità di respiro che viene attivata,
se pure un respiro più ampio possa indurre benefici. La grandissima efficacia
deriva dalla combinazione dell'opportuno atteggiamento mentale associato all'energia
e alla vitalità indotta dal respiro, che sinergicamente permettono di accedere
ad esperienze di trascendenza. Questa pratica offre uno spettro vastissimo di
applicazione. Essa è adatta a chi cerca di migliorare la qualità
della vita, sia a chi si pone a confronto con i problemi esistenziali volendo
acquisire una conoscenza diretta della realtà, sia a chi vuol guarirsi
dai mali e dall'ansia della vita d'oggi, o a chi è interessato all'autorealizzazione"
(Falzoni, 1992). Anche lo psicologo G.Carenzi conferma: "L'ampiezza delle
dinamiche che questo metodo esplora, e le molteplici interazioni che nella sua
applicazione esso impone, lo inseriscono di diritto nell'ambito delle scienze
mediche e psicologiche, come uno dei più innovativi e semplici strumenti
per il miglioramento della qualità della vita" (Carenzi, 2000). Secondo
il fondatore del rebirthing Leonard Orr si possono individuare in questa tecnica
cinque elementi essenziali che possono essere così riassunti: 1)
1) Respirazione circolare 2) 2) Rilassamento completo 3) 3) Focalizzazione
sul presente 4) 4) Integrazione delle esperienze 5) 5) Ogni azione ha un
contesto di significato Riguardo la respirazione circolare, abbiamo già
detto come debba essere continua e ininterrotta, senza pause, ma anche profonda
e rilassata, senza sforzo, caratterizzata da un abbassamento naturale della gabbia
toracica e dalla distensione progressiva delle relative muscolature e degli organi.
L'intervallo di tempo che va dal momento in cui si inizia il respiro circolare
a quello in cui si ha una "integrazione dell'esperienza" corrisponde
a un "ciclo respiratorio" completo. Dice L.Orr "Un ciclo energetico
compiuto, che dura circa una o due ore, può portare sensazioni fisiche
forti, persino paurose o dolorose, ma sappi che sono solo fenomeni temporanei
che scompaiono quando continui la respirazione collegata. Un segno che hai completato
un ciclo è quando le sensazioni si acquietano e spariscono spontaneamente,
e ti senti calmo e in pace
se ti accorgi di non riuscire a mantenere il ritmo
della respirazione, riposati e riprovaci. Se hai respirato per più di due
ore e non ti senti in pace, forse dovresti smettere, e riprovarci nella settimana
successiva. Potresti comunque sentirti magnificamente già la mattina seguente,
dopo una buona dormita. Il paradosso della respirazione è che dà
simultaneamente energia e rilassa" (Orr, 1996). Vi possono essere diversi
tipi di schemi di respirazione circolare, che possono avere effetti diversi in
circostanze diverse, si può variare il volume dell'inspirazione, la velocità,
se il respiro passa per il naso o per la bocca o ancora se l'aria viene immessa
nella parte inferiore, media o superiore dei polmoni. Ogni tipo particolare di
respirazione circolare determina un accrescimento dell'area di consapevolezza
e una possibilità diversa di integrare gli schemi di energia repressa.
Si possono descrivere tre tipi fondamentali di respirazione basati sul ritmo.
Un ritmo pieno e lento: è ideale per avviare una sessione di respirazione
oppure quando si è appena integrato uno schema energetico e si sta iniziando
con il seguente. L'ampiezza del volume d'aria consente una maggior consapevolezza
del modello di energia; la lentezza agisce con una graduale commutazione alla
calma che agevola la distensione e la concentrazione. Ritmo veloce e superficiale:
le ricerche hanno confermato che si tratta del ritmo che consente meglio l'emergere
di uno schema mentale ed energetico; la respirazione superficiale e rapida permette
di affrontare meglio l'afflusso intenso dell'energia e delle relative cariche
emotive che si liberano. Se si usa questo tipo di respirazione, il terapeuta dovrà
aiutare chi respira a concentrarsi sui particolari dello schema energetico per
facilitarne l'integrazione. Ritmo veloce e profondo: in generale vale la regola
che la respirazione rapida aiuta a mantenere il contatto con il corpo, invece
quella profonda e lenta tende a far avere meno consapevolezza del corpo mentre
dissolve antichi schemi che lo condizionano. Una respirazione veloce e profonda
è di grande aiuto quando gli schemi che affiorano tendono a farci abbandonare
il corpo, dissolvendo la consapevolezza dell'esistenza fisica, o generando stati
di sonnolenza. In tal caso stimolando il soggetto a immagazzinare un maggiore
afflusso di aria la consapevolezza corporea si accresce, mentre la velocità
accelera il processo di integrazione (Leonard, Laut, 1988; De Luca, 1995). Come
fa notare Carenzi (2000) ci possono inoltre essere molte volte alcune distorsioni
del respiro che determinano una respirazione comunque mutilata e incompleta. Ciò
può avvenire sia nella fase inspiratoria che in quella espiratoria.
Quando l'inspirazione è molto forzata può essere fortemente presente
una tensione dovuta all'istinto di lotta che predispone il corpo alla rigidità,
penalizzando la naturalità. Questa forma di respirazione implica molta
fatica e raramente conduce ad una buona integrazione in quanto la persona è
talmente impegnata a dare il massimo che non trova la possibilità di abbandonarsi
realmente. Se l'inspirazione è blanda o poco profonda l''aria che viene
espirata è superiore a quella inspirata, cosicché si crea una situazione
esattamente opposta a quella voluta, perché tale meccanismo aumenta semplicemente
l'eliminazione di anidride carbonica. Per quanto riguarda l'espirazione essa
è semplicemente la conseguenza dell'inspirazione quindi deve essere naturale
e spontanea.Quando l'espirazione è trattenuta, l'aria non viene lasciata
andare naturalmente ma vi è appunto la tendenza a trattenerla, ciò
denota paura o tensione da parte della persona. Se l'espirazione è
forzata ci si riporta anche qui a un meccanismo di lotta che non si concilia con
una espirazione spontanea. Se si effettuano pause dopo l'inspirazione o l'espirazione,
in entrambi i casi il respiro non è completo e connesso, nel primo caso
il soggetto inspira e poi si ferma quasi avesse bisogno di controllare cosa c'è
sotto prima di rilasciare il respiro; nel secondo caso il meccanismo è
paragonabile ad una scelta che va fatta e ribadita in ogni momento della propria
esistenza. Tutte queste dinamiche portano ad un allontanamento dall'obiettivo
primario della respirazione e possono favorire l'insorgere di fenomeni di iperventilazione
o alcalosi. Riguardo al rilassamento completo, il secondo dei cinque elementi,
sappiamo che c'è un attuale diffusione delle cosiddette "terapie di
rilassamento", ma il rebirthing è qualcosa di più. Nel rebirthing
il rilassamento è molto importante all'inizio della seduta per facilitare
il processo di respirazione, inoltre esso sopravviene in modo spontaneo e naturale
alla fine di ogni seduta. Diciamo inoltre che la respirazione avviata in maniera
coordinata e regolare può determinare uno stato immediato di calma e di
allentamento delle tensioni e agevolare il flusso dell'energia nel corpo nella
mente. Nonostante il rebirthing non voglia essere una terapia di rilassamento,
tuttavia può considerarsi per le reazioni organiche e psichiche di allentamento
delle tensioni, una efficace tecnica di rilassamento. Il terzo elemento come
abbiamo detto è la focalizzazione sul presente. Durante il rebirthing è
molto importante concentrarsi sulle sensazioni che avvengono al momento, essere
presenti nel corpo, sentire ogni parte di esso e come risponde in base al nostro
modo di respirare, osservando tutto ciò che accade, formicolii, rigidità,
dolori, immagini, in modo così da poter integrare ed elaborare tutto quello
che succede. Dicono Leonard e Laut: "La repressione è a strati,
come la buccia delle cipolle, e ogni volta che si solleva uno strato appare quello
sottostante" (1988). Arriviamo così al quarto elemento, l'integrazione
delle esperienze, che significa appunto la capacità di elaborare tutto
ciò che accade. Per elaborare ed integrare le situazioni che fanno parte
della nostra vita è importantissima la capacità di "accettare"
ciò che accade, come sostiene un grande maestro spirituale dell'oriente
J.Krishnamurti "Quando la vostra mente possiede la qualità che la
rende capace di non agire per dei motivi ideologici (perché se si agisce
in base ad un ideale qualsiasi si crea divisione), quando la mente non ha alcun
ideale e quindi non sta facendo alcun tentativo per cercare di ottenere qualcosa
di diverso da quello che ha, è del tutto aperta e pronta a vedere la realtà
dei fatti" (Krishnamurti, 1981). Per fare questo dobbiamo annullare ogni
giudizio buono o cattivo, giusto o sbagliato, positivo o negativo, per accogliere
l'esperienza recettiva della mente. Il quinto e ultimo elemento è che
ogni azione ha un contesto di significato: tutto quello che facciamo in realtà
provoca una modificazione e un cambiamento, non esiste una sola via per arrivare
alle cose, può essere importante quindi riconoscere l'aspetto positivo
in tutto quello che succede. Come dice Falzoni: "E' sostanziale che si
assuma un atteggiamento positivo per osservare tutte le sensazioni che emergono,
senza fuggirle o giudicarle, e anziché rimandare nuovamente indietro nell'ombra
preconscia i pensieri sgradevoli, prenderne atto
Invece di subire i pensieri
possiamo liberarci da quelli che ci fanno male e sono dannosi, riconoscendo e
applicando quelli che ci servono positivamente e ci dirigono verso il bene (Falzoni,
1992). A questo proposito uno studioso del pensiero positivo J. Murphy, dice:
"Il subconscio è saggio e conosce la risposta ad ogni domanda, però
non muove nessun tipo di obiezione logica e non s'impegola con voi in nessuna
discussione
.Nel momento in cui vi dite che la situazione non ha via d'uscita,
vi private da soli dell'aiuto che il discernimento e la sapienza del vostro subconscio
potrebbero darvi
" (Murphy, 1990), ed anche la terapia della gestalt
ci insegna ad ampliare il contesto delle nostre esperienze, adattandoci alle difficoltà,
ma anche affermando il nostro diritto alla vita: "L'individuo, infatti, deve
cambiare costantemente se desidera sopravvivere. È proprio quando l'individuo
diventa incapace di modificare le sue tecniche manipolative e interattive che
insorge la nevrosi. Quando l'individuo si fissa in un modo di agire superato,
è meno capace di soddisfare uno qualsiasi dei suoi bisogni di sopravvivenza,
ivi inclusi i bisogni sociali. E il grandissimo numero di individui alienati,
privi di senso di identità e isolati che ci circonda costituisce ampia
prova che questa incapacità può verificarsi facilmente" (Perls,
1977). Anche Aaron T. Beck, uno dei principali teorici delle terapie cognitive,
dice: "Il pessimismo spazza il pensiero del paziente depresso con la forza
di un'onda oceanica
I pazienti depressi hanno una particolare inclinazione
ad aspettarsi avversità future e a viverle come se accadessero nel presente
o fossero già accadute. Per esempio un uomo che aveva subito un lieve rovescio
in affari, cominciò subito a pensare ad una bancarotta. Via via che sviluppava
il tema della bancarotta, cominciò a considerarsi già fallito. Di
conseguenza, cominciò ad esser triste proprio come se fosse davvero andato
in bancarotta" (Beck, 1984). Infine Goleman sottolinea così quest'aspetto:
"Essere ottimista, come pure essere inclini alla speranza, significa nutrire
forti aspettative che, in generale, gli eventi della vita volgeranno al meglio
nonostante i fallimenti e le frustrazioni. Dal punto di vista dell'intelligenza
emotiva, l'ottimismo è un atteggiamento che impedisce all'individuo di
sprofondare nell'apatia o nella depressione e di scivolare nella disperazione
di fronte a situazioni difficili" (Goleman, 1996). Una cosa molto importante
che sicuramente si può imparare a fare è cercare di dare alle situazioni
la spiegazione più neutrale possibile, cercando di osservare ciò
che è dovuto ad una nostra "proiezione" e ciò che invece
corrisponde di più a canoni di oggettività, possono essere utili
a questo proposito i concetti di "mappa" (l''idea che ci siamo fatti
di una cosa) e "territorio" (ciò che veramente è quella
cosa). Prima che il soggetto inizi la sua prima sessione di respirazione, è
necessario spiegare bene cosa potrà accadere durante la seduta, in modo
da preparare la persona a determinate esperienze che altrimenti potrebbero sembrare
anormali e creare paura o tensione nel soggetto. Riporto a questo titolo la esauriente
delucidazione che Falzoni propone di dare prima della seduta: "La respirazione
è una tecnica molto rapida ed efficace, in grado di dispensare esperienze
particolarmente intense che è bene affrontare nel modo giusto. Sappiamo
che ogni tensione, dispiacere, trauma, si ripercuote sul respiro irrigidendolo,
quindi, respirando liberamente e profondamente come faremo in questa seduta, e
cioè liberando il respiro, è possibile che inizialmente emergano
proprio queste tensioni represse e rimosse. E' bene che questo accada, le eventuali
sensazioni sgradevoli sono benvenute in quanto manifestazioni di qualcosa di cui
ti stai liberando. Se hai soppresso un dispiacere profondo, che forse hai anche
dimenticato a livello cosciente, respirando è possibile che esso riemerga
e che magari ti venga da piangere. È un pianto liberatorio che ti farà
bene; poi ti sentirai più leggero e più libero; se ti succede lascialo
sfogare, non controllarti, dirigi il respiro con la volontà ma lasciati
andare alle sensazioni. Se insorgono stati piacevoli tanto meglio, ma se provi
dolore lascia che si manifesti. Ascoltalo, osservalo per quello che è.
Di solito la prima seduta è accompagnata principalmente da sensazioni fisiche.
È probabile che tu senta formicolio alle mani oppure anestesia o rigidità
in alcune parti del corpo. Non considerarli "sintomi" pericolosi, sappi
che non c'è alcun pericolo nel respirare, che la pressione e la circolazione
non ne vengono alterate. Considera questo formicolio il flusso elettrico dell'energia
nei tessuti. Proverai certamente la percezione diretta del corpo fisico attraversato
dal corpo energetico. Se ci sono dei blocchi energetici, riuscirai a superarli
solo continuando a respirare. Ti accorgerai che ad ogni seduta corrispondono sensazioni
differenti e che tali sensazioni, diventando via via sempre più piacevoli,
ti daranno l'obiettiva consapevolezza dei cambiamenti che sono avvenuti. Io ti
starò vicino, se non mi sentirai dire nulla vuol dire che la tua respirazione
è corretta; se vedrò che fai qualche errore (pause tra inspirazione
ed espirazione, respiro incompleto o se ti assopirai) ti richiamerò. Durante
la respirazione lasciati andare a ciò che emerge. Chiedimi qualunque cosa
di cui avessi bisogno. Slaccia la cintura, togli le scarpe e, se te ne fossi dimenticato,
ricorda di andare alla toilette perché la respirazione stimola la diuresi,
e l'impulso di orinare potrebbe costringerti ad interrompere la seduta. Ora sdraiati
comodo. Metto un sottofondo musicale, lasciati andare alla musica, al respiro,
alle sensazioni
il respiro
circolare
profondo
libero
ininterrotto
fluido
" (Falzoni, 1996). Per quanto riguarda
il setting, le sedute individuali o di gruppo, possono svolgersi in qualsiasi
luogo tenendo conto però di determinati accorgimenti: il luogo deve essere
pulito, isolato e silenzioso, si può respirare anche all'aperto, ad esempio
in un giardino, l'importante e che ci sia protezione da rumori esterni o possibili
interruzioni, questo perché nelle sedute in cui si manifestano catarsi
e blocchi emozionali, il soggetto può mettersi a piangere e gridare disturbando
e spaventando chi si trovasse a passare di lì per caso, ma anche per tutelare
il soggetto che durante la sessione respiratoria vede amplificata la sua sensibilità;
è quindi importante che la seduta non sia interrotta in modo brusco. Se
la seduta si svolge in un luogo chiuso sarebbe meglio dotarsi di un purificatore
d'aria e/o di uno ionizzatore. In palestre o stanzoni male areati ci possono essere
cattivi odori, come sudore etc., condizioni le quali può essere difficoltoso
respirare, può essere quindi utile ad esempio bruciare dei bastoncini di
incenso. La posizione in cui si pratica la respirazione è quasi esclusivamente
quella supina, sdraiandosi su un tappeto o un materasso, l'importante è
che la posizione sia confortevole, mentre solo dopo aver acquisito una certa padronanza
della tecnica è possibile respirare in altre posizioni come seduti ecc.
Per quanto riguarda la durata è preferibile una certa flessibilità,
in quanto ogni seduta è diversa da un'altra, e la durata di un ciclo respiratorio
non è mai identica. Di solito si lasciano a disposizione del soggetto un
paio d'ore, calcolando una mezz'ora per il colloquio iniziale e un'altra mezz'ora
per la condivisione finale, così che la seduta di respirazione vera e propria
dura circa un'ora, ma nei seminari residenziali di gruppo dove il tempo a disposizione
è alquanto maggiore, alcune persone riescono a respirare anche per tre
o quattro ore di seguito (una delle mie sedute più intense è durata
due ore e mezza
). Naturalmente è molto importante essere assistiti
durante la respirazione, almeno nelle fasi iniziali quando si è inesperti
e si conosce poco la tecnica. Come dice Lowen: "Il viaggio alla scoperta
di sé che costituisce il processo terapeutico non può essere intrapreso
da soli. Come Dante nella divina commedia, il viaggiatore è smarrito e
confuso, Dante nella sua angoscia, implorò l'aiuto della sua protettrice
in cielo, Beatrice, che gli inviò Virgilio a fargli da guida per una strada
che passava per l'inferno, piena di pericoli per il viandante" (Lowen, 1994).
Il compito di chi assiste, quindi, come in tutte le pratiche di questo genere,
è naturalmente molto importante. Oggi molti studi confermano quanto sia
determinante la capacità di relazionarsi con il paziente, come riporta
a questo proposito R.Paguni: "Molti dati sembrano indicare che l'alleanza
terapeutica rappresenti un potenziale di previsione di buon risultato terapeutico
in un'ampia varietà di situazioni e contesti psicoterapici. Il coinvolgimento
del paziente sembra decisamente collegato al suo cambiamento" (Paguni, Pani,
1997). E' necessario quindi che si instauri prima di tutto una buona relazione
tra chi assiste e chi dovrà respirare, in quanto se manca un rapporto positivo
improntato su fiducia e sicurezza la seduta potrebbe non dare gli effetti desiderati.
E per instaurare una buona relazione naturalmente la capacità di comunicare
è fondamentale; importantissimi sono allora a questo riguardo gli studi
di Gregory Bateson, Paul Watzlawick e altri pionieri della scuola di Palo Alto
che hanno portato alla luce concetti come quello di "doppio legame"
e "metacomunicazione". Ecco un esempio pratico di doppio legame riportato
da G. Bateson: "Un giovanotto che si era abbastanza ben rimesso da un accesso
di schizofrenia ricevette in ospedale una visita di sua madre. Contento di vederla,
le mise d'impulso il braccio sulle spalle, al che ella s'irrigidì. Egli
ritrasse il braccio, e la madre gli domandò: 'Non mi vuoi più bene?'.
Il ragazzo arrossì, e la madre disse ancora: 'Caro, non devi provare così
facilmente imbarazzo e paura dei tuoi sentimenti'. Il paziente non poté
stare con la madre che per pochi minuti ancora, e dopo la sua partenza aggredì
un inserviente e fu messo nel bagno freddo" (Bateson, 1976). Questi studi
mostrano come la comunicazione può essere effettuata in modo verbale o
non verbale, ed è quindi impossibile non comunicare, ma anzi molto frequenti
sono i casi di paradosso e illogicità in cui ci si viene a trovare senza
rendersene conto. Paul Watzlawick mette in luce come davanti ad ogni tipo
comunicazione possiamo adottare un atteggiamento fondamentalmente di tre tipi:
"Conferma", "Rifiuto" e "Disconferma". Possiamo
quindi essere d'accordo (conferma) con ciò che dice il nostro interlocutore,
possiamo non essere d'accordo (rifiuto), ma possiamo anche "disconfermare"
ciò che qualcuno ci sta dicendo: "La terza possibilità è
probabilmente la più importante sia per la pragmatica della comunicazione
umana che per la psicopatologia. È il fenomeno della disconferma che, come
vedremo, è del tutto diverso da quello del rifiuto totale delle definizioni
che gli altri danno di sé
Laing cita William James che una volta ha
scritto: ' Se fosse realizzabile, non ci sarebbe pena più diabolica di
quella di concedere ad un individuo la libertà assoluta dei suoi atti in
una società in cui nessuno si accorga mai di lui'
Non c'è il
minimo dubbio che una situazione simile porti alla 'perdita del Sé' che
non è niente altro che la traduzione del termine 'alienazione'. La disconferma
(che osserviamo nella comunicazione patologica) non si occupa più della
verità o della falsità (se ci fossero tali criteri) della definizione
che P ha dato di sé, ma piuttosto nega la realtà di P come emittente
di tale definizione. In altre parole, mentre il rifiuto equivale al messaggio
'Hai torto', la disconferma in realtà dice 'Tu non esisti'
"
(Watzlawick, Beavin, Jackson, 1971). Importanti sono allora le parole di C.R.Rogers:
"Allo stadio attuale dell'elaborazione teorica della terapia centrata sul
cliente, c'è un ulteriore tentativo di descrivere ciò che accade
nelle relazioni terapeutiche più soddisfacenti ossia il modo in cui si
realizza l'ipotesi di base. Con questa formulazione si afferma che la funzione
del consultore consiste nell'adottare (nella misura in cui ne è capace)
lo schema di riferimento del cliente, nel percepire il mondo così come
lo vede il cliente, nel percepire il cliente stesso così come egli vede
se stesso e nel comunicare al cliente un po' di questa comprensione empatica"
(Rogers, 1997). Interessanti sono a questo proposito gli studi compiuti da Milton
Erickson e sviluppati oggi attraverso tecniche quali la "programmazione neurolinguistica"
da R.Bandler e J.Grinder (1981). Essi sottolineano quanto sia importante andare
incontro al cliente all'interno del suo universo, cercando di comprendere qual
è il modo prevalente di comunicare del paziente: visivo, auditivo o cenestesico,
effettuando poi ciò che essi chiamano "ricalco" in modo da sintonizzarsi
completamente col modo di vedere il mondo del paziente. Anche Goleman ribadisce:
"Il grado di comunicazione emozionale che l'individuo percepisce in un'interazione
si rispecchia nella misura in cui i movimenti dei soggetti interagenti sono rigorosamente
orchestrati mentre si parlano, un indice, questo, solitamente inconsapevole, di
vicinanza. Una persona annuisce quando l'altra spiega qualcosa, o entrambi spostano
la sedia nello stesso istante, oppure uno si sporge in avanti mentre l'altro si
allontana. L'orchestrazione può essere impercettibile, come se le due persone
stessero dondolandosi allo stesso ritmo su delle sedie girevoli. Proprio come
osservò Daniel Stern a proposito della sintonia fra madri e figli, lo stesso
tipo di reciprocità stabilisce un legame fra i movimenti di individui che
presentano un contatto emozionale" (Goleman, 1996). Per impostare correttamente
una seduta è quindi importante tenere conto di questi elementi. Il
modo migliore di svolgere questo delicato compito consiste nel mantenere uno stato
di attenzione rilassata, stimolando dolcemente il processo in corso interferendo
il meno possibile con chi respira. Non è vietato il contatto fisico, anzi,
in alcuni momenti può rivelarsi molto benefico, si può quindi tenere
la mano al paziente, effettuare tocchi e massaggi in determinate parti del corpo
doloranti o contratte per favorire uno sblocco energetico, ma sono sconsigliati
interventi troppo invadenti come abbracci e coccole (anche se ciò dipende
dal proprio quadro di riferimento teorico), oppure parlare o far parlare il paziente
durante la seduta. In ogni modo le regole non sono mai rigide ed è
importante mantenere un contatto empatico, cercando di sintonizzarsi con il mondo
interiore del paziente, per riuscire a "vedere" il mondo come lui lo
vede, e capire così qual è l'intervento più adeguato al momento
opportuno; può essere utile che chi assiste effettui lui stesso qualche
minuto di respirazione per raggiungere uno stato mentale di calma e attenzione
fluttuante. Dice Stanislav Grof: "Nelle sedute che utilizzano gli stati
non ordinari di coscienza, il ruolo del paziente e dell'analista è in tutto
differente da quello della psicoterapia tradizionale: il terapeuta non è
l'agente attivo che causa i cambiamenti nel paziente con i suoi interventi specifici,
ma è qualcuno che coopera in maniera intelligente con le forze interiori
di guarigione del cliente. La comprensione di questo tipo di ruolo è in
assoluta sintonia con il significato originario della parola greca therapeutés,
cioè 'La persona che assiste durante il processo di guarigione'; ed è
anche in accordo con l'approccio alla psicoterapia sostenuto da C.G.Jung: per
lui l'analista ha appunto il compito di mediare un contatto e uno scambio con
il sé interiore, che poi guiderà il processo di trasformazione e
di individuazione del paziente" (Grof, 1996). Anche la teoria di Rogers,
centrata sul cliente, come già citato, suggerisce quanto il ruolo del terapeuta
sia molto più frequentemente associabile a quello di accompagnatore che
cammina vicino al cliente, assecondandolo e sostenendolo durante il suo percorso
di sviluppo interiore e di accrescimento della consapevolezza. Terminata la
seduta si lascia il paziente in silenzio e tranquillità in modo che possa
godersi il benessere dovuto alla respirazione, oppure dopo qualche minuto si può
guidare il paziente in esercizi di rilassamento. In alcune scuole dove vengono
praticate tecniche molto simili al rebirthing alla fine della seduta vengono lasciati
dei colori in modo che il soggetto possa rappresentare con un disegno la propria
esperienza, è il caso ad esempio della "respirazione olotropica"
di Stanislav Grof (1996). Per quanto riguarda il decorso della terapia, nonostante
ogni individuo abbia naturalmente un proprio percorso unico, si possono individuare
degli elementi comuni. La maggior parte dei soggetti che non soffrono di patologie
gravi sperimentano nelle prime sedute sensazioni molto intense, piacevoli, o solo
leggermente dolorose. Queste possono riguardare formicolii, tremori, l'irrigidimento
o paralisi degli arti. Altri soggetti, magari più nervosi o che hanno
subito traumi, possono invece avere reazioni emotive molto intense come pianto,
urla, grida, rabbia ecc. Molto interessante è il fatto che l'affiorare
delle emozioni rimosse coincide con la scomparsa dell'irrigidimento o la paralisi
precedente degli arti, poiché ciò porterebbe a pensare che alla
base di queste esperienze vi sia un eccessivo autocontrollo emozionale, e le parestesie
in quanto tali non siano dovute alla sola iperventilazione (quest'ultima, infatti,
secondo le teorie mediche, è la causa della tetania attraverso il processo
di alcalosi sanguigna). In molte occasioni è possibile vedere individui
che passano dal riso al pianto o viceversa. Nella maggior parte dei soggetti,
si registra la scomparsa delle sensazioni sgradevoli nelle prime sedute, per lasciare
poi il posto a sensazioni via via sempre più gradevoli. Ci sono casi
in cui i soggetti dopo pochi minuti di respirazione si addormentano. Pur essendo
una minoranza, diventa un problema cercare di far respirare queste persone, di
solito sono individui sempre molto attivi o che soffrono di insonnia, e quindi
il rebirthing soddisfa la loro necessità principale, evitando però
così il raggiungimento di elaborazioni più profonde. In altri casi
il sonno può essere un meccanismo di difesa per evitare di affrontare problemi
profondi. Se si tratta di una necessità fisiologica di solito dopo una
decina di minuti il paziente rinvigorito comincia a respirare correttamente, mentre
nell'altro caso il sonno diventa una continua necessità impellente che
accade ogni volta in cui si sta per verificare qualcosa di importante, in tali
casi sarebbe consigliabile stimolare la persona a respirare con frequenti richiami. Per
quanto riguarda le applicazioni terapeutiche, il rebirthing può essere
utile in un vasto campo, e soprattutto in quelle manifestazioni in cui è
il respiro è la componente centrale, come ad esempio ansia, attacchi di
panico e asma. Studi controllati svolti presso il reparto di pneumonologia
dell'ospedale Monaldi di Napoli da A.De Falco e A.De Luca mostrano miglioramenti
significativi in disturbi come asma bronchiale, pertosse, rinite ed enfisema (De
Luca, 1995). A proposito dei meccanismi legati all'ansia e alla depressione
afferma Falzoni: "Di fronte alla tensione e allo stress si trattiene involontariamente
il respiro irrigidendosi. Una respirazione limitata produce stati depressivi (a
volte anche acuti) e predispone a molti disturbi. I tentativi spontanei di respirare
liberamente, quando avvengono senza che il soggetto ne sia consapevole, inducono
a loro volta nuovi stati di ansia. Rieducando il soggetto a una respirazione libera,
dopo le prime sessioni nelle quali vengono scaricate tensioni e traumi e a volte
elaborati processi psicodinamici, l'ansia e la depressione scompaiono drasticamente.
Durante questo processo avvengono apprezzabili progressi nell'armonizzazione di
diversi livelli mentali. A volte ha luogo una rapida esplorazione dell'inconscio,
la quale può rivelare i motivi essenziali che hanno contribuito all'insorgere
del processo patologico. Il soggetto impara a mantenere uno stato di flessibilità
e di equilibrio praticando anche in modo autonomo la respirazione iniziando a
relazionarsi con il sé interiore" (Falzoni, 1996). Ultimamente,
all'ospedale San Raffaele di Milano, il professor Battaglia dopo dieci anni di
ricerche ha trovato una relazione tra attacchi di panico e respiro. Si vede come
i soggetti che soffrono di attacchi di panico sono ipersensibili all'eccesso di
anidride carbonica. Afferma ancora Falzoni: "Non si tiene conto di molti
fattori come il fatto che l'eccesso di anidride carbonica dovuta ad una cattiva
respirazione è spesso associata ad emozioni trattenute e a blocchi energetici;
inoltre non sono neppure approfonditi i meccanismi dell'iperventilazione, che
nelle sue prime fasi ad esempio provoca un aumento dell'anidride carbonica e successivamente
un suo abbassamento" (da un articolo sui DAP tratto dal sito internet dell'A.R.A.T,
l'associazione del rebirthing ad approccio transpersonale). Molto interessante
è quindi l'applicazione del rebirthing riguardo questo disturbo. Attraverso
le discussioni del corso didattico da me frequentato molti colleghi "rebirthers"
hanno più volte testimoniato dei buoni risultati raggiunti con questa tecnica
quando applicata a persone sofferenti di attacchi di panico, lo stesso dottor
Falzoni riferisce ottimi risultati, tanto che in alcuni casi già dopo la
prima seduta la persona ha dei miglioramenti evidenti. Questo sembra dovuto al
fatto che la persona durante la seduta sperimenta fenomeni simili, ma è
preparato ad affrontarli in modo opportuno, rassicurato sul fatto che non sono
pericolosi, e tranquillizzati dal contesto terapeutico in cui è presente
una persona vicina che è pronta a dare un significato a ciò che
accade per favorire un'elaborazione cosciente dei vissuti emergenti. Ricordiamo,
infatti, che gli attacchi di panico sembra siano anche dovuti a una ipersensibilizzazione
del locus ceruleus, soprattutto a causa dell'evitamento di determinate situazioni,
che porta a un certo punto delle scariche adrenergiche quando superano una determinata
soglia. Il rebirthing può essere altresì utile nei casi di tossicodipendenza,
è praticato infatti all'interno del programma di riabilitazione per tossicodipendenti,
con buoni risultati, in una comunità in provincia di Vicenza, la "Cà
delle ore" di Breganze. Il modello di intervento è denominato "Progetto
Sankalpa" ed è guidato dal frate francescano Padre Ireneo Forgiarini.
Falzoni riferisce che esiste ancora un monastero ai confini tra la Thailandia
e la Corea, centro di ricerca interiore e di terapia, che utilizza la respirazione
anche per la cura dei tossicodipendenti, pare con eccellenti risultati (Falzoni,
1992), e lui stesso dice di aver ottenuto ottimi risultati con pazienti tossicodipendenti.
Il rebirthing infatti può facilmente dare stati alterati di coscienza simili
al "buco", io stesso ho fatto respirare una ragazza tossicodipendente
in un piccolo centro dove faccio volontariato e anche lei ha riferito che in alcuni
momenti aveva la stessa sensazione di quando si era "fatta" (inoltre
durante le sedute veniva fuori materiale sicuramente più interessante che
il sentire una semplice "ebbrezza"...), ciò potrebbe confermare
il fatto che determinate tecniche di respirazione stimolino le "endorfine",
nostro patrimonio naturale, e possano aiutare l'organismo a produrre da solo ciò
di cui va in cerca all'esterno, contribuendo a diminuire tutti i tipi di dipendenza
riguardanti queste sostanze, inoltre il rivivere determinate sensazioni in una
situazione di contesto controllato può facilmente permettere una maggior
comprensione degli eventi che possono portare a ricercare determinate esperienze.
Molto interessanti a questo proposito sono le ricerche di C. Tart e S. Grof sugli
stati alterati di coscienza. Specie quest'ultimo per molto tempo ha usato LSD
(nel 1956 fu uno dei primi soggetti da esperimento per questa droga) come dilatatore
di coscienza, su se stesso e poi con numerosi pazienti, dice infatti "Mi
sembrò che l'analisi, abbinata al LSD, avrebbe potuto approfondire, intensificare
ed accelerare il processo terapeutico" (Grof, 1993), per poi passare ad usare
una tecnica di respirazione (che lui chiama "respirazione olotropica")
i cui elementi base sono quelli del rebirthing, affermando di riuscire ad ottenere
altrettanti stati profondi di coscienza, raccogliendo materiale da oltre ventimila
sedute di respirazione con persone provenienti da diversi paesi e da diversa estrazione
sociale. Ecco cosa dice riguardo al materiale che emerge durante le sedute: "
Ricorrendo
agli stati non ordinari, raggiunti per esempio con la respirazione olotropica,
fin dalle primissime sedute spesso comincia a venire a galla importante materiale
biografico che si riferisce ai primissimi anni di vita. Di conseguenza, le persone
non solo hanno accesso ai ricordi che risalgono al periodo neonatale o alla prima
infanzia, ma spesso entrano in connessione in maniera molto vivida con la propria
nascita e con la permanenza intrauterina o addirittura cominciano ad avventurarsi
in campi di esperienza che vanno ben oltre" (Grof, 1993). A questo proposito
riporto un'esperienza che mi ha molto colpito: Rodolfo, un mio amico geologo che
ha praticato il rebirthing con me per molti anni, (ora direttore di un piccolo
centro di medicine alternative) mi ha raccontato come fosse molto scettico all'inizio,
ma la sua visione cambiò completamente durante una delle prime sedute di
rebirthing durante la quale rivisse la propria nascita in forma di immagini molto
vivide; senza informare la madre della sua esperienza le chiese dettagliatamente
le persone presenti e la descrizione dell'ambiente alla sua nascita, e tutto coincideva
perfettamente con l'immagine che aveva visto! Sicuramente i racconti soggettivi
vanno ponderati accuratamente, infatti sappiamo bene quanto la mente e la memoria
possano causare distorsioni ed "aggiustamenti" per farci credere ciò
che vogliamo, nondimeno però, semplicemente rileviamo che esperienze simili
sono state riferite da molte altre persone, a volte sempre in forma di immagini
a volte magari in forma di sensazioni fisiche, ecco perché la tecnica è
stata chiamata "rebirthing". Sappiamo inoltre che attraverso l'ipnosi
è possibile riaccedere a ricordi infantili, e che attraverso operazioni
a "cervello aperto" stimolando determinate aree possono riaffiorare
eventi mnemonici molto lontani e dimenticati. Vediamo quindi che è
possibile in molti casi riaccedere ad esperienze legate alla nascita, esperienze
che possono condizionare molto la nostra vita anche in base al tipo di parto che
abbiamo avuto. Dice Leonard: "Molte tecniche e procedure usate per il
parto in ospedale sono state ideate per la comodità del personale medico,
e i neonati sono spesso trattati come non-entità, incapaci di percezioni
o emozioni, e perciò non importanti
Spesso l'atteggiamento nei confronti
del neonato è influenzato dall'idea che la sua intelligenza non sia sufficientemente
sviluppata da permettergli di essere conscio di ciò che sta succedendo
In
generale la nascita è l'unico cambiamento della realtà istantanea,
drammatico e permanente che tutti noi abbiamo provato. La crescita da ovulo e
spermatozoo ad embrione, a feto ed infine a nascituro è stata studiata
e registrata dalla scienza moderna come uno svolgersi graduale, quotidiano. I
cambiamenti più importanti che avvengono alla nascita riguardano le sensazioni
tattili, le luci, il suono, la respirazione atmosferica, il rapporto col mondo
e con gli altri, la separazione fisica e la temperatura. Abbiamo osservato i risultati
di questi cambiamenti nelle nostre stesse sedute di rebirthing, e in quelle dei
nostri clienti
Forse la conclusione più universale presa alla nascita
è che piacere e dolore sono intrinsecamente intrecciati. Questo deriva
dall'associare il piacere della vita embrionale alla sofferenza della nascita
(Leonard, Laut, 1988). Molto importanti riguardo questo pensiero sono ad esempio
le intuizioni di Otto Rank, o le riflessioni del medico francese Frederick Leboyer.
Otto Rank fu il primo ad intuire quanto fosse importante il trauma della nascita,
anticipando delle concezioni che oggi possono essere provate scientificamente
grazie alle nuove tecnologie, contrariamente a quanto si pensava a quei tempi,
infatti, si riconosce oggi che il bambino è dotato di una certa sensibilità
fin da quando è ancora solo un feto. Dice appunto Rank: "Da alcuni
casi di pazienti in analisi abbiamo riportato l'impressione che la 'scelta' di
una certa forma di nevrosi sia determinata in modo decisivo dall'atto della nascita,
anzi dai punti su cui si è maggiormente concentrata la violenza del trauma
e dalla reazione dell'individuo al trauma
Questo punto di vista si rivela
di eccezionale utilità, perché, istituendo un rapporto tra tutte
le reazioni psicobiologiche e il trauma della nascita, permette di comprendere
sia il carattere tipico della nevrosi in quanto tale, sia il tipo di reazione
generale che ciascuna nevrosi rappresenta; comprendiamo cioè che i sintomi
somatici, il più delle volte, sono un tentativo di aggirare il limite dell'angoscia
regredendo direttamente allo stadio prenatale
" (Rank, 1988). Vediamo
allora quali potrebbero essere le possibili conseguenze di determinati tipi di
parto da un punto di vista psicologico. Quando si verifica una rottura precoce,
naturale o artificiale, della membrana, si ha il cosiddetto "parto a secco".
In tal caso venendo a mancare il liquido amniotico il passaggio lungo il canale
uterino risulterà più arduo e faticoso. È possibile che le
persone nate in queste condizioni sviluppino atteggiamenti particolari verso la
vita, affrontando ogni ostacolo con grande sforzo e dispendio di energia, oppure
contrarre una fobia per l'acqua o i liquidi in generale, come la paura di fare
il bagno. Quando vi è l'uso di analgesici, antispastici e anestetici
da parte della madre (parto pilotato) oltre ai possibili danni fisiologici per
la madre e per il figlio si è riscontrato una tendenza da parte di quest'ultimo
ad avere atteggiamenti peculiari per l'esistenza come: tendenza all'alcol, alla
droga e, in genere all'evasione in modi e situazioni irreali; idealizzazione eccessiva
della realtà e allentamento dei processi ideativi logici del pensiero,
o eccesso di reazioni emozionali con debilità e scarso controllo del super-io
che risulta iposviluppato. Provocare artificialmente il parto quando le doglie
non avvengono entro il tempo fisso ha un risultato analogo, sulla psiche del nascituro,
al suo venire al mondo in maniera prematura. Sul piano psicologico gli schemi
mentali e le paure più comuni possono essere le seguenti: "La vita
è inutile", "Non sono desiderato", "Mia madre non mi
ama", "non mi sento al sicuro", "Non ho abbastanza tempo
". Quando
il feto, che non ha subito la normale rotazione, si trova nell'utero in posizione
tale da non poter uscire a testa avanti, si parla di parto podalico. Gli atteggiamenti
più frequenti che si riscontrano grazie agli studi di rebirthing in conseguenza
di questo tipo di parto, sono connessi proprio a questa posizione rovesciata con
cui si è venuti al mondo. Divenuti adulti, questi individui tendono spesso
a "voltare le spalle la vita" assumendo atteggiamenti di sfiducia e
di rinuncia, con reazioni di timidezza eccessiva e di isolamento con il mondo. Il
parto con il forcipe può predisporre i nati in questa maniera a percepire
mondo come pericoloso, a complessi di persecuzione. I nati con il parto cesareo
possono avere la tendenza ad aspettarsi che siano gli altri a risolvere i loro
problemi. Per quanto riguarda bambini abbandonati o sopravvissuti ad un tentato
aborto, in relazione al primo caso De Luca dice di aver seguito personalmente
bambini abbandonati, dati in adozione o in affidamento, riscontrando sempre nel
loro vissuto affettivo una traccia indelebile del distacco più meno violento
dalla madre. Nel secondo caso fattori biologici estranei potrebbero avere influenzato
il processo di formazione del feto, provocando anomalie fisiologiche o addirittura
lesioni funzionali imprevedibili. Le reazioni psicologiche più frequenti
che seguono questi traumi sono sindrome depressive e turbe neurologiche di varia
origine, con quadri reattivi che sarebbe impossibile sintetizzare in poche righe.
Sul piano emotivo-affettivo questo tipo di trauma fa affiorare nel corso del lavoro
con il rebirthing conclusioni del tipo: "Non capisco perché sono nato",
"Non riesco a trovar pace", "Non credo che tu sia mia madre",
"Ma perché mi avete messo al mondo?" (De Luca, 1995). Ecco
allora che possono essere molto utili le osservazioni del medico francese Frederick
Leboyer, che ha dedicato l'intera vita allo studio di questo problema affascinante
per dimostrare l'importanza di una "nascita dolce", lontana dall'ambiente
clinico e freddo che caratterizza la nostra venuta alla luce nelle società
occidentali. Egli ha dimostrato (Leboyer, 2000) l'importanza di una luce diffusa
e di suoni ovattati al fine di umanizzare e sensibilizzare l'ambiente in cui giunge
il neonato, proprio per evitare un trauma al suo sistema sensoriale. Si aggiunga
che l'improvviso precipitare in un clima di diversa temperatura avrà un
impatto notevolmente sgradevole. Da una temperatura rassicurante a 38 gradi, come
quella del liquido amniotico, il bambino viene portato a una temperatura media
di circa 21 gradi (quella di una sala parto). Può essere utile a questo
riguardo il rebirthing con donne in gravidanza, seppure con qualche limitazione,
dice Falzoni a proposito: "La respirazione è molto importante per
la madre nei mesi di gravidanza e fondamentale durante il parto. Se la madre ha
risolto il trauma della propria nascita prima di partorire, è probabile
che eviti di ripetere lo stesso schema e quindi che il parto sia molto più
facile. Ella dunque può trarre grande beneficio da alcune sedute preventive
di rebirthing, sia per sé e per il bambino. Una respirazione molto intensa,
tuttavia, può provocare una nascita prematura, perciò il rebirthing
dovrà essere praticato in tutta sicurezza soltanto nei primi mesi di gravidanza.
In seguito, gli esercizi di respirazione dovranno essere molto dolci e controllati"
(1996, p.117). Il rebirthing viene applicato anche a persone anziane e bambini.
Con le persone anziane di solito non si verificano reazioni appariscenti, anzi
molti fanno fatica a mantenere a lungo un certo tipo di respiro intenso e fluido,
nonostante ciò i risultati sono benefici e duraturi. Molte persone anziane
si sentono stanche e depresse, a causa di tutte le battaglie che hanno dovuto
affrontare nella loro vita, portandosi dentro cicatrici emotive. Il rebirthing
può contribuire alla scomparsa di stati di astenia, apatia e depressione
(Falzoni, 1996; Carenzi, 2000). Con i bambini naturalmente è più
difficile richiedere collaborazione. Falzoni riferisce un caso in cui un suo allievo
del corso didattico raccontò di come la sua bimba di cinque anni, sofferente
di una tosse diagnosticata allergica che i pediatri non erano riusciti a curare,
fosse guarita dopo una sola seduta di respirazione. La bimba narrò di sensazioni
piacevoli e di una immagine nella quale una luce le entrava nel cuore e nei polmoni
(Falzoni, 1996). Carenzi riferisce invece di una seduta in cui un bambino di sei
anni, inizialmente non completamente accettato dalla madre, dopo aver avuto la
sua prima respirazione, ha trasformato il pianto di tristezza e senso di colpa
di lei in una sensazione di gioia, di totale abbandono e di ritrovata serenità
fra due anime. Quello che il bambino riferì nella condivisione successiva,
fu che durante la respirazione (15 minuti, eseguita prima di quella mamma) aveva
visto "una bolla blu", che lui non aveva paura di guidare ed all'interno
della quale si trovavano lui, la sua mamma e suo papà, felici e leggeri
(Carenzi, 2000). Molto spesso i bambini riferiscono di sensazioni e visioni colorate.
In parecchi casi di bimbi aggressivi e disadattati si sono osservati la attenuazione
o la scomparsa di sintomi nevrotici, fobie e disturbi del carattere semplicemente
dopo averli fatti respirare, aver ascoltato il resoconto delle loro esperienze,
e interagito per poche sedute senza altri particolari interventi, (sappiamo pero'
quanto è importante il senso di calore e di accoglienza per questi ultimi,
cosa che personalmente ritengo indispensabile quanto la stessa respirazione ).
Il rebirthing può essere inoltre praticato in acqua calda o fredda.
Come riportano Leonard e Laut (1988), quando il rebirthing era stato appena inventato,
si faceva sempre in acqua calda; inizialmente si pensava addirittura che fosse
l'acqua calda a produrre i risultati. Oggi non è consigliabile che
un rebirther faccia respirare i propri clienti direttamente in acqua calda sin
dalle prime sedute, in quanto l'impatto con la tecnica potrebbe essere un po'
troppo violento. Una volta acquisita esperienza nell'affrontare determinati schemi
energetici allora si potrà passare a fare delle sedute in acqua calda.
In generale però si può far iniziare le sedute direttamente in acqua
calda a quelle persone molto represse, che non sono in contatto con il proprio
corpo e le proprie emozioni. Le sedute in acqua calda facilitano il riaffiorare
del materiale rimosso. Durante un ciclo di respirazione il materiale si presenta
inizialmente ad un livello molto sottile, e se non viene integrato subito diventa
più intenso. L'acqua calda accelera il processo. Durante una seduta
di rebirthing in acqua calda, la persona, sostenuta dal rebirther, galleggia appunto
in un liquido caldo, che porta facilmente una simulazione dell'ambiente uterino
facendo in modo così che si attivino facilmente i ricordi del periodo intrauterino
e del parto. L'acqua dovrebbe avere una temperatura costante tra i 36 e 39
gradi, ci dovrebbe essere inoltre per il soggetto lo spazio necessario per muoversi,
e per il rebirther lo spazio necessario per stare seduto o in piedi nell'acqua.
Si individuano tre posizioni base indicate per il rebirthing in acqua calda, eccole
indicate a partire dalla più intensa: 1) Galleggiare a faccia in giù,
respirando attraverso un boccaglio. 2) Galleggiare a pancia in su, con la testa
fuori dall'acqua. 3) Stare seduti su un sedile nell'acqua calda. Il rebirther
è presente per sostenere il corpo di chi respira e per fornire sostegno
morale alla persona mentre il materiale rimosso ritorna alla coscienza. La maggior
parte delle persone prova una maggior attivazione nel rebirthing in acqua calda,
comunque ci sono anche altre persone per cui il respirare in acqua calda o "all'asciutto"
è indifferente. Chi ha molta esperienza nella pratica della tecnica di
solito preferisce farlo in acqua calda. Per quanto riguarda il rebirthing in
acqua fredda, di solito produce ancora maggior "attivazione" di quello
in acqua calda. Ciò sembra dovuto al fatto che mentre l'acqua calda può
portare a coscienza i ricordi legati alla nascita, l'acqua fredda ci mette in
contatto con le nostre paure legate alla morte. È bene quindi iniziare
il rebirthing in acqua fredda dopo che si è acquisita una certa dimestichezza
con il rebirthing in acqua calda. L'acqua deve essere comunque ad una temperatura
sopportabile dalla persona. Prima di immergersi si inizia a respirare in modo
circolare in piedi accanto alla vasca, con un ritmo piacevole e rilassato. Naturalmente
il corpo va immerso nell'acqua in modo molto graduale, se parti del corpo che
sono sotto il livello dell'acqua o completamente asciutte danno sensazioni spiacevoli,
significa che si sta procedendo in maniera troppo veloce. Se questo succede è
meglio uscire dall'acqua, asciugarsi e ricominciare. Leonard e Laut ribadiscono
come una volta che si sia diventati padroni della tecnica, il rebirthing in acqua
fredda è un'esperienza stimolante e vivificante, in quanto il corpo produce
automaticamente più energia per affrontare l'acqua fredda, e questo elevato
livello di energia dura un bel po' al di là della fine della seduta. Il
rebirthing inoltre può essere praticato da soli o in gruppo. Si può
praticare da soli dopo che si è fatta una vasta esperienza della tecnica,
ma le mie esperienze personali e quelle di altri colleghi mettono in luce come
il fatto di essere assistiti comporti notevoli vantaggi che si possono ben immaginare.
Per quanto riguarda il rebirthing in gruppo, esso viene praticato di solito (se
ne esiste la possibilità) dopo una serie di sedute individuali. Rebirther
molto esperti però possono far respirare in gruppo, magari con l'aiuto
di altri assistenti, anche le persone alla prima esperienza. Naturalmente,
cominciando il rebirthing con sedute individuali, si possono godere i vantaggi
di avere una persona completamente a nostra disposizione in uno spazio privato,
riuscendo magari a trovare una maggior concentrazione in quanto non si è
disturbati dal respiro, dai lamenti o dal pianto degli altri. Molte persone infatti
mi hanno riferito le difficoltà iniziali del passare dalle sedute individuali
alle sedute di gruppo proprio per questo motivo. Anche il respirare in gruppo
comunque ha i suoi vantaggi, il respiro degli altri, infatti, se da un lato potrebbe
disturbarci, dall'altro può aiutarci in caso di difficoltà. Può
capitare infatti di non riuscire a respirare bene, di non riuscire a trovare il
ritmo giusto, in questo caso può quindi essere utile "agganciarsi"
al respiro di un'altra persona che segue un ritmo migliore del nostro per poi
tornare a respirare col proprio ritmo ma in modo più attivo di prima. Io
stesso ho potuto sperimentare ciò in parecchie sedute, sia agganciandomi
al respiro di qualcun altro, sia "trascinando" il respiro di qualche
altra persona. Naturalmente ciò non deve durare più di qualche minuto,
è importante che ognuno segua il proprio ritmo. Anche in gruppo comunque
si può godere di un'assistenza individuale quando le persone si mettono
a coppie respirando ed assistendo a turno. Un'ultima precisazione che vorrei
fare riguardo questa tecnica è in relazione alla sua differenziazione dall'ipnosi.
E' interessante a questo proposito ciò che dice Falzoni, in quanto lui
stesso ha praticato l'ipnosi in gioventù: "E' necessario tuttavia
chiarire la differenza sostanziale fra i fenomeni indotti dall'ipnosi o dalla
suggestione e quelli analoghi frutto del rebirthing. La diversità è
grandissima e a tutto vantaggio del secondo. L'ipnotizzato, infatti, partecipa
spesso a situazioni interessanti, come quelle che ho descritto, senza neppure
rendersene conto, senza dare all'esperienza la dovuta importanza, e finisce poi
col dimenticarle in pochi giorni come se si trattasse di un sogno. Al contrario,
chi sperimenta tali fenomeni attraverso la respirazione ne vive profondamente
il senso e il significato con tutto il suo essere, traendone una spinta evolutiva
e benefici che possono portarlo a profonde trasformazioni interiori e ad un definitivo
risveglio della consapevolezza. Con l'ipnosi, inoltre, possono manifestarsi stati
visionari dei quali il soggetto non ha né bisogno né interesse,
invece tutto ciò che si produce nella respirazione non avviene casualmente,
ed è congruente e significativo. E' come se il soggetto, grazie al suo
sforzo cosciente, potesse guadagnarsi ciò che è necessario ed è
pronto a ricevere. Nell'ipnosi c'è un abbassamento della soglia della coscienza,
mentre durante la respirazione l'accesso alle sfere inconsce è accompagnato
da lucidità ipercosciente e dalla dilatazione della coscienza" (Falzoni,
1996). Anche una mia collega del corso didattico, Romina, che prima di fare
rebirthing era stata sottoposta a sessioni di ipnosi, raccontò come il
rivivere i propri traumi attraverso il rebirthing l'aveva aiutata ad avere una
maggiore accettazione delle proprie esperienze traumatiche, in quanto le emozioni
e i sentimenti rivissuti si manifestavano in una maniera molto più vivida,
e che anzi durante l'ipnosi questi erano dissociati dalle immagini richiamate
alla memoria. Abbiamo visto quindi come il possibile campo di applicazione
di questa tecnica sia molto ampio. Resta inteso comunque che anch'essa, al
pari di altre tecniche, ha i suoi limiti, dovuti sia allo strumento in se stesso
che all'esperienza di chi lo applica. Molti fattori infatti possono intervenire
durante le sedute, e molto importante è la capacità di chi assiste.
La tecnica infatti permette il riaffiorare di eventi traumatici in modo "catartico",
ma sappiamo bene che per aiutare una persona tutto ciò non basta, la capacità
di un buon assistente di "dare significato" al materiale che emerge,
è secondo me di importanza basilare, il contributo di buone basi psicologiche
quindi è importantissimo. CAPITOLO QUARTO: CASI
CLINICI, ARTICOLI ED INTERVISTE A TERAPEUTI ED EX PAZIENTI In
questo capitolo intendo riportare delle testimonianze concrete riguardo all'argomento
della mia tesi e inizierò raccontando la mia esperienza personale Pratico
questa tecnica da ormai sette anni: la prima volta che provai a respirare secondo
le indicazioni di questo metodo ero in camera mia, in penombra e feci solo alcuni
minuti di respirazione (in quanto avevo letto che era vivamente consigliato di
non provare da soli). Durante la respirazione tutto sembrava tranquillo e normale
ma quando mi fermai per riprendere a respirare normalmente provai le sensazioni
fisiche più forti che ho mai provato in vita mia. La mia prima seduta,
quindi, si può dire che è stata, come normalmente capita, una delle
più intense. Ho provato numerose sensazioni fisiche, come tremori, formicolii,
parestesie, in varie parti del corpo: tutto il mio corpo si irrigidì, sentii
un forte senso di pesantezza sul petto e sull'addome, formicolii alle mani, alla
bocca, e in mezzo alla fronte, e tutto questo durò per qualche minuto lasciando
spazio gradatamente a sensazioni molto piacevoli. Dopo circa un minuto, alla fine
della seduta (durata circa 15 minuti) scoppiai a ridere da solo, un enorme senso
di rilassamento ed "ebbrezza" mi avvolgeva, e mi ritornarono alla mente
immagini di "contrasti" con due miei colleghi della scuola serale che
allora frequentavo, ma in quel momento provavo verso di loro solo una sorta di
"benevolenza", la rabbia verso di loro, in quel momento era assente
ed era sostituita dal sentimento opposto, era come se le mie emozioni di collera
repressa nei loro confronti avessero trovato sfogo lasciando poi spazio ad un
senso di benessere liberatorio. Nelle varie sedute (più di 200) che in
circa sette anni ho praticato, ho vissuto le più disparate esperienze.
Crisi di pianto, risa, scoppi di rabbia collegati ad immagini del passato, ma
anche sedute intensamente piacevoli, in cui trovavo soluzioni intuitive a problemi
che mi assillavano in quei momenti, esperienze che paragonerei alle "peak
experiences" di Maslow (il cui significato ho già spiegato nel terzo
capitolo). Cosa importante, è che di qualsiasi tipo fossero le esperienze,
riguardanti emozioni positive o di sofferenza, alla fine della seduta mi sono
sempre ritrovato in uno stato di benessere, che mi accompagnava inoltre per tutta
la durata della giornata. Essendo una persona che "somatizza" spesso
le tensioni accumulate, mi è capitato molte volte, alcuni giorni prima
di un esame universitario (che tutti sappiamo quanto stress comporta), di avere
dolori in varie parti della schiena. Dopo ogni seduta di rebirthing questi dolori
incredibilmente sparivano, e in questo posso dire di aver sperimentato di persona
quanto riportato da Reich, Lowen o dalla psicosomatica. Continuo attualmente a
praticare questa tecnica come ho già detto frequentando il corso di "rebirthing
transpersonale" ad Asti. Ho quindi ritenuto utile per il mio studio sottoporre
ai partecipanti del corso una breve intervista, attraverso un questionario scritto
con domande aperte, per avere le loro testimonianze. Il questionario è
stato compilato complessivamente da 17 persone, 7 maschi e 10 femmine. I soggetti
appartenevano a diversi contesti lavorativi così ripartiti: 4 impiegati,
1 assistente sociale, 1 operaio, 1 rappresentante, 1 insegnante, 1 consulente,
2 autisti, 3 commercianti, una psicologa, e 2 che svolgevano lavori vari. La media
dell'età e risultata di 39 anni, il soggetto più giovane ne aveva
27, quello più anziano 55. Tutti avevano già alle spalle numerose
sedute di rebirthing, da un minimo di 10, fino ad un massimo di 400, la maggior
parte dei soggetti aveva sperimentato circa 50 sedute. Il questionario (anonimo)
consisteva di quattro domande aperte così formulate: 1) Come ti sei
avvicinato al rebirthing e per quale motivo in particolare? 2) Puoi raccontare
la tua esperienza durante le sedute (hai provato sensazioni, emozioni, visto immagini,
rivissuto traumi, ecc.)? 3) Preferisci respirare singolarmente o in gruppo,
e perché? 4) Quali cambiamenti, se ci sono stati, ha favorito il rebirthing
nella tua vita? Per quanto riguarda la prima domanda si possono individuare
quattro tipi di risposta: l'avvicinamento al rebirthing è avvenuto sotto
consiglio di amici che già lo praticavano (7 casi), a causa di problemi
personali (5 casi), per caso (3 soggetti), o per curiosità (2 casi). Nella
seconda risposta, tutti i soggetti affermano di avere riscontrato durante le loro
sedute determinate sensazioni fisiche ed emotive. Riporto qui di seguito alcuni
interessanti scritti (indicherò il soggetto in base al sesso M/F e alla
numerazione del protocollo): [F2] "
Dopo due anni e mezzo in una
seduta ho rivissuto il parto di mia madre
sentendo le sue emozioni per la
mia nascita, esperienza che ha modificato nella realtà il mio rapporto
con mia madre (svincolo e differenziazione) ". [F4] "Nella prima
seduta ho rivissuto un trauma molto grosso. Ho sempre sensazioni ed emozioni anche
molto forti e soprattutto il primo anno molte visioni". [M3] "Non
vedo immagini. Sento, a volte, delle forti emozioni, e ho intuizioni circa la
mia vita o più generali". [M4] "Nella prima seduta ho avuto
una profonda liberazione con importanti scariche fisiche ed emotive. Ho sperimentato
sensazioni di pace profonda, leggerezza, ed ho colto l'opportunità di osservare
gli atteggiamenti sbagliati che mi provocavano l'ansia. Ho preso contatto con
la mia parte più autentica separandomi dai bisogni e dalle richieste provenienti
dall'esterno. [F5] " Molte volte ho trovato un gran senso di liberazione
quando forti emozioni venivano a galla. Rabbia, urlo, pianto, convulsioni e vomito
sono accaduti spesso, ma non ricordo queste esperienze come spiacevoli. A livello
transpersonale ho molto spesso visioni, alcune legate a momenti particolari (travolta
traumatici) della mia vita. Molto di frequente le mie visioni sono collegate al
rapporto difficile con mia madre. Ci tengo a precisare che spesso ho avuto esperienze
molto piacevoli e di gioia assoluta
" [M5] "Innanzitutto ho
visto il legame diretto che c'è tra emozioni trattenute e irrigidimento
corporeo. Non ho rivissuto dei traumi ma qualche volta ho visto/percepito immagini
simboliche legate a contenuti emotivi di espansione, libertà, gioia senza
condizioni né giudizio. Per esempio una volta ho visto un lupo che girava
su se stesso che poi mi è venuto vicinissimo, con uno sguardo che era al
tempo stesso dolcezza e pazienza infinita, e forza impersonale, voleva solo che
corressi con lui, mi aspettava da sempre, e se necessario mi avrebbe aspettato
per sempre senza alcun giudizio. Naturalmente mentre sentivo queste cose non potevo
trattenere le lacrime, era come ritrovare qualcosa di me stesso rimasto nascosto
fino a quel momento che riemergeva sprizzando energia e gioia". [M1] "
Una
volta mi sono trovata dentro una bara scavata nella roccia. Questa bara era un
luogo di comunicazione, come una cabina telefonica. Le emozioni sono state tante,
sia di dolore che di pace profonda. Quelle che ho assaporato di più sono
state le intuizioni sulla mia vita, rendendomi conto che i miei problemi sono
sempre stati inventati da me, dalla mia mente". [F6] "Ogni seduta
è un'esperienza unica, nuova e irripetibile. Un continuum di sensazioni
e di emozioni vere, autentiche, eterogenee e contrastanti: gioia, dolore, estasi,
rabbia, senso di libertà, di beatitudine e gratitudine, vissuti di catarsi
liberatoria. Ho visto a volte delle immagini, una delle più trasformatrici
è stata quella di ANUBI il traghettatore delle anime ". [F8] "
Nelle prime sedute ho rivissuto l'abbraccio che ho dato a mia madre nel momento
in cui esalava l'ultimo respiro, con l'inversione dei ruoli (era lei che abbracciava
me), e mi diceva di stare tranquilla (l'infermiera, in ospedale, mi aveva cacciato
dalla stanza). Ho rivissuto la nascita, in un'altra seduta, con una sensazione
di grigiore intorno e solitudine, ma senza sofferenza e partecipazione emotiva.
Ho compiuto viaggi fra le stelle. Spesso dopo le prime sedute, anche dolorose,
in cui erano presenti tetania e dolori al petto, la costante è stata sperimentare
una sensazione di beatitudine e di benessere e la consapevolezza del divino che
è in noi". [M6] " Durante il rebirthing ho visualizzato dei
momenti tristi della mia vita. Questo rivivere esperienze passate mi ha fatto
sentire meglio e gustare di più il vivere quotidiano
" [M7]
" le esperienze sono di volta in volta diverse, ma caratterizzate spesso
dall'andare alla radice delle emozioni, vissute quindi in modo totale". [F7]
"Non ho mai avuto visioni particolari, in compenso ho rivissuto traumi di
dolori profondi. Ho visto nettamente il perché di molte cose. Il respiro
ti porta alla luce ciò che non vuoi affrontare e non ti consente di raccontarti
tutte palle". Vediamo quindi come durante il rebirthing ritornino alla
coscienza esperienze traumatiche, permettendo una catarsi liberatoria, ma notevoli
sono anche le sedute piene di benessere. Molto facile è anche la visione
di immagini che potremmo definire "archetipiche", a volte "mistiche",
ma che si potrebbero prestare a molti livelli di interpretazione a seconda dell'approccio
teorico usato. Per quanto riguarda la terza domanda, la maggior parte dei
soggetti ha riferito di preferire la respirazione in gruppo, in quanto la condivisione
delle esperienze alla fine risulta molto utile per tutti costituendo così
una terapia di gruppo. Solo due soggetti hanno manifestato la preferenza di sedute
individuali, [F1] "Riesco bene in entrambi i casi, ma preferisco l'individuale:
mi sento più libera in quanto non ho paura di disturbare gli altri con
le mie reazioni", [M3] "Sono due esperienze diverse ma che hanno entrambe
valore, ma respirare da solo e più facile". Ad alcuni capita di
preferire all'inizio le sedute individuali ma poi, dopo aver superato l'imbarazzo
della seduta di gruppo, preferiscono quest'ultimo. C'è da evidenziare che
2 soggetti hanno praticato solo sedute di gruppo. Per quanto riguarda l'ultima
domanda, 14 soggetti hanno riferito che il rebirthing li ha aiutati a cambiare
la loro vita in meglio: [F1] "Maggiore centratura e serenità. Inoltre
so che le sedute hanno favorito lo sviluppo della mia sessualità". [M1]
"Ho imparato a lasciar fluire nella mia vita gli accadimenti che arrivano,
nel bene e nel male, senza attaccarmi, cercando di rimanere presente a me stesso.
Queste situazioni a volte scompaiono e torno nello sconforto. Però adesso
so che si può star bene, e questo dipende solo da me". [F2] "A
questa domanda non basterebbe il retro del foglio!
Il rebirthing e la psicologia
transpersonale mi hanno dato le risposte alle domande esistenziali che da quando
ero piccola mi facevo
Integrazione mente/corpo, capacità di ampliare
la conoscenza ed integrarle quindi nella mia professionalità (capacità
empatica, autosservazione, gestione impotenza/onnipotenza, prevenzione del burn-out)
" [F3] "Un po' alla volta mi sto togliendo le mie paure e i sensi
di colpa, e sta crescendo la sicurezza e una calma interiore che mi fanno affrontare
ed accettare la vita in un modo diverso". [F4] " La mia vita è
completamente cambiata, il lavoro, l'amore, e soprattutto il mio atteggiamento
e il rapporto con me stessa e con gli altri". [M2] "Liberazione del
meccanismo di dipendenza da sostanze stupefacenti e da dipendenza di donne. Integrazione
corpo/mente/spirito. Liberazione della mia sessualità
" [M3]
"Innanzitutto ho superato la situazione d'emergenza (depressione e attacchi
di panico). Sto gradatamente acquistando un maggior ottimismo e fiducia in me
(che è sempre stata molto scarsa) un maggior piacere per le cose semplici.
Una maggior empatia, interesse meno superficiale per la "natura" degli
altri, un senso etico personale più forte". [M4] "Ho abbandonato
un lavoro che non mi piaceva, ho modificato i rapporti con le persone ed il mio
atteggiamento nei confronti della vita. Ho scoperto la fede in qualcosa di superiore
a cui affidarsi". [F5] " Non c'è niente che si è rimasto
come prima di iniziare a respirare: ho preso decisioni importanti che hanno rivoluzionato
la mia vita e che mi terrorizzavano. Sono uscita, a mio viso rapidamente, dalla
profonda depressione in cui mi trovavo da più di due anni. Ho iniziato
un percorso verso qualcosa che non so ancora, ma posso dire di aver trovato molta
serenità e pace
" [F6] "Mi ha trasmesso la possibilità
di concedermi di amarmi e di desiderare di esprimere il mio essere, di liberarmi
dai tanti condizionamenti e illusioni mentali innescare processi di trasformazione
della vita quotidiana, il lasciarmi andare e sentire la presenza di una guida
superiore
" [F7] "Al momento so di fare un percorso di cui stento
a vedere l'inizio è ancor di più la fine. Certamente la reputo un'esperienza
preziosa
" [F8] " Mi ha cambiato la vita: maggior consapevolezza,
equilibrio, distacco dalle cose". [F9] "Tantissimi cambiamenti. Mi
ha fatto rendere consapevole di tante cose". [M6] "Il rebirthing
mi ha aiutato a preoccuparmi meno, ad avere meno pause e vivere la mia vita con
più amore e consapevolezza". Un soggetto invece riferisce [M5]
"Mi è difficile dire quali cambiamenti dipendano solo dal rebirthing,
sicuramente oggi mi trovo ad essere molto più centrato e sereno rispetto
a una volta". Gli ultimi due soggetti infine si mostrano "neutri":
[M7] "Non lo so", [F10] "Per adesso non ho avvertito cambiamenti
significativi". Molti casi sembrano confermare quanto sia possibile rientrare
in contatto con le proprie emozioni acquistando una maggior consapevolezza di
se stessi e riuscendo ad uscire da situazioni di malessere. Sappiamo che per poter
veramente superare un trauma emotivo la comprensione razionale che si può
ottenere attraverso una tecnica verbale può aiutare ma non basta, è
importante infatti che l'evento venga rivissuto attraverso tutte le sue componenti
emotive, come dice Slepoj " Quando la psicoanalisi muoveva ancora i suoi
primi passi si riteneva che fosse sufficiente, nel corso della terapia, lasciar
affiorare il ricordo dell'evento rimosso, perché vi si accompagnasse una
reazione affettiva di 'scarico', e quindi liberatoria. Oggi sappiamo che il ricordo
è quasi sempre limitato alla 'rappresentazione' dell'evento, ma non ha
le reazioni affettive vissute allora. La conoscenza razionale del nostro passato
non ci consente di trasformare il presente. Solo se si rivivono gli affetti, e
dunque i desideri, le paure, i sentimenti rimossi, è possibile modificarne
i tratti " (Slepoj, 1998). Abbiamo riscontrato che durante il rebirthing,
ciò sembra avvenire pienamente la maggior parte delle volte. In alcuni
casi inoltre, le persone riscoprono, un contatto con qualcosa di "superiore",
che sembra dar loro maggior fiducia in se stessi e nella vita. La mia esperienza
personale unita alla raccolta di dati effettuata tramite il suddetto questionario,
mi ha permesso di verificare di persona quanto ritrovato a livello di letteratura
sul rebirthing. Anche questo lavoro vuole essere una testimonianza che spero possa
suscitare maggior interesse per questa nuova disciplina. E' da notare comunque
il fatto che Falzoni ha raccolto durante la sua ventennale attività psicoterapeutica
notevole materiale clinico. Ecco ad esempio un'esperienza molto significativa
e dettagliata (cit. in Falzoni, 1992) grazie ad una notevole capacità introspettiva
di un giovane avvocato che si è presentato sofferente di depressione associata
a stati di intensa ansietà e di molto scetticismo nei confronti della terapia.
Considerava i difficili rapporti affettivi il principale motivo della sua sofferenza.
La sua testimonianza è interessante soprattutto perché il soggetto
si è già sottoposto a tecniche psicoanalitiche e psicoterapeutiche,
ha una notevole cultura generale, ha letto molto a riguardo ed ha una notevole
sensibilità per il mondo interiore: "Incomincio a respirare e dopo
poco mi gira un po' la testa, sarei già tentato di smettere appena insorge
questa sensazione che mi fa pensare alla perdita di controllo, ma sono motivato
e curioso e decido di sforzarmi e continuare, in fondo perché devo sempre
controllarmi? Già noto una sottile divisione tra ciò che in me definisco
'l'osservatore' e ciò che definisco 'l'osservato'; una divisione tra il
mio Io che respira e sperimenta una sensazione di leggera ebbrezza ed il mio Io
razionale che pone domande: che cosa sto facendo? Mi sarà utile? Che cosa
sta succedendo? Dove arriverò? Sento la mente agitata e quei chiacchierii
interni che di solito, anche se sono costantemente presenti, mai avevo notato
con tanta chiarezza. Mi dico 'non ti preoccupare e respira profondamente'. Incomincio
ad uscire da una convenzionale percezione del tempo, non saprei dire da quanto
ho iniziato, ed incomincio a percepire un formicolio alle mani, come una leggera
corrente elettrica che attraversa i tessuti. Mi rendo conto che se cerco di resistere
a questa sensazione, essa si trasforma in una 'paralisi'. Piacere e fastidio confinano
vicinissimi, divisi da un impercettibile atteggiamento interiore (lasciarmi andare
e fluire con le sensazioni induce benessere, cercare di dirigere e controllare
le sensazioni induce disagio). Ricordo, mentre sperimento questo sottile rapporto
tra sensazioni e pensieri, esercizi di biofeedback che ho fatto anni fa nella
vana ricerca di una cura della mia ansia. Mi pare le mani prendano posizioni strane,
tendendo spontaneamente a salire verso il capo mentre i muscoli si contraggono,
i pensieri vorticano, sono assorbito in queste inusitate sensazioni che non avrei
mai creduto il respiro potesse indurre. Mi accorgo che il respiro sta incominciando
a 'girare' da solo ed è più libero che all'inizio dell'esercizio:
quando affiorano alla mente pensieri che mi preoccupano diventa più rapido
e superficiale, quando riesco a non dare ascolto alle chiacchiere mentali trovo
momenti di incredibile lucidità, esso si fa più calmo e profondo.
Sento il corpo attraversato dall'energia ed un senso di euforia nuovo, momenti
in cui il senso del 'qui ed ora' si manifesta accompagnato da una profonda consapevolezza.
Continuo e mi sto quasi compiacendo per come riesco bene in quest'esercizio che
mi sta offrendo stati di euforia, quando nuovamente si presenta inattesa una precisa
sensazione: un peso sul torace che pare opprimere la mia capacità di respirare
.
Sento una voce lontana che mi incita a continuare. Ora mi pare di dover sollevare
un peso enorme ad ogni respiro, poi sopraggiunge una sensazione di solitudine
e il dolore mi avvolge, mentre una parte di me è testimone distaccata di
tutto quanto. Sento il corpo trasformato in una vibrante massa energetica, sento
affiorare un'emozione che rievoca ricordi lontani ora stranamente chiari, sento
il suono dei singhiozzi del mio pianto che pare quello di un neonato. Rapide scene
nitidissime attraversano la mente. La sensazione di essere solo e abbandonato,
che è stata caratteristica dei miei problemi nelle relazioni affettive
(ho sempre avuto la tendenza a vivere con un aprioristico pessimismo) sta rivelando
la sua radice originaria. Il terrore dei momenti in cui sono stato solo per un
tempo forse breve, ma per me " temporaneamente eterno", quando appena
nato ero stato tenuto lontano dal corpo di mia madre. Un senso di mancanza
ero appena stato dolorosamente espulso dal mio mondo, avevo percepito i suoi urli,
una soffocante pressione per le contrazioni del corpo scosso violentemente, poi
appena fuori in un mondo rumoroso ed abbagliante, mi ero sentito (mi sto sentendo!)
sballottare sottosopra, un senso di sgomento e soffocamento e poi eccomi solo,
perduto nel biancore di una culla. Mentre mi arrendo a queste sensazioni provo
una specie di orgasmo, come se raggiunto il culmine la tensione fosse totalmente
dissolta per lasciar posto ad un senso di leggerezza e beatitudine. Qualcosa che
trattenevo in me come un'ansia di fondo che credevo parte stessa del mio carattere
si sta dissolvendo, per lasciare spazio ad un senso di grande pace. Ad occhi chiusi
percepisco una luce dorata soffusa, un senso di amore per la vita; la coscienza,
fuori dal tempo, si immerge in se stessa. Il respiro è ora estremamente
libero e leggero. Al peso, che percepivo precedentemente, è seguita una
sensazione di libertà che mi dà commossa gioia. Intuisco cose che
non posso descrivere con le parole, vedo modi molto più facili ed efficaci
di affrontare le relazioni e i problemi quotidiani. Sento un senso di sicurezza
e di forza, che sostituisce il senso di frustrazione e di inadeguatezza a cui
mi ero abituato. Mi rendo conto, ancora incredulo, di quanto tutto sia scaturito
spontaneamente da me, man mano che mi aprivo al respiro. Sento un senso di profondo
appagamento psicofisico e una gioia indescrivibile. Dopo questa seduta la mia
vita è cambiata: sembra incredibile ma è così. Le sedute
successive sono state molto diverse, in quanto non ho più visto né
ricordato sensazioni forti. Ho generalmente sentito solo un senso di benessere,
di calore interno, di lucidità. Mentre respiro mi vengono buone idee, bei
pensieri, utili soluzioni pratiche. Mi sento rinvigorito e rinnovato. Posso davvero
dire di essere rinato, e questa volta sono nato davvero bene". Descrizioni
così ricche possono ben illuminarci su tutto quello che si può sperimentare
durante una seduta di rebirthing. Un altro caso interessante è il seguente
resoconto (cit. in Falzoni, 1992), che ci fa vedere ancora le potenzialità
del rebirthing applicato a disturbi depressivi: "La stanza è spoglia.
Non c'è niente. Una pila di materassini, qualche sedia e quello che mi
sembra un radioregistratore. Mi piace il rosa delle pareti. Daniela, dopo le presentazioni
di rito, mi fa parlare della mia storia in analisi. Ed io gliela racconto senza
riserve. "E' stato un lungo viaggio
". Le dico, e cerco di raccontarle
con precisione la verità. Le racconto le cause della mia depressione e
la mia intenzione di 'chiudere' con lo star male una volta per tutte. E che non
ne sono capace. Dopo circa un'ora di parole, Daniela mi fa stendere su un materassino
a terra, mi dà istruzioni simili a quelle del training autogeno e poi altre
istruzioni per la respirazione. Mi sento strano, mi sembra di fare una cosa forzata,
non si respira in quel modo, penso, e poi mi sembra di soffocare, il respiro che
soffoca, decisamente mi manca il respiro, voglio smettere, andarmene, non mi piace
stare là
Voglio andarmene ma continuo. Nel frattempo Daniela ha messo
su un po' di musica
E che cavolo sto facendo? Gradualmente mi sento cambiare.
È come se, attraverso la respirazione, il mio corpo non fosse più
il mio corpo o venisse cambiato, trasformato alchemicamente in un nuovo corpo,
fatto diversamente, composto diversamente. Capisco che sta succedendo qualcosa:
come se stessi per decollare in alto, in alto, comincio a vedere
Vedo una
successione di immagini ad una velocità incredibile, tutte le persone che
ritengo essere la causa della mia depressione, vedo volti e situazioni e sento
nel vedere e nel riviverle che c'è anche altro, come se tutto fosse trasformato
da quello che sto vivendo anche in un'altra cosa, e non so bene che cosa. Soffro
e respiro. Respiro e soffro. Dalla sofferenza passo a un velato stato di beatitudine,
poi la sofferenza di nuovo. Ma non è proprio soffrire: è una specie
di laborioso e sofferto correre in uno spazio nuovo e diverso. Dove sono? Dove
sto andando? Lo scandire del mio stesso respiro non mi dà tregua, so che
se voglio continuare a 'vedere' devo continuare a 'respirare' e che non voglio
assolutamente smettere di 'vedere' e 'sentire'. Così, soffocando sempre
più, continuo a respirare sempre più intensamente in una specie
di assurda sfida con me stesso stimolata dalla voce di Daniela che, pazientemente,
mi incita a respirare più profondamente quando rallento. Vivo a vari livelli,
più esperienze e con più persone, non so esattamente come succeda.
Daniela accompagna la mia respirazione con brevi istruzioni e mi sento toccare
il petto, dove mi duole, e sulla fronte. Ma è come se la mano toccasse
il corpo di un altro perché io, di fatto, sono da un'altra parte. Poi Daniela
mi chiama per dirmi che il tempo a disposizione è scaduto. Pian piano ritorno
alla realtà. Mi sembra di aver fatto una lunghissima corsa. Il corpo è
come addormentato, formicolante, e sento le mani pesanti, le gambe pesanti, sento
come se rientrassi nel mio corpo da molto lontano. Mi sento felice ed euforico.
Mi sento cambiato, rinato. Esco felice anche se molto perplesso. Ma Daniela mi
avrà ipnotizzato senza che mi accorgessi? Non mi faccio troppe domande:
sto troppo bene per farle. Volevo star meglio e la respirazione funziona. Anche
se proprio non capisco come succeda so che succede e per oggi questo mi basta". Possiamo
notare subito l'estrema lucidità che accompagna le sessioni di rebirthing,
infatti, a differenza dell'ipnosi, come accennato nel terzo capitolo, il soggetto
è continuamente consapevole di ogni cosa che accade, e ciò può
permettere una reintegrazione delle esperienze traumatiche. Interessante anche
il contributo che dà un medico psicosomatista, Federico Montecucco, che
dopo aver provato il rebirthing, ha cominciato ad utilizzarlo in terapia (cit.
in Screm, 1996): "Premetto che io ho una formazione abbastanza vasta e
che ho sempre utilizzato tecniche diverse di respirazione, sino prima di conoscere
il rebirthing
La prima volta che sono venuto in contatto con una tecnica
"moderna" di respirazione, è stato circa a metà degli
anni '60
Questa tecnica fu per me sorprendente perché le primissime
volte che l'ho praticata, io che stavo bene, non avevo particolari problemi, avevo
una bella vita e una buona carriera, una buona relazione affettiva che durava
da parecchi anni, entrai in contatto con un'emozione profondissima di enorme dolore,
confusione, disperazione, rabbia. Emozioni primarie senza contenuti mentali, intellettuali
La
mia prima sessione di rebirthing durò due ore e mezzo circa, forse tre.
Nei primi venti minuti entrai in tetania e restai a respirare forsennatamente,
intensamente per un'ora, un'ora mezza, un tempo lunghissimo. Ho avuto la sensazione
di sperimentare la morte: avevo tutto il corpo inarcato, tutti i muscoli contratti,
tesi, non riuscivo più a parlare, avevo il blocco dei muscoli della bocca,
delle mani, dei piedi, della schiena e della nuca. Tutto questo era dolorosissimo.
Preso dalla paura, a un certo punto ho detto 'Adesso muoio!' E la terapista, tranquillissima
mi ha risposto: 'Ok, muori'. Io ho continuato a respirare e ho pensato 'Va bene,
se muoio, muoio in questo posto che è un posto di meditazione'. Ho proseguito
per un'altra mezz'ora respirando senza interruzione, poi ricordo un 'salto' improvviso,
nel giro di pochi minuti mi ritrovai senza più una tensione nel corpo,
senza più un dolore, in uno stato di enorme piacere, di dilatazione del
mio corpo. Ricordo che la terapista, dopo un po' mi disse che doveva andare e
io le risposi che sarei rimasto lì ancora un po'. Rimasi in quello stato
per un'altra ora, un'ora mezza: mi sembrava di galleggiare nell'aria" Egli
riferisce poi secondo la sua esperienza di terapeuta quanto la tecnica possa essere
reputata strumento di miglioramento della vita: "
Ho visto un grande
cambiamento in me stesso e ho notato anche una maggiore apertura. E anche in altre
persone. Ho visto anche gente, però, che pur praticando per anni il rebirthing
o altre metodologie, non hanno avuto nessuna trasformazione
Se un individuo
non sa che cosa significa essere totale, se una parte delle sue energie è
bloccata da un tipo di carattere o di armatura psicosomatica, non riuscirà
a liberarsi di queste strutture in tempi brevi. Continuerà anche a respirare
in una maniera non totale, corazzata, parziale. La respirazione profonda e veloce
può essere un'esperienza intensissima, estremamente coinvolgente. Le persone
che possono respirare in questo modo sono veramente poche. Chi respira così
è, in genere, o una persona molto aperta o una persona molto motivata a
infrangere le barriere ordinarie della psiche e del corpo
" Ci spiega
poi attraverso le sue conoscenze psicosomatiche quali potrebbero essere i meccanismi
attraverso cui agisce il rebirthing: "La principale conclusione che ho
tratto da tutte queste esperienze è che è necessario arrivare ad
uno sblocco psicosomatico, attraverso la respirazione. Questo almeno per quanto
riguarda il mio lavoro. Senza questa reazione io non ho visto modificazioni dello
stato di coscienza
Io utilizzo le tecniche di respiro praticate in modo catartico
Inoltre mi sono reso conto che esistono, nel corpo, dei punti chiave intervenendo
sui quali, con il massaggio o una semplice pressione, è possibile aiutare
il passaggio dell'energia attivata dal respiro. Mi servo anche della musica per
stimolare sensazioni e reazioni: questo è un approccio vicino a Grof. Altre
volte, o in momenti particolari, utilizzo la stimolazione verbale. Lo scopo degli
interventi è di far sì che le persone sentano le sensazioni, il
dolore o altro, anziché isolarle nel corpo staccando la psiche dal soma.
Liberando queste memorie incistate nel loro corpo, inoltre, si liberano di un
vero veleno. Io non credo che le tossine di cui preoccuparsi siano solo quelle
alimentari, ma anche quelle provocate dalla cattiva gestione delle emozioni. Se
non affrontiamo queste parti di noi non possiamo creare le radici, le basi per
l'evoluzione delle coscienze. Il rebirthing, secondo me, e comunque il breathwork,
può essere un ottimo metodo per lavorare sulle componenti superiori del
cervello, per liberare le principali costrizioni, consentire il fluire delle emozioni,
anziché giudicarle e non viverle. Io cerco di stimolare nelle persone la
comprensione dell'importanza di questo passaggio. Quando questo accade i risultati
sono veramente grossi." Vorrei citare ora un' altra importante testimonianza
da parte di Eve Jones (cit. in Sondra Ray, 1996), un'esperta in chimica e biologia
generale, oltre che in psicologia clinica, disciplina insegnata per vent'anni
a Los Angeles dove mantiene uno studio privato di psicoterapia. Riporto anche
le sue affermazioni in quanto mi sembrano molto ricche ed esaustive. "Sono
lietissima di presentarvi una semplice tecnica che potrete insegnare ai vostri
pazienti per agevolare la loro guarigione. Questa tecnica si è dimostrata
efficace per una serie molto vasta di disturbi, tra cui non solo problemi mentali
ed emotivi ma anche malattie fisiche acute e croniche. Il rebirthing esercita
il suo maggior effetto su due processi: il ritmo al quale il corpo costruisce
e mantiene sani i tessuti ed il ritmo al quale le scorie metaboliche vengono eliminate
dalle cellule e dai fluidi del corpo. La vitalità, o buona salute, è
collegata al ritmo al quale il corpo fa circolare l'energia in queste funzioni
anaboliche e cataboliche. Più riusciamo a riparare o sostituire il vecchio
materiale, più siamo sani. E quanto più in fretta eliminiamo le
scorie prodotte da questo lavoro o dal deterioramento dei tessuti, tanto più
facilmente il corpo si mantiene in ordine. Il 70% delle scorie viene eliminato
con la respirazione e nelle nostre ricerche ci siamo accorti che la maggior parte
delle persone non respira la maggior parte del tempo! Con il rebirthing possiamo
ottenere i benefici di un ritmo cardiaco accelerato senza produrre nuove scorie
che il nostro corpo deve poi smaltire, semplicemente concentrando la nostra coscienza
sul respiro e respirando con maggior pienezza. Il motivo per cui noi non respiriamo
costantemente secondo il modello continuo è che ci aggrappiamo alle nostre
reazioni emotivamente cariche, avendo paura di lasciarle andare come avviene nel
corso della respirazione consapevole, perché (secondo quanto afferma Leonard
Orr) le associamo alla sopravvivenza in seguito alle circostanze della nostra
nascita, fatta di dolore, respiro trattenuto, impotenza, incoscienza, lotta. Per
questo motivo è necessario che durante le prime sedute di rebirthing sia
presente un'altra persona principalmente per ricordare a chi respira di respirare
allorché i vecchi imprinting riaffiorano alla coscienza ed interferiscono
con il modello di respirazione continua. La respirazione circolare potrà
così svolgere il suo compito di liberare il paziente dalla negatività,
favorendo al tempo stesso guarigione e crescita. Il meccanismo che permette al
respiro di aprire la coscienza del qui e ora ai vecchi imprinting non è
stato ancora compreso. Forse è perché la respirazione circolare
fornisce al cervello lo stesso ambiente che era prevalente in gran parte nella
gestazione, quando lo scambio placentare assicurava al feto un approvvigionamento
continuo di ossigeno e la rimozione costante e rapida delle scorie. Forse la respirazione
continua e profonda apre non solo lo spazio polmonare che il ricordo della paura
aveva paralizzato, ma anche i capillari situati nella materia cerebrale profonda
nel sistema limbico. Quali che possano essere i meccanismi che agiscono nel rebirthing,
l'evidenza della sua efficacia è oramai diffusa. Le migliaia di persone
che sono diventate rebirthers hanno aiutato altre migliaia di pazienti affetti
da gravi problemi fisici tra cui: acne, alcolismo, angina, anoressia nervosa,
artrite, asma, bulimia, bronchite cronica, diabete, dipendenza da barbiturici,
da caffeina, da nicotina, disturbi digestivi, disturbi mestruali, disturbi dell'apparato
sessuale, epilessia, ipertensione, obesità, problemi circolatori. Il
rebirthing si è rivelato molto efficace su pazienti affetti da allergie,
tumori, ulcere duodenali o gastriche, problemi ai reni ed emicranie. Oltre
a questa vasta serie di disturbi fisici il rebirthing si è dimostrato utilissimo
per ogni disturbo di tipo nevrotico o psicotico, producendo grossi miglioramenti
nella personalità nel giro di poche sedute. Quanto ai cambiamenti di personalità
prodotti anche da una sola seduta di rebirthing, va accennato il fatto che spesso
in chi respira si accendono antichi sentimenti religiosi o addirittura si sviluppa
un nuovo atteggiamento spirituale. Perciò, oltre a favorire benefici materiali
per i pazienti, l'insegnamento della tecnica del rebirthing può rivelarsi
anche un utile strumento nella ricerca della pace e della felicità spirituale".
Come vorrei ricordare, il rebirthing, di solito, è praticato all'inizio
in sedute individuali, ma in determinati seminari, possibilmente con più
assistenti, possono "respirare" assieme anche più persone, potendo
costituire così anche una terapia di gruppo, grazie soprattutto al fatto
che vi è una condivisione finale (come ho avuto modo di constatare anche
dalle risposte al mio questionario). Nei seminari di rebirthing che ho frequentato
ho vissuto esperienze molto particolari, che potrebbero essere ben descritte dalla
testimonianza di un esperienza simile vissuta dal fisico Fritjof Capra, descritta
nel suo libro Il punto di svolta (1984): "La mia prima esperienza della respirazione
di Grof in veste di suo assistente fu per me del tutto sconvolgente. Per due ore
mi sentii come se mi trovassi in un manicomio. La forte musica nella stanza debolmente
illuminata cominciava con un raga indiano, che al suo culmine veniva soppiantato
da una sfrenata samba brasiliana, seguiti da brani di un'opera di Wagner e di
una sinfonia di Beethoven, e si concludeva con maestosi canti gregoriani. Le persone
attorno a me che facevano l'esperienza della respirazione si univano alla musica
emettendo forti suoni, lamenti, urla, pianti, risa, e attraverso questo pandemonio
di suoni espressivi e di corpi che si contorcevano, Stan e Christina facevano
lentamente e con calma i loro giri, applicando qui una pressione sulla testa della
persona, massaggiando un muscolo là, vigilando con cura sull'intera scena
senza essere affatto disturbati dal suo aspetto caotico
.Dopo quest'iniziazione,
esitai per un po' a sperimentare personalmente la respirazione, ma quando infine
lo feci, l'intera scena mi apparve in una luce totalmente diversa. Per cominciare,
fui affascinato nello sperimentare l'intera sessione simultaneamente a due livelli.
Ad un livello, per esempio, mi sentivo le gambe paralizzate ed ero incapace di
muovermi anche in giù. Ad un altro livello, però, rimanevo pienamente
consapevole che questa era un'esperienza indotta volontariamente e sapevo che
potevo sempre interromperla, alzarmi e uscire dalla stanza. Questo fatto mi diede
un senso di grande sicurezza e mi aiutò a restare nel mondo esperienziale,
rinunciando ad analizzare le cose, per lunghi periodi di tempo." Sicuramente
l'immagine che se ne può ricavare è molto suggestiva, e personalmente
posso dire che vivere una esperienza del genere permette di arricchire la propria
conoscenza sui meccanismi attraverso cui si è portati (forse a causa di
una società che mette tra i suoi valori un eccessivo autocontrollo) a reprimere
le nostre emozioni, che invece attraverso questo metodo riaffiorano. Riporto
infine un'intervista gentilmente concessami dal dottor Falzoni (Falzoni, 2001)
riguardante i collegamenti tra rebirthing e psicologia, che approfondirò
poi in maniera più ampia nel prossimo capitolo: 1) In che modo il rebirthing
può essere utile in psicologia clinica? "E' riconosciuto, che metodi
di iperventilazione che inducono stati di coscienza non ordinari attivano molti
processi psicodinamici di alto valore terapeutico. Non solo liberando il respiro
entriamo in contatto con le emozioni represse, (inibite trattenendo il respiro)
come dimostrano anche le ricerche della bioenergetica, ma anche materiale rimosso
che può essere elaborato e integrato. La catarsi tanto frequente nelle
prime sedute, conduce a durevoli trasformazioni". 2) In base alla sua
esperienza, quali sono i casi in cui il rebirthing è particolarmente
efficace, e in quali invece non è adatto? "Il rebirthing si dimostra
adatto per una svariata gamma di situazioni. Possiamo dire che può risultare
meno efficace con soggetti che hanno un forte bisogno di autocontrollo e di costante
razionalizzazione degli eventi. Oppure soggetti troppo gravemente disturbati
per riuscire ad applicare il metodo consapevolmente. Particolare efficacia,
invece (per una relazione diretta con le alterazioni del Co2) si constata per
il DAP. Si rivelano molto adatti a questo intervento i disturbi conseguenti ad
esperienze traumatiche. L'ansia e i disturbi psicosomatici di origine ansiosa
L'elaborazione di conflitti affettivi. Per quanto riguarda l'efficacia del metodo
per quanto concerne i livelli superiori dello sviluppo, il metodo favorisce: l'attivazione
dei talenti, lo sviluppo dei potenziali creativi e cognitivi, autoconoscenza e
autotrascendenza". 3) In cosa si assomiglia o si differenzia il setting
che si applica con il rebirthing rispetto alla psicologia clinica? "Ci
sono molti punti in comune nello stabilire una comunicazione e un contesto terapeutico
nel rebirthing e nella psicologia clinica. Il setting tuttavia, dà notevole
rilevanza alla fase esperienziale, e all'attivazione di processi di autoguarigione". 4)
Denomina il suo approccio "Rebirthing Transpersonale", può spiegare
i concetti su cui si basa l'approccio transpersonale? "L'approccio transpersonale
consiste nel dare significativa importanza, nel setting ad atteggiamenti che favoriscano
l'emergere, accolgano e interpretino, quando necessario, i frequenti stati di
coscienza non ordinaria che la respirazione induce. Senza trascurare l'importanza
dei livelli inferiori, segue le fasi dello sviluppo dell'Io oltre il confine del
razionale, per dar spazio alle dimensioni intuitive, transrazionali e transegoiche". Spero
attraverso queste testimonianze di esperienza pratica della tecnica di aver illustrato
meglio cosa effettivamente può succedere durante una seduta, e perché
ciò possa essere utile alla salute mentale dell'individuo. Vorrei concludere
questo capitolo con ciò che dice Capra: "Sono state sviluppate moltissime
tecniche terapeutiche nuove per mobilitare l'energia bloccata e per trasformare
sintomi in esperienza. In contrasto con gli approcci tradizionali, che si limitavano
per lo più a interazioni verbali tra terapeuta e cliente, le nuove terapie
incoraggiano l'espressione non verbale e insistono su un'esperienza diretta implicante
l'organismo nella sua totalità. Esse sono perciò spesso designate
come terapie esperienziali. La natura elementare e l'intensità del modello
esperienziale alla base dei sintomi manifesti hanno convinto la maggior parte
dei terapeuti che praticano le nuove terapie che le possibilità di influire
in modo drastico sul sistema psicosomatico attraverso i soli canali verbali sono
molto remote, e che si deve quindi insistere soprattutto su approcci terapeutici
che combinano tecniche psicologiche e fisiche" (Capra, 1984). CAPITOLO
QUINTO: REBIRTHING E PSICOLOGIA, PROSPETTIVE DI DIALOGO
Come ho tentato di chiarire attraverso il mio studio, il rebirthing può
essere sicuramente considerato un metodo attraverso il quale è possibile
migliorare la propria qualità della vita, per questo può essere
reputato uno strumento molto utile in tutti gli ambiti psicologici, grazie soprattutto
alla sua semplicità di applicazione. Il rebirthing è utilizzato
ormai da parecchi anni anche da psicologi e psicoterapeuti, ad esempio: Grof (1996,
1997, 2001), Falzoni (1992,1996), De Luca (1995), Carenzi (2000), Camattari (1996)
e molti altri. Proverò allora ad illustrare come questa tecnica possa
essere adeguatamente inquadrata in contesti di psicologia clinica. Come già
detto più volte il fulcro della tecnica è la respirazione, ovvero
un particolare tipo di respirazione detta "respiro circolare". Il vantaggio
principale di questo tipo di respirazione è la capacità di portare
una "regressione catartica", cioè la possibilità di rientrare
in contatto con i vissuti "rimossi", riportare a galla materiale sepolto,
avviando così un processo di "rielaborazione" degli eventi, che
in pratica vuol dire dare un "significato" e "superare" esperienze
traumatiche passate (quando mancavano gli elementi necessari per affrontare determinate
circostanze) attraverso la maggior consapevolezza delle proprie risorse nel presente. Anche
nell'ambito del rebirthing, naturalmente, è molto importante l'accoglienza
verso il soggetto sofferente, è necessario quindi, come in tutte le terapie,
che s'instauri una buona relazione. A questo proposito, un concetto molto importante
di cui bisogna tenere conto è la nozione di "transfert" ovvero
quel processo attraverso cui si tende ad attribuire al terapeuta sensazioni, emozioni,
atteggiamenti riguardanti figure della nostra infanzia. Sebbene nel rebirthing
non sia un cardine centrale come nell'approccio psicoanalitico, tuttavia è
importante realizzare la cosiddetta "alleanza terapeutica", e per fare
questo è importante che si instauri un "transfert positivo",
che possa favorire una visione del terapeuta come il "genitore buono",
che non crea dipendenza, ma favorisce una "esperienza emozionale correttiva"
rispetto ai vissuti precedenti. Per fare ciò è molto importante
comprendere qual è la vera "richiesta" del paziente, in quanto
si sa che i "vantaggi secondari" della malattia sono comuni, ed è
necessario per il terapeuta non "colludere" con il paziente. Per
favorire questo processo in psicologia clinica è molto importante la cosiddetta
"analisi della domanda", come afferma Codispoti: "Lo psicologo
pertanto si impegna ad offrire uno spazio ed un tempo per pensare e per capire
insieme a chi lo consulta la natura del problema che il paziente gli sottopone,
e quindi costruire una relazione emotivamente significativa
Per questo è
importante l'analisi della domanda: esiste una precisa e chiara domanda di aiuto?
Da chi e come è stata formulata? Chi e cosa c'è dietro a domanda
di aiuto? Cosa ha spinto proprio in questo momento a formulare la domanda di aiuto?
Cosa ci si aspetta dallo psicologo? Come ci si pone davanti lui? Quali ansie e
quali speranze sono suscitate dall'incontro? Il consultante è in grado
di attivarsi in proprio? Quale ruolo tende ad attribuire al consulente? Esistono
tentativi per indurre lo psicologo alla collusione?" (Codispoti, Clementel,
1999). Questi elementi possono essere ben applicati anche per quanto riguarda
il rebirthing, può capitare infatti che alcune persone rifiutino di aprirsi
alle proprie sensazioni, trattenendo tutto ciò che cerca di "uscire",
usando meccanismi di difesa quali "razionalizzazione", "intellettualizzazione"
o perfino "negazione", dicendo che non è successo niente, a volte
anche con un atteggiamento di sfida. In questi casi una preventiva "analisi
della domanda" può aiutare a preparare la seduta nel modo migliore.
Il rebirthing inoltre, si potrebbe accostare alle cosiddette "psicoterapie
brevi", infatti, solitamente la media delle sedute è dieci-quindici,
fatto salvo poi incontri successivi, su richiesta del soggetto, ma di solito più
rari nel tempo. Ci sono allora fattori molto importanti che possono favorire dei
buoni risultati. A questo proposito Clementel sintetizza così i meccanismi
responsabili del cambiamento nelle terapie focali: "I fattori responsabili
dell'efficacia nelle terapie brevi sono: l'induzione di aspettative positive nel
paziente legata al limite temporale: il messaggio è che il tempo a disposizione
sarà sufficiente a risolvere il conflitto; discutere i problemi con un
ascoltatore empatico allevia l'ansia del paziente e gli permette di affrontare
i conflitti invece di continuare ad evitarli e scoprire che affrontarli non porta
alla catastrofe; la focalizzazione permette di lavorare settorialmente ma in profondità;
chiarificazioni e interpretazioni esaminano in dettaglio la relazione conflittuale
centrale o il conflitto focale; le interpretazioni offrono una spiegazione per
i conflitti e i comportamenti, il paziente sviluppa autocoscienza e riesce a dare
un significato ad emozioni o azioni; la formulazione psicodinamica secondo schemi
prefissati è un organizzatore per il lavoro terapeutico e dovrebbe aumentare
l'accuratezza delle interpretazioni; l''attenzione alla formazione di un'alleanza
terapeutica facilità l'introiezione del terapeuta come rappresentazione
interna benevola; le tecniche attive caratteristiche delle terapie focali possono
risultare in esperienze emotive correttive per il paziente ma comportano anche
il rischio di comportamenti aggressivi del terapeuta che avrebbero esiti negativi"
(Codispoti, Clementel, 1999). Anche nelle terapie cognitivo-costruttiviste,
si dà molta importanza al "rivivere emotivamente" le esperienze,
cosa che durante il rebirthing avviene in modo rilevante. Afferma Cionini: "Per
risultare efficace ai fini del cambiamento, l'acquisizione di nuove conoscenze
su di sé non può essere esclusivamente razionale, ma deve essere
sentita e rivissuta emotivamente. Una persona può comprendere razionalmente
molte cose relativamente al modo in cui funzionano i propri processi psichici,
senza che questo induca cambiamenti interni significativi. Un conto, ad esempio,
è capire teoricamente che molti dei propri problemi attuali derivano da
determinate interazioni avute con i genitori durante l'infanzia, un altro è
riuscire, con le attuali potenzialità cognitive, a riattivare e rivivere
nel setting terapeutico le sensazioni di abbandono, ostilità o paura che
pur avendo caratterizzato gran parte di quel periodo di vita non sono state espresse
e sono state quindi inibite e mascherate" (Codispoti, Clementel, 1999, p.390). Dalla
sua nascita, seppur recente, fino ad oggi, il rebirthing ha conosciuto varie diramazioni,
attuando alcune modifiche generali, ma lasciando sostanzialmente inalterata la
tecnica di respirazione di base. Lo psicologo G. Carenzi (2000) chiama il
suo metodo "respirazione metacorporea". M.Screm (1996) indica la sua
tecnica come "Breathwork". Lo psicologo A. De Luca parla di "Rebirthing
Olistico" (1995). J. Leonard (1999) invece, chiama ora il suo sistema "Vivation"
e lo descrive come un'evoluzione del rebirthing, altri autori parlano di "Rebirthing
integrativo" o "Rebirthing communication". Personalmente ritengo
le differenze troppo sottili per parlare di tecniche diverse, almeno da un punto
di vista pratico, mentre le eventuali differenze si possono rilevare dal punto
di vista del quadro di riferimento teorico, importanti per questo nostro lavoro
sono gli approcci che integrano il rebirthing in contesti psicoterapeutici clinici.
Tra i vari contributi, per quanto riguarda il dialogo tra rebirthing e psicologia,
molto interessante è il lavoro di Filippo Falzoni Gallerani, che, come
già ribadito in precedenza, è esponente della psicologia transpersonale
ed ha inserito il rebirthing all'interno di questo contesto, chiamandolo appunto
"Rebirthing ad Approccio Transpersonale". Esso si differenzia notevolmente
dalla scuola americana di cui fanno parte L. Orr (1996), J. Leonard (1988) e S.
Ray (1996), come afferma lo stesso Falzoni: "Nell'ambito di questa tecnica
respiratoria il Rebirthing ad Approccio Transpersonale si differenzia da quello
della scuola statunitense sia in alcuni aspetti tecnici della respirazione sia
nell'approccio teorico. Esso fa infatti riferimento allo yoga, alla psicoterapia,
alla ricerca psichica e alla psicologia transpersonale, cioè a quella corrente
della psicologia la quale considera anche gli stati di coscienza che trascendono
le barriere dell'io e della personalità individuale" (Falzoni, 1996).
Ritengo opportuno quindi, approfondire brevemente l'approccio teorico riguardante
la psicologia transpersonale. Il termine, formato dalle parole "trans"
(dal latino "al di là") e "persona" ("maschera")
è stato coniato per indicare un approccio psicologico che si rivolga all'essere
umano nella sua totalità, includendo non solo la psicopatologia, ma anche
gli aspetti più alti del Sé, le potenzialità inesplorate
insite in ogni individuo. Come riporta Boggio Gilot (presidentessa dell'Associazione
italiana di psicologia transpersonale): "Originatasi negli USA alla fine
degli anni sessanta, sui pilastri di Jung, Maslow ed Assagioli e denominata, per
la sua pregnanza scientifica, la quarta forza della psicologia dopo la psicoanalisi,
il comportamentismo e la psicologia umanistica, la psicologia transpersonale abbraccia
la visione unitaria e olistica del mondo che si rivolge alla ricerca della 'totalità'.
In questo contesto, la prospettiva transpersonale delinea l'essere umano come
unità di corpo, mente e spirito, e affronta i temi della salute, della
malattia e dello sviluppo mentale nella complessa trama di interazioni istintuali,
emozionali, mentali e spirituali, che non esclude le dinamiche interpersonali
ed i rapporti con la natura, il cosmo ed il suo Principio" (Boggio Gilot,
1992). Boggio Gilot mette inoltre in luce che la psicologia transpersonale,
come le precedenti correnti della psicologia dinamica, è un prodotto della
cultura in cui nasce, e risponde ai bisogni più evidenti della società
in cui si diffonde. La psicoanalisi era nata nell'Europa vittoriana, l'Europa
dei valzer di Strauss e della repressione sessuale: lo studio della dimensione
istintuale attuato da Freud era una necessità proposta dalla patologia
psichica più diffusa nell'epoca, che era appunto una patologia sessuale.
La psicologia umanistica era nata invece nell'America disumanizzata dall'ipersviluppo
tecnologico. Laddove l'uomo stava diventando macchina, lo studio umanistico del
senso della vita, dei valori della responsabilità e della scelta è
una risposta alla patologia del "benessere", che appaga i bisogni primari
ma dimentica i bisogni secondari che necessitano di appartenenza, fiducia, coraggio
e decisione. La psicologia transpersonale nasce invece dalla crisi della cultura
materialista e dall'eclissi del razionalismo cartesiano. In un mondo che ha ormai
appagato tutti i bisogni individuali e collettivi legati alla sopravvivenza e
alla comunicazione, l'uomo prende coscienza della sua separazione dal trascendente
e dell'impossibilità di trovare risposte al senso ultimo dell'esistenza,
in un contesto in cui 'si crede solo a ciò che si tocca'. Nella separazione
dell'assoluto, dall'infinito, dal divino, l'uomo moderno trae un senso di alienazione
e di isolamento, che si manifesta con una particolare morte dell'anima e che si
esprime nella malattia mentale e nella violenza (cit. in Wilber, 1985). La
Psicologia Transpersonale quindi, si occupa specificamente, attraverso studi empirici
e scientifici, dello sviluppo delle ricerche relative ai valori più alti,
alle meta-motivazioni, alla coscienza dell'Unità, alle esperienze delle
vette (peak experiences), all'autorealizzazione, all'essenza dell'essere e della
coscienza, all'esperienza di meraviglia di fronte al significato profondo dell'essere,
alla trascendenza dell'io, alla percezione del sacro nella vita quotidiana, ai
fenomeni trascendentali, allo sviluppo della consapevolezza, e al risveglio. La
Psicologia Transpersonale può essere definita la psicologia dei più
alti significati e valori. Gli psicologi che studiano quest'area del sapere devono
essere preparati ad esaminare la realtà dal punto di vista che deriva da
questi significati e valori (tratto da un articolo del sito internet dell'A.R.A.T). Notevoli
esponenti di questo movimento, oltre i già citati, sono K. Wilber (1985),
S. Grof, A. W. Watts, A.Huxley, D. Goleman. Per quanto riguarda il nostro studio
molto importante è il lavoro con il respiro dello psichiatra e psicoterapeuta
Stanislav Grof (1996), che, come lui stesso dice, fu tra gli ispiratori del movimento
transpersonale: "Alla fine degli anni '60 venni in contatto con un piccolo
gruppo di professionisti, che comprendeva Abraham Maslow, Anthony Suitch e James
Friedman, i quali condividevano la mia opinione che i tempi fossero maturi per
lanciare un nuovo movimento in psicologia, focalizzato sullo studio della coscienza
e sul riconoscimento del significato delle dimensioni spirituali della psiche.
Dopo svariati incontri per chiarire questi nuovi concetti, decidemmo di chiamare
questo nuovo orientamento "psicologia transpersonale". Subito dopo fondammo
il Journal of Transpersonal Psychology e la Association for Transpersonal Psychology".
Egli (come già accennato nel terzo capitolo) inizialmente usava LSD in
terapia, poi cominciò anche ad usare tecniche di respirazione che danno
stati alterati di coscienza, abbinate a forme di lavoro sul corpo, ed accompagnate
dall'utilizzo di determinati sottofondi musicali. Il suo metodo, chiamato "Holotropic
Breathwork" o "respirazione olotropica" (il termine olotropico
è composto da olos che in greco significa intero e tropico da trepein che
significa muoversi verso, in direzione di qualcosa, quindi con olotropico si sottolinea
un orientamento verso l'interezza, la totalità dell'essere) risulta fondamentalmente
simile al rebirthing, Falzoni stesso dice di sentirsi molto vicino all'approccio
di Grof. Ecco come lo stesso Grof descrive il suo metodo: "Al paziente
che desidera la tecnica non farmacologica viene chiesto di sdraiarsi su un lettino
comodo e ampio, su un materasso o sul pavimento, opportunamente imbottito o ricoperto
da uno stuoino. Gli si chiede poi di concentrarsi sulla respirazione e sul processo
che avviene nel corpo allontanando per quanto possibile l'analisi intellettuale.
Man mano che la respirazione diventa più profonda e più rapida è
utile immaginarla con una nube di luce che viaggia attraverso il corpo e riempie
tutti gli organi e le cellule. Di solito il breve lasso di tempo impiegato in
questa iperventilazione iniziale e attenzione focalizzata amplifica le sensazioni
fisiche e le emozioni preesistenti, oppure ne produce di nuove. Il lavoro esperienziale
può iniziare quando lo schema si sia manifestato chiaramente. Il principio
di base è incoraggiare il paziente a lasciarsi andare completamente alle
sue sensazioni ed emozioni che emergono e a cercare maniere appropriate per esprimerle
(con suoni, movimenti, posizioni, mosse facciali, fremiti) senza giudicarle né
analizzarle. Al momento più opportuno l'assistente offre aiuto al paziente.
Il lavoro di facilitazione può essere eseguito da una sola persona, anche
se l'ideale sembra la presenza di un uomo e di una donna. Prima di iniziare si
istruisce il cliente in modo che per tutto il processo indichi con il minor numero
di parole possibile qual è l'attività dell'energia nel suo corpo:
localizzazione dei blocchi, cariche eccessive in alcune zone, tensioni, dolori
o crampi. È anche importante che il cliente comunichi la qualità
delle emozioni e delle varie sensazioni fisiologiche, come angoscia, sentimenti
di colpa, collera, soffocamento, nausea o pressione vescicale" (Grof, 1997).
Il metodo si basa quindi su tecniche di respirazione e lavoro sul corpo, accompagnati
da determinati sottofondi musicali. I presupposti in comune con il rebirthing
sono evidenti. Anche in quest'ambito molti sono i possibili accostamenti con
l'analisi bioenergetica: "Per lavorare su alcune zone di blocco si possono
usare liberamente vari esercizi e manovre bioenergetiche, oppure elementi del
Rolfing o del massaggio di polarità. Il principio di base è dare
sostegno al processo esistente, anziché imporre uno schema esterno che
riflette una determinata teoria o le idee degli assistenti" (id., 1997). Grof
sostiene che: "Gli effetti straordinari e spesso drammatici della terapia
psichedelica e di altre metodiche esperienziali sollevano automaticamente la questione
dei meccanismi terapeutici implicati in tali cambiamenti. Anche se la dinamica
di alcune forti trasformazioni sintomatiche e della personalità osservate
dopo le sedute esperienziali può essere spiegata con argomentazioni convenzionali,
la maggior parte di esse comprende processi non ancora scoperti né riconosciuti
dalla psichiatria e psicologia accademiche tradizionali. Questo non significa
che i fenomeni di questo genere non siano mai stati incontrati o discussi in precedenza.
Si ritrovano nelle descrizioni di pratiche sciamaniche, riti di passaggio, cerimonie
di guarigione di varie culture aborigene nella letteratura antropologica
tuttavia
questo tipo di letteratura non è mai stata studiata seriamente per la sua
manifesta incompatibilità con i paradigmi scientifici correnti. Il materiale
accumulato negli ultimi decenni della ricerca sulla coscienza indica con insistenza
che i dati di questo genere andrebbero riesaminati in modo critico. Esistono ovviamente
molti meccanismi estremamente efficaci di guarigione e di trasformazione della
personalità che vanno ben oltre le manipolazioni biografiche della psicoterapia
corrente" (Grof, 1997). Importanti sono quindi i lavori di Grof e Falzoni
nell'utilizzazione di questa tecnica esperienziale in ambito terapeutico psicologico. Afferma
Falzoni: "Molti psichiatri sono scettici nei confronti delle tecniche psicologiche
e confidano solo nel valore della chimica, e forse dimenticano che l'uomo è
in grado di padroneggiare i suoi stati di coscienza grazie alla volontà
e che adottare tecniche capaci di modificare l'atteggiamento esistenziale può
dimostrare la reversibilità dei fenomeni. Per i casi più gravi,
l'intervento farmacologico si rivela a volte l'unico praticabile. E, tuttavia,
usare i farmaci soltanto per inibire i sintomi di una certa patologia non basta
a risolvere le cause profonde che l'hanno originata
È invece stato
riscontrato da molti studiosi, ed era bagaglio della saggezza delle molte culture
antiche, che esiste una specifica forza di autoguarigione insita in ogni individuo
e che compito del terapeuta è solo quello di permettere che essa venga
attivata
In quest'ottica, la tecnica del rebirthing rappresenta un significativo
progresso verso l'armonizzazione di diverse teorie
" (Falzoni, 1996).
Sostiene invece Grof: " L'obiettivo principale delle tecniche impiegate
nella psicoterapia esperienziale è attivare l'inconscio, sbloccare l'energia
imbrigliata nei sintomi emotivi e psicosomatici, e convertire l'equilibrio energetico
stazionario in un flusso esperienziale (Grof 1997). Grof afferma inoltre di
aver raccolto numerosi dati riguardanti le potenzialità del respiro in
ambito terapeutico, la sua documentazione riguarda oltre 20000 sedute con tecniche
di respirazione (e circa 4000 con gli psichedelici): "Solo negli ultimi decenni,
i terapeuti occidentali hanno riscoperto il potenziale curativo del respiro, sviluppando
tecniche che lo utilizzano. Nel contesto dei nostri seminari di un mese presso
l'Esalen institute a Big Sur, in California, noi stessi abbiamo sperimentato vari
approcci che implicavano la respirazione. Vi erano inclusi sia esercizi di respirazione
tratti dalle antiche tradizioni spirituali, con la guida di maestri indiani e
tibetani, sia tecniche sviluppate da terapeuti occidentali. Ciascun approccio
ha un rilievo particolare e usa il respiro in maniera diversa. Nella nostra ricerca
di un metodo efficace per usare il potenziale terapeutico della respirazione,
abbiamo cercato di semplificare al massimo il processo. Siamo arrivati alla conclusione
che è sufficiente respirare più velocemente e più profondamente
del solito, con una concentrazione totale sul processo interiore. Invece di porre
l'accento sulla tecnica respiratoria specifica, persino in quest'area seguiamo
la strategia generale del lavoro olotropico: avere fiducia nella saggezza intrinseca
del corpo e seguire le indicazioni interiori. Nella respirazione olotropica, incoraggiamo
le persone a cominciare la seduta respirando in maniera più accelerata
i più piena, unendo l'inalazione e l'esalazione in un circolo continuo.
Una volta che ciascuno è entrato nel processo, trova il proprio ritmo e
il proprio modo di respirare. Grazie a questo metodo siamo stati in grado di confermare
ripetutamente le osservazioni di Wilhelm Reich: le resistenze e le difese psicologiche
sono effettivamente associate ad una respirazione limitata. La respirazione è
una funzione autonoma, che tuttavia può essere influenzata dalla volontà.
L'incremento deliberato del ritmo respiratorio scioglie le difese psicologiche
e porta alla liberazione e all'emergenza di materiale inconscio (e superconscio).
Se non si è visto o sperimentato il processo di persona, e difficile credere
soltanto su base teorica al potere e all'efficacia di questa tecnica" (Grof,
2001). Egli spiega poi quali sono i meccanismi attraverso cui agisce la tecnica:
" Le manifestazioni fisiche che si sviluppano in varie parti del corpo, durante
la respirazione, non sono semplici reazioni fisiologiche all'iperventilazione.
Hanno una complessa struttura psicosomatica, e di solito contengono un significato
psicologico specifico per ciascun individuo...Le tensioni che abbiamo nel nostro
corpo possono essere liberate in due modi diversi. Il primo implica la catarsi
e l'abreazione, cioè lo scaricamento (attraverso tremori, spasmi, movimenti
del corpo, colpi di tosse, strilli, vomito) delle energie fisiche bloccate. Questi
meccanismi sono ben conosciuti dalla psichiatria ufficiale, sin dai tempi in cui
Sigmund Freud e Joseph Breuer hanno pubblicato i loro studi sull'isteria. Varie
tecniche di abreazione sono state impiegate dalla psichiatria convenzionale per
curare nevrosi emotive traumatiche; inoltre, l'abreazione è una parte integrante
delle nuove psicoterapie esperienziali, come il lavoro neoreichiano, la pratica
Gestalt e la primal therapy. Il secondo meccanismo, che riesce a mediare il rilascio
delle tensioni fisiche ed emotive, esercita un ruolo importante nella respirazione
olotropica, nel rebirthing e in altre forme di terapia che si servono delle tecniche
respiratorie. Esso rappresenta un nuovo sviluppo della psichiatria e della psicoterapia,
e sembra essere più efficace e interessante per molti motivi. Qui, le tensioni
profonde affiorano sotto l'aspetto di contrazioni muscolari transitorie di varia
durata. Mantenendo le tensioni muscolari per un tempo prolungato, l'organismo
consuma enormi quantità di energia precedentemente repressa. Attraverso
questo consumo, e dunque l'eliminazione di tale energia bloccata, l'organismo
semplifica il proprio funzionamento. Il profondo rilassamento che solitamente
segue l'intensificazione temporanea delle vecchie pensioni, o la comparsa di tensioni
prima nascoste, é la prova della natura terapeutica di questo processo"
(Grof, 2001). In molti casi, attraverso il rebirthing, si sperimenta una regressione
alla prima infanzia, importante è allora il contributo della psicoanalisi
attraverso gli studi di Rank: "La prima conclusione da trarre dai risultati
delle esperienze analitiche
riguarda il particolare uso che l'inconscio del
paziente fa della situazione di guarigione: questa situazione, rende possibile
la ripetizione del trauma della nascita ed una parziale abreazione. Ma non si
può comprendere il modo in cui il trauma della nascita sbocca in questo
o in quel sintomo patologico, se prima non si ricostruisce la sua azione sullo
sviluppo dell'individuo normale, in particolare durante il periodo dell'infanzia.
Nostra guida nel ripercorrere questo sviluppo sarà il principio freudiano
secondo cui ogni sensazione di angoscia è, sostanzialmente, ritorno all'angoscia
della nascita, che è angoscia fisiologica (bisogno di respirare). Considerando
lo sviluppo psichico del bambino da questo punto di vista, possiamo affermare,
in linea generale, che l'uomo sembra impiegare molti anni (e cioè tutta
l'infanzia) per superare nel modo meno anormale possibile tutto questo primo intenso
trauma. Se dunque ogni bambino normale è portato a provare paura, ma non
necessariamente paura di una cosa determinata, se, insomma, il bambino è
soggetto ad angosce, allora non si va lontano dal vero designando l'infanzia di
ogni adulto sano come il suo periodo normale di nevrosi: una nevrosi che poi solo
in determinati individui (rimasti infantili o come tali qualificati) si prolunga
fino all'età adulta; sono questi individui che alla fine, appunto, verranno
definiti nevrotici. Cominciamo con l'esaminare, senza stare a citare altri esempi
del medesimo meccanismo, peraltro semplicistico, un caso tipico di angoscia infantile:
quello del bambino lasciato solo in una stanza o nella camera da letto all'ora
di andare dormire. Questa situazione ricorda evidentemente al bambino (che è
più vicino dell'adulto al trauma originario) lo stato in cui era nel ventre
materno; con la differenza, però, che il bambino è consapevole di
essere ormai diviso dalla madre, il cui ventre appare sostituito solo 'simbolicamente'
dalla camera buia o dal letto caldo. Infatti l'angoscia scompare (come Freud ha
acutamente osservato) non appena l'esistenza (la vicinanza) della persona amata
colpisce nuovamente la coscienza del bambino (contatto, voce, ecc.). In questo
semplice esempio il meccanismo che scatena l'angoscia, e che si ripete quasi immutato
nelle fobie (claustrofobia, angoscia del tunnel, ecc.) diventa chiarissimo: non
è altro che una riproduzione inconscia dell'angoscia della nascita; nello
stesso esempio troviamo anche una base concreta per lo studio della simbolizzazione;
infine si esplicita il significato della separazione dalla madre e la tranquillizzante
azione terapeutica della ricongiunzione, sia pure parziale o simbolica" (Rank,
1988, pp.32-33). Le conclusioni di Rank ben si adattano alla prospettiva del
rebirthing in quanto, attraverso quest'ultimo, in moltissimi casi si riesce a
rivivere il trauma della nascita, o le situazioni infantili successive, favorendo
una elaborazione ed integrazione positiva dell'esperienza, come spiega Grof: "Di
solito è molto facile riconoscere quando chi respira è tornato alla
prima infanzia. In una regressione veramente profonda, tutte le rughe del volto
tendono a scomparire e l'individuo può realmente assumere sembianze e comportamenti
di un neonato, con vari atteggiamenti e gesti infantili, ipersalivazione e movimenti
di suzione
La persona che affronta una memoria traumatica precedentemente
repressa non è più il neonato indifeso e dipendente come nella situazione
originaria, ma un individuo adulto
La regressione all'età infantile
permette di provare tutte le emozioni e le sensazioni fisiche dell'evento traumatico
dalla prospettiva del bambino, ma simultaneamente è possibile analizzare
e valutare la memoria nella situazione terapeutica dal punto di vista di un adulto
maturo" (Grof, 2001). Io stesso sono stato testimone molte volte di eventi
simili, riporto ad esempio il caso di una mia amica che mi raccontò di
come lei aveva sempre avuto ripugnanza per le persone anziane fino a quando, durante
una seduta di rebirthing, le ritornò alla mente un'immagine di quando era
piccola dove suo nonno tentò di avere un rapporto sessuale "orale"
con lei. Questa comprensione, o "insight", le permise di superare la
ripugnanza. Importanti, nel rebirthing, sono anche i presupposti della psicologia
della gestalt, come ribadisce Grof: " La terapia della gestalt ha un'enfasi
olistica; è una tecnica di integrazione personale, fondata sul concetto
che, nella natura, tutto è gestalt, unificata e coerente. Nell'ambito di
questi complessi, gli elementi organici ed inorganici costituiscono schemi continui
e in continuo mutamento di attività coordinata. Nella terapia della gestalt
l'accento non è posto sull'interpretazione dei problemi ma nel risperimentare
conflitti e traumi nel momento presente, inserendo la consapevolezza in tutti
processi fisici ed emotivi, e completando le gestalt non finite nel passato
La
terapia della gestalt impiega spesso un lavoro individuale in un contesto di gruppo.
L'accento è posto sulla respirazione e sulla piena consapevolezza dei propri
processi fisici ed emotivi in quanto requisiti fondamentali
Sebbene la terapia
della gestalt sia stata ideata per trattare i problemi di natura biografica, gli
individui impegnati nel lavoro gestaltico sistematico fanno talvolta l'esperienza
di varie sequenze perinatali e perfino di fenomeni transpersonali quali i ricordi
embrionali, ancestrali e razziali, l'identificazione con animali, e il confronto
con entità archetipiche." (Grof, 1997). Anche la psicologia junghiana
ben si adatta al rebirthing, specie per quello ad approccio transpersonale. Durante
le sessioni di rebirthing, infatti, a molte persone può succedere di vedere
immagini e simboli che potremmo interpretare come "archetipici". I
concetti di "inconscio collettivo" e "archetipo" sono due
pilastri della psicologia di Jung: "Un certo strato per così dire
superficiale dell'inconscio è senza dubbio personale: noi lo chiamiamo
'inconscio personale'. Esso poggia però sopra uno stato più profondo
che non deriva da esperienze e acquisizioni personali, e che è innato.
Questo stato più profondo è il cosiddetto 'inconscio collettivo'.
Ho scelto l'espressione 'collettivo' perché questo inconscio non è
di natura individuale, ma 'collettiva' e cioè, al contrario della psiche
personale, ha contenuti e comportamenti che (cum grano salis) sono gli stessi
dappertutto e per tutti gli individui. In altre parole, è identico per
tutti gli uomini e costituisce un substrato psichico comune di natura soprapersonale
presente in ciascuno. L'esistenza psichica si riconosce soltanto dalla presenza
di 'contenuti capaci di divenire coscienti'; possiamo perciò parlare di
un inconscio solo in quanto siamo in grado di indicarne i contenuti. I contenuti
dell'inconscio personale sono principalmente i cosiddetti 'complessi a tonalità
affettiva' che costituiscono l'intimità personale della vita psichica.
I contenuti invece dell'inconscio collettivo sono i cosiddetti 'archetipi'
'Archetipo'
è una parafrasi esplicativa dell'éidos platonico. Ai nostri fini
tale qualificazione è pertinente e utile poiché significa che, per
quanto riguarda i contenuti dell'inconscio collettivo, ci troviamo davanti a tipi
arcaici o ancora meglio primigeni, cioè immagini comuni presenti fin dai
tempi remoti" (Jung, 1998). Ancora più pregnanti sono le similitudini
tra il lavoro che si svolge nel rebirthing e le psicoterapie corporee, soprattutto
quelle che s'ispirano ai lavori di Reich e Lowen. Sia in queste ultime, sia nel
rebirthing, infatti, molta importanza è data alla respirazione, ai blocchi
energetici muscolari che avvengono nel corpo, alla espressione dell'emozioni,
ad un lavoro sul corpo effettuato attraverso determinate tecniche di massaggio.
Nel rebirthing però, a differenza delle altre psicoterapie corporee, il
respiro è "circolare" (senza pause tra inspirazione ed espirazione)
e mantenuto per molto tempo, da 45 minuti fino, a volte, anche due ore. Come
riporta Falzoni: "Diverse correnti psicoterapeutiche integrano il rebirthing
alle loro pratiche, sviluppando ricerche interessanti. In Svizzera, Inghilterra,
Spagna e Germania e recentemente anche nei paesi dell'est stanno sorgendo nuovi
centri e vengono organizzati seminari e corsi didattici. Spesso i risultati ottenuti
in terapia paiono miracolosi. Molti studiosi hanno consapevolezza dell'utilità
pratica del respiro in terapia, senza appartenere ad alcuna specifica scuola di
rebirthing. Oltre le scuole derivate da quell'americana, ci sono in tutto il mondo
professionisti di differente preparazione che utilizzano tecniche respiratorie.
Chi è di cultura psicoanalitica utilizza vantaggi indotti anche da brevi
cicli espiratori allo scopo di favorire la catarsi di istanze inconsce; c'è
chi le applica a sostegno dell'Integrazione Posturale e dello Shiatsu, chi le
utilizza all'interno della pratica della Bioenergetica
Generalmente in queste
pratiche la respirazione è utilizzata per minor durata e con minor intensità
di quanto si faccia per il 'vero rebirthing' (Falzoni, 1992) ". La maggior
durata e intensità del tipo di respirazione che si effettua nel rebirthing
quindi, permette di attivare determinati processi regressivi e catartici, a volte
estremamente intensi, che non sono possibili con esercizi di respirazione di breve
durata. Ci sono di conseguenza alcuni casi in cui bisogna aver maturato notevole
esperienza prima di far praticare questa tecnica. Falzoni, ad esempio, suggerisce
cautela riguardo a disturbi molto gravi come quelli psicotici: "
Si
vuole tuttavia sottolineare il fatto che gli interventi psicoterapeutici tesi
alla guarigione delle psicosi possono essere a volte particolarmente difficili
e delicati, ed è bene precisare che non ci sono ricette miracolose d'intervento.
Nei casi più gravi è impossibile ottenere alcuna collaborazione
del paziente e il rebirthing non può quindi essere applicato. D'altra parte
uno psichiatra esperto può trovare nel rebirthing una chiave terapeutica
che in certi casi può risultare molto efficace
Del resto si consiglia
vivamente i futuri rebirther di non fare respirare soggetti diagnosticati psicotici
senza prima aver conseguito l'opportuna preparazione o senza il supporto di uno
specialista" (Falzoni, 1996). Possiamo osservare quindi che ormai sono
numerosi i collegamenti riguardanti la potenzialità di tecniche respiratorie
ed il loro utilizzo in psicologia clinica. Conclude Grof: "Questa metodica
ha un potenziale di risoluzione del dolore emotivo e psicosomatico acuto talmente
elevato che provo sempre ad effettuarla prima di prendere in considerazione il
ricovero o il trattamento con tranquillanti. Comunque la validità di tale
tecnica va oltre il sollievo momentaneo; continuandola con sistematicità,
essa diventa un mezzo potente di auto-esplorazione e di terapia. Mentre nella
psicoanalisi tradizionale e relative forme di terapia verbale occorrono mesi e
talvolta anni per raggiungere le prime fasi dello sviluppo infantile, con questa
tecnica i clienti ricordano, e persino rivivono pienamente, eventi della prima
vita post natale e anche sequenze della nascita, entro pochi minuti o al massimo
in qualche ora" (Grof, 1997). Il rebirthing sembra quindi utilizzato con
successo da questi autori, vantando ormai alle spalle anche una notevole casistica,
grazie anche all'utilizzo delle loro competenze attraverso un rigoroso metodo
scientifico. Promettere invece il cambiamento della vita tramite alcune sedute
di respiro o seminari di due giorni, come fanno alcuni operatori del settore,
mi sembra, per quanto attraente, obiettivamente abbastanza aleatorio e dannoso.
Attraverso però un rigoroso metodo, perfezionando il setting, facendo
attenzione alla relazione, effettuando un'efficace analisi della domanda, programmando
il necessario numero di sedute a seconda del disturbo, il rebirthing può
essere un efficace strumento di miglioramento della vita. Sono necessari comunque
studi ancora più approfonditi, ed in futuro da parte dei più importanti
operatori del settore si sta pensando di supplire a ciò. Lo stesso Falzoni
assieme alla sua mole di collaboratori sta cercando di rendere sempre più
evidenti gli effetti di questa tecnica. Da più parti si sta cercando di
organizzare degli studi controllati (oltre i primi già effettuati che ho
citato nel terzo capitolo) per poter validare scientificamente una grande mole
di dati soggettivi raccolti da molti terapeuti. In un panorama così
vasto come quello odierno stabilire con sicurezza l'efficacia di una tecnica può
risultare azzardato, specie quando si ha a che fare con l'uomo e ci si deve rapportare
con le innumerevoli differenze soggettive e con i vari casi personali. Il mio
lavoro vuole essere un modesto contributo in tale direzione. CONCLUSIONI
Spero attraverso questo studio di aver suscitato una sufficiente
attenzione riguardo questo strumento oramai già da parecchi anni utilizzato
come forma di psicoterapia. La mia lunga esperienza personale mi ha permesso di
toccare con mano quali siano gli effetti della sua applicazione su numerosi soggetti.
Le testimonianze raccolte ad Asti hanno confermato quanto già sperimentato
nelle mie esperienze. Tuttavia ribadisco che sarebbero necessari ulteriori studi
controllati, effettuati magari in merito a psicopatologie specifiche. L'utilizzo
di tecniche molto simili sviluppate in passato in psicologia clinica, come quelle
di Reich e Lowen, e l'utilizzo attuale da parte di professionisti come Grof o
Falzoni, permettono comunque a questa tecnica di essere degna di attenzione. La
sua semplicità consente inoltre di poter essere utilizzata in molti contesti
psicologici da parte di persone con approccio teorico differente. Nulla vieta
infatti di proporre la semplice tecnica di respirazione all'interno della propria
cornice teorica di riferimento, anche se come abbiamo visto viene ritenuto ottimale
l'utilizzo della tecnica attraverso riferimenti della psicologia transpersonale. Come
dice Jung "Mi resi conto che un'idea nuova, o anche un aspetto insolito di
una vecchia idea, può essere comunicata solo dai fatti: questi restano,
non possono essere buttati via, e presto o tardi qualcuno li scoprirà e
capirà che cosa ha trovato" (Jung, 1992). Ho cercato personalmente
di attenermi ai fatti in modo rigoroso e scientifico, onesto e genuino, ben sapendo
quanto sia importante l'atteggiamento "pratico" di fronte a fenomeni
nuovi. Sono a conoscenza però anche del fatto di quanto determinate esperienze
possano essere comprese solo se toccate con mano, praticate e valutate attraverso
una critica costruttiva. Il pregiudizio, infatti, se da un lato evita uno spreco
di energie, dall'altro toglie la possibilità di emergere a ciò che
può invece risultare utile. Mi piacerebbe concludere ancora con le
parole di Jung (1992): "Spesso mi vengono chiesti chiarimenti circa il mio
metodo analitico psicoterapeutico. Non posso rispondere in modo univoco: la terapia
è diversa per ogni caso. Quando un medico mi dice che segue rigorosamente
questo o quel metodo, ho i miei dubbi sull'efficacia della sua terapia. È
stato scritto tanto sulla resistenza che oppone il malato, da far sembrare quasi
che il medico voglia tentare d'imporgli qualcosa, mentre la cura dovrebbe provenire
spontaneamente dal malato stesso. La psicoterapia e l'analisi variano tanto quanto
gli individui umani. Per quanto è possibile tratto ogni paziente come un
caso individuale, perché la soluzione del problema è sempre individuale:
regole generali si possono stabilire solo cum grano salis! Una verità psicologica
è valida solo se si può anche capovolgere: una soluzione che può
essere fuori questione per me, potrebbe essere proprio quella giusta per qualcun
altro". RINGRAZIAMENTI
Sento il desiderio di ringraziare i miei relatori, la Prof.ssa Olga
Codispoti e il dott. Paolo Cundo per la disponibilità e la fiducia accordatami
nell'avermi fatto svolgere il presente lavoro. Ringrazio inoltre il dottor
Filippo Falzoni Gallerani per la disponibilità e l'assistenza nello svolgimento
di questo studio. Ringrazio infine i partecipanti del corso di "Rebirthing
Transpersonale" di Asti che con la loro testimonianza personale hanno contribuito
allo svolgimento di questo compito. BIBLIOGRAFIA
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Rebirthing ad approccio transpersonale 2001-2002 -Sito internet dell'A.R.A.T.
(associazione rebirthing ad approccio transpersonale), www rebirthing-italia.com
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