PSICOLOGIA
ED EMOZIONI - LA
TECNICA DEL REBIRTHING MENTE/CORPO, EMOZIONI, RESPIRO, CATARSI, ESPRESSIONE DI
SČ | | INTERESSANTE ED ESAURIENTE
TESI DI LAUREA SUL REBIRTHING | | | PIETRO
LARGO Psicologo, Psicoterapeuta in supervisione presso
l'associazione medica italiana per lo studio dell'ipnosi. Esperto di ipnoterapia
ericksoniana,metodo psicoterapeutico EMDR e Rebirthing transpersonale. E'
Trainer Ultramind ESP System, e Trainer PNL(society nlp). Fin
da giovanissimo si interessa al campo del benessere, praticando per vari anni
medicina tibetana, pranayama yoga e rebirthing transpersonale. Dopo
la laurea in psicologia approfondisce gli studi sulla PNL e l'ipnosi ericksoniana.
Da vari anni aiuta le persone in sessioni singole o
di gruppo a raggiungere gli obiettivi predefiniti, siano essi terapeutici, sportivi,
di sostegno nelle relazioni etc. | | | | Pietro
Largo Cell. 347-4090024 Pietro
Largo opera a Rimini e-mail
pietro.largo@tin.it | |
Università degli studi di Bologna
FACOLTÀ DI PSICOLOGIA Corso di laurea in psicologia Sessione
II Anno Accademico 2000-2001 PSICOLOGIA ED EMOZIONI
- LA TECNICA DEL REBIRTHING MENTE/CORPO, EMOZIONI, RESPIRO, CATARSI, ESPRESSIONE
DI SÈ Tesi di Laurea in Psicologia Clinica
Relatore: Presentata da: Chiar.ma Prof.ssa Olga Codispoti
Pietro Largo INDICE Introduzione
.p.2
Capitolo Primo Emozioni e corrispettivi psicofisiologici,
l'importanza del respiro
p.4 Capitolo
Secondo La psicologia clinica e il rapporto mente-corpo-emozioni, lo specifico
del rebirthing
.p.24
Capitolo Terzo Descrizione della tecnica del rebirthing
e sua applicazione in psicologia clinica
..p.42
Capitolo Quarto Casi clinici: articoli ed interviste
a terapeuti ed ex pazienti
.
.p.68
Capitolo Quinto Rebirthing e psicologia, prospettive
di dialogo
...p.85
Conclusioni
.
.p.100
Ringraziamenti
.p.102
Bibliografia
.
p.103
INTRODUZIONE
"Una vita senza ricerche non è degna per l'uomo di essere
vissuta" diceva Platone (Apologia di Socrate, 38a). "Noi conosciamo
la verità, non solamente con la ragione, ma anche con il cuore" (Pensieri,
479) insegna Pascal. Oggetto del presente lavoro è un metodo terapeutico
basato su una particolare tecnica di respirazione e denominato "Rebirthing",
e la sua possibile utilizzazione in ambito clinico. Lo strumento è sicuramente
nuovo in ambito accademico, cercherò quindi di esemplificarne metodo e
possibili applicazioni. Punti di riferimento importanti nella stesura di questo
studio, saranno, oltre ad una precisa bibliografia, il cammino esperienziale del
sottoscritto, che conosce e pratica la tecnica da ormai sette anni, la frequenza
di un corso didattico e l'esperienza e la collaborazione del dottor Filippo Falzoni
Gallerani. Nel primo capitolo si vuole mettere in luce, attraverso una ricerca
psicofisiologica, quanto gli studi recenti dimostrino l'importanza delle emozioni
nella nostra vita, e quanto il respiro sia coinvolto nel meccanismo delle emozioni;
il respiro infatti è la base della tecnica del rebirthing. Nel secondo
capitolo si farà un breve ma essenziale excursus su come si sia sviluppato
l'approccio mente /corpo in psicologia clinica. Nel terzo capitolo si spiegherà
dettagliatamente in cosa consiste la tecnica, il suo metodo e le sue applicazioni
in psicologia clinica, tenendo conto degli studi presenti in letteratura, attraverso
autori che praticano il rebirthing o tecniche considerate equivalenti ma denominate
diversamente. Nel quarto capitolo si vuole riportare una testimonianza concreta
del fenomeno attraverso il resoconto di vissuti esperienziali e testimonianze
dirette, compresa quella del sottoscritto, attraverso importanti autori del settore.
Riporto inoltre le interessanti testimonianze scritte dei partecipanti del corso
di formazione professionale di "Rebirthing Transpersonale" ad Asti.
Nel quinto capitolo invece si cercherà di instaurare un dialogo tra
il rebirthing e la psicologia clinica, attraverso il confronto di metodi e suggerimenti,
e attraverso il contributo esperienziale di psicoterapeuti come S.Grof e F.Falzoni
Gallerani. CAPITOLO PRIMO: EMOZIONI E CORRISPETTIVI
PSICOFISIOLOGICI, L'IMPORTANZA DEL RESPIRO La psicologia clinica
ha messo in evidenza come la salute di una persona si consolidi attraverso la
possibilità di esprimersi liberamente e l'offerta di un ampio spazio di
opportunità comunicative. In particolare è cresciuta l'attenzione
al ruolo delle emozioni e alla necessità di educare ad esprimerle, invece
che reprimerle, pena una vasta serie di disturbi "psicosomatici", provocati
dal disagio causato dall'inibizione dei processi comunicativi. Dicono Codispoti
e Clementel "L'atteggiamento clinico consiste nel sincero interesse a conoscere
e comprendere il comportamento, i bisogni, gli interessi e le preoccupazioni attuali
delle persone nella loro vita quotidiana, e, insieme, nella disponibilità
ad osservare tale comportamento in modo partecipe e, aggiungeremmo noi, 'globale',
tenendo conto cioè non solo degli aspetti disfunzionali, ma anche delle
risorse che ciascun individuo in varia misura possiede (Codispoti, Clementel,
1999). Candace B. Pert (che ha dimostrato concretamente l'esistenza dei recettori
per gli oppiacei endogeni all'inizio degli anni '70) sostiene: "Non possiamo
più attribuire alle emozioni minore validità che alla sostanza fisica
e materiale, anzi, dobbiamo considerarle segnali cellulari coinvolti nel processo
di traduzione delle informazioni in realtà fisica, che trasforma letteralmente
la mente in materia. Le emozioni nascono nel punto di congiunzione fra materia
e mente, passando dall'una all'altra in tutte e due i sensi influenzandole entrambe"
(Pert, 2000). Aggiunge Goleman: "Poiché la mente razionale ha
bisogno di più tempo rispetto alla mente emozionale per registrare le impressioni
e per reagire, il primo impulso in una situazione emozionale è dettato
dal cuore e non dal cervello. C'è anche un secondo tipo di reazione emozionale,
più lenta della risposta lampo, che cova e fermenta nei nostri pensieri
prima di portare ad un sentimento. Questa seconda via è più deliberata
e in genere siamo consapevoli dei pensieri che ci guidano verso di essa. In questo
tipo di reazione emotiva, la valutazione è più ampia; i nostri pensieri,
l'elemento cognitivo, giocano un ruolo chiave nel determinare quali emozioni verranno
suscitate. Una volta formulata una valutazione, 'questo tassista mi sta imbrogliando'
o 'questo bimbo è adorabile', segue una propria risposta emozionale. In
questa sequenza più lenta, un pensiero più articolato precede il
sentimento. Emozioni più complesse, come l'imbarazzo o l'apprensione per
un esame imminente, seguono una strada più lenta, impiegando secondi o
minuti prima di svilupparsi: sono queste le emozioni che derivano dai pensieri"
(Goleman, 1996). Le emozioni, che guidano costantemente la nostra vita, sono
strettamente connesse a molte funzioni psicofisiologiche. In questo studio voglio
evidenziare il collegamento profondo e significativo tra le emozioni e la respirazione,
e l'interesse che questo collegamento può suscitare negli studi psicologia
clinica. Come afferma Lowen, sostenitore dell' "analisi bioenergetica":
"La respirazione ha un legame diretto con lo stato di eccitazione del corpo.
Se siamo rilassati e calmi, respiriamo adagio e senza sforzo. Negli stati di profonda
emozione la respirazione diventa più rapida e intensa. Se abbiamo paura,
ispiriamo a scatti e tratteniamo il respiro. Se siamo tesi, la respirazione è
poco profonda. È vero anche il contrario: ispirando profondamente favoriamo
il rilassamento del corpo" (Lowen, 1991). Una corretta attività
respiratoria è quindi indispensabile per una soddisfacente qualità
della vita del nostro organismo. Molti modi di dire quotidiani cercano di
ricordarci quanto appena detto: parliamo di "fiato sospeso", "sospiro
di sollievo", ci sentiamo soffocare, ispiriamo fiducia, temiamo una cospirazione.
Inoltre sappiamo che paura, pianto, gioia, rabbia, hanno componenti emotive e
respiratorie inseparabili. Lo psicoterapeuta G. Downing afferma: "
Il
sistema respiratorio è strettamente connesso con gli stati affettivi. Basta
che cambi la condizione immediata delle nostre emozioni, che cambi solo la minima
sfumatura, perché il respiro prenda a vibrare, a dilatarsi, a esitare,
o a rispondere in qualche altro modo. Non c'è nient'altro in noi che reagisca
in una forma così minuziosamente calibrata. E siccome gli stati affettivi
sono un modo di scoprire l'ambiente circostante, le informazioni che la respirazione
ci fornisce possono essere cruciali. Mentre gli affetti leggono il mondo, il respiro
legge gli affetti" (Downing, 1995). Prima di tutto, quindi, credo sia
utile precisare cosa intendiamo con il termine "respirazione". La
respirazione è una delle funzioni fondamentali di tutti gli organismi viventi
che, mediante assunzione di ossigeno dall'ambiente esterno, consente la liberazione,
dalle sostanze nutritizie, dell'energia necessaria ai processi vitali. Per chiarire
ancora meglio l'argomento riporto qui di seguito la trascrizione di un'intervista
a Gianluigi Bonessa, psicoterapeuta in analisi bioenergetica (Bonessa, 2000).
La respirazione rappresenta l'insieme dei processi che assicurano l'apporto
di ossigeno alle cellule dell'organismo (id.) Questi comprendono: - l'immissione
dell'aria ambiente all'interno dei polmoni tramite l'atto inspiratorio; - il
passaggio dell'ossigeno dagli alveoli polmonari al sangue; - il trasporto
dell'ossigeno, tramite il torrente circolatorio, fino ai tessuti dell'organismo; -
l'utilizzazione dell'ossigeno per lo svolgimento dei processi metabolici da parte
delle strutture cellulari e la produzione d'anidride carbonica ed acqua quale
risultato finale di questi processi; - il passaggio dell'anidride carbonica
nel sangue ed il suo trasporto fino ai polmoni; - la diffusione dell'anidride
carbonica dal sangue negli alveoli polmonari; - l'emissione del gas verso l'ambiente
esterno attraverso l'atto espiratorio. Avremo quindi una "respirazione
esterna" ed una "respirazione interna o cellulare". Comunemente
parlando, per "respirazione" s'intende il ciclico alternarsi delle fasi
del respiro: inspirazione ed espirazione. Il meccanismo fisiologico del respiro
si attua con la contrazione dei muscoli respiratori volontari e con il ritorno
elastico del complesso polmoni-cassa toracica. I muscoli respiratori volontari
sono principalmente inspiratori. Con la loro azione determinano un innalzamento
della gabbia toracica, provocando quindi la diminuzione della pressione all'interno
degli alveoli polmonari, con il risultato che l'aria viene aspirata all'interno
degli alveoli stessi attraverso le vie aeree superiori. I più importanti
muscoli inspiratori sono: -innanzitutto il diaframma, estesa lamina muscolo-tendinea
curva a concavità inferiore, che chiude in basso la cavità toracica
e che, in virtù della sua contrazione, si sposta verso il basso appiattendosi
e determinando l'ampliamento della gabbia toracica; - i muscoli intercostali
esterni; - i muscoli sternocleidomasteoidei; - i muscoli vertebrali. I
muscoli espiratori svolgono un'azione di minore importanza rispetto agli antagonisti,
in quanto l'espirazione è soprattutto fenomeno passivo dovuta al ritorno
elastico del complesso gabbia toracica-polmoni dopo il rilasciamento dei muscoli
inspiratori. È comunque possibile una espirazione forzata con l'intervento
dei muscoli espiratori che sono: -i muscoli intercostali interni la cui contrazione
abbassa le costole; -i muscoli addominali che contraendosi aumentano la pressione
intra-addominale spostando in alto il diaframma e abbassando la gabbia costale,
riducendo di conseguenza il volume del torace. La regolazione del ritmo respiratorio
avviene fisiologicamente ad opera del centro respiratorio ubicato nella sostanza
reticolare del tronco encefalico, dove due gruppi neuronali, uno inspiratorio
e l'altro espiratorio mantengono l'automatico modello ritmico circolare di attivazione
ed inibizione. Quest'automatismo è modificato da vari impulsi afferenti
al centro respiratorio. Abbiamo visto come lo scopo fondamentale e primario
della respirazione sia l'acquisizione dell'ossigeno; questo è il meccanismo
più importante per gli esseri viventi, tanto che nelle procedure da seguire
nel primo soccorso all'infortunato grave viene insegnata la fondamentale regola
dell'"ABC", dove i primi due passi da eseguire in ordine cronologico
riguardano la respirazione (A = air, assicurarsi della pervietà delle vie
aeree; B = breath, ristabilire la ventilazione, qualora non fosse presente quella
spontanea, anche con mezzi meccanici od esterni) e solo dopo questi ci si preoccuperà
di ristabilire la circolazione sanguigna eventualmente con massaggio cardiaco
esterno (C = circulation). Consideriamo inoltre che a differenza di tutti
gli altri processi essenziali per lo svolgimento della vita (battito cardiaco,
mantenimento della pressione circolatoria, funzione escretoria renale, funzione
digestiva e di assorbimento intestinale, funzione metabolica, epatica, etc.) la
respirazione è un'attività semi-automatica, semi-volontaria: normalmente
avviene senza partecipazione cosciente ed in modo autonomo ma possiamo intervenire
con un'azione volontaria e cosciente per modificare la frequenza, il ritmo, la
profondità e addirittura sospendere completamente il respiro, ovviamente
fino ad un certo punto, non è infatti possibile arrestare il respiro volontariamente
fino alla morte per anossia (Bonessa, 2000). Il sangue e i vasi sanguigni
dell'apparato circolatorio sono i vitali sistemi di trasporto dell'organismo.
Tra gli organi dell'apparato circolatorio, l'aorta e la vena cava hanno ruoli
fondamentali. Infatti provvedono a portare le sostanze nutritive a tutte le parti
del corpo e ad asportare i rifiuti. Le funzioni di questi organi non debbono ristagnare
neppure per un breve periodo. Quando il sangue non circola appropriatamente, i
muscoli, le ossa, le cellule e gli organi non ricevono più il rifornimento
d'ossigeno e di risorse energetiche di cui hanno bisogno per continuare a funzionare.
Dobbiamo tenere presente, inoltre, che una circolazione inadeguata del sangue
può privare anche un organo importante come il cervello e le sue cellule
dell'ossigeno e di sostanze nutritive fresche. Dice Nakamura: "Gli esercizi
respiratori favoriscono la circolazione del sangue, prevengono l'accumularsi del
colesterolo e ritardano l'instaurarsi di gravi malattie come l'arteriosclerosi
e la trombosi. I continui esercizi respiratori promuovono inoltre le funzioni
dei globuli bianchi e rossi
Se i capillari si dilatano, un maggior volume
di sangue fresco, ricco di risorse nutritive, viene fornito ad ogni parte del
corpo. Questo facilita il metabolismo. I respiri lunghi e profondi permettono
la dilatazione dei vasi sanguigni e rafforzano l'espansione e la dilatazione dei
capillari. Questi risultati sono chiaramente riconosciuti dalla medicina, tanto
occidentale quanto orientale, come conseguenze benefiche degli esercizi respiratori"
(Nakamura, 1984). Detto questo, possiamo di nuovo affermare che le alterazioni
del ritmo e dell'intensità della respirazione sono fortemente connesse
alle emozioni: la gioia e l'eccitazione rendono il respiro più profondo
e rapido, mentre la paura e il panico generano accelerazioni e spasmi che possono
indurre anche un blocco respiratorio. Il respiro interagisce a tal punto con
le nostre emozioni che potremmo tracciare un intero elenco di modi di respirare,
collegati a particolari stati emotivi ed emozionali: "sospirare" esprime
tristezza, melanconia; "ansimare" è sintomo d'ansia o di eccitazione;
il senso di soffocamento è collegato all'angoscia; "sbadigliare"
esprime stanchezza o noia; "singhiozzare" esprime disperazione; "balbettare"
è sintomo di imbarazzo; una respirazione regolare invece si accompagna
di solito a uno stato di calma. David Boadella individua tre diversi tipi
di respirazione: "La respirazione muscolare è caratterizzata da una
rigidità nella parte superiore del dorso e del collo, come se la persona
si stesse continuamente trattenendo, con una tendenza verso la iperespansione
del torace, come se non si volesse lasciar uscire, e infine un ritmo rigido e
costante del respiro dissociato dai sentimenti, come se la persona evitasse di
emozionarsi. Tutti questi segni corrispondono al rifiuto rigido di lasciarsi sopraffare
dai sentimenti, cioè la determinazione a non perdere il controllo.
La respirazione intestinale si ha quando la parete intestinale funziona in modo
anormale. Invece di rilassarsi ed espandersi durante l'inspirazione essa si indurisce
formando una massa compatta. L'espirazione può sciogliere questa contrazione
solo in parte; perciò questa massa rimane. Tale caratteristica è
tipica dell'individuo masochista che tenta di eliminare sensazioni intestinali
dolorose comprimendo l'addome e, invece, paradossalmente riproduce il dolore ristabilendo
la forte tensione muscolare. La respirazione uterina indica che la persona
fa movimenti respiratori impercettibili come se temesse di sentire i suoi stessi
suoni e movimenti. Questa caratteristica si adatta alla struttura caratteriale
dello schizoide basata sul convincimento di non aver diritto di esistere. In altri
termini, c'è un'inibizione dei movimenti respiratori verso il mondo e questi
movimenti sono sostituiti da una inibizione globale che richiama l'immobilità
del feto. Si ritiene che frenare i movimenti respiratori in modo così continuo
indichi il timore di far entrare dentro di sé l'altro (il mondo) attraverso
la respirazione e un desiderio di ritornare al tranquillo mondo dell'utero"
(Boadella, Liss, 1986). Il respiro, quindi, accompagna e, al tempo stesso,
fa parte delle nostre emozioni. Rendersene conto può essere di aiuto per
comprendersi meglio, per essere più consapevoli dei nostri stati d'animo
e delle ragioni che li innescano. Respiro ed emozioni sono componenti inseparabili.
Dopo aver detto del respiro, proviamo a definire cosa è un'emozione. Naturalmente,
non essendo una grandezza fisica, come il peso o l'aria di una superficie, è
difficile definire e classificare in termini oggettivi cosa sia realmente un'emozione,
anche perché si corre rischio di esprimere dei giudizi di valore che non
si richiamano tanto alla scienza, quanto all'esperienza personale dello psicologo
e dei valori culturali cui egli fa riferimento. Forse è per questo motivo
che nella storia della psicologia esistono numerose teorie dell'emozione e altrettanti
tipi di classificazione. Le emozioni umane sono state oggetto di interesse
e di studio sin dall'antichità: in particolare ci si è sempre chiesti
se le emozioni fossero innate o acquisite, o fossero da considerare insignificanti
interferenze al normale fluire dei processi di pensiero o dei processi funzionali
alla vita stessa dell'essere umano. Con Charles Darwin, verso la fine del
secolo scorso, gli stati emotivi cominciarono a essere valutati in chiave scientifica
e studiati in relazione al processo di evoluzione e di sopravvivenza della specie.
Nel suo libro L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali, (Darwin,
1962) egli sosteneva che le emozioni avessero avuto un importante ruolo nell'adattamento,
fungendo da campanelli di allarme in vista di possibili pericoli. Le emozioni
erano, infatti, un importante segnale di comunicazione all'interno di ogni specie:
le espressioni emotive prodotte da un singolo individuo aumentavano le possibilità
di sopravvivenza dell'intero suo gruppo. Paul Eckman (cit. in Goleman, 1996)
ha raccolto una grande quantità di dati sulle proprietà comunicative
delle espressioni facciali, che sono identificate in modo simile anche all'interno
di culture molto diverse. Per esempio anche in un gruppo della Nuova Guinea, di
cultura primitiva, le espressioni facciali relative a particolari emozioni somigliavano
molto a quelle delle società più avanzate. Ciò accade in
particolare per l'emozione della rabbia, del disgusto, della felicità,
della tristezza, della paura e della sorpresa, che sembrano universalmente espresse
allo stesso modo, probabilmente perché biologicamente più primitive
e dunque universali. Alcune differenze sono state riscontrate riguardo all'intensità
dell'espressione mostrata o ai tentativi di dissimulazione appresi per via culturale.
Un concetto su cui di solito gli psicologi concordano, è che le emozioni
possono essere distinte innanzitutto in emozioni positive (felicità, amore,
gioia, interesse, etc.) e negative (tristezza, collera, paura, ansia, depressione,
noia, disgusto, etc.), Boadella precisa: "Proprio come i due movimenti fondamentali
dell'organismo vivente sono di avvicinamento al piacere (nutrizione, carezze,
protezione) e di allontanamento dal dolore (stimoli dannosi, stimoli eccessivi,
pericoli), così le nostre emozioni fondamentali registrano le stesse due
tendenze opposte, preferenza e avversione" (Boadella, Liss, 1986). Sappiamo
ormai in ogni caso che anche le emozioni "negative" hanno una loro funzionalità,
e quindi è molto importante non reprimerle ma saperle esprimere soprattutto
se in un contesto adeguato, altrimenti ci può essere l'insorgere di diversi
disturbi. Dice a questo proposito Alexander Lowen: "La desensibilizzazione
di una parte del corpo ha un effetto sul suo funzionamento generale. Ogni zona
che diviene desensibilizzata riduce la vitalità dell'intero organismo.
Limita, in una certa misura, la motilità naturale del corpo e agisce come
elemento limitante nei confronti della funzione della respirazione. In tal modo
fa diminuire il livello energetico dell'organismo e indebolisce tutta la formazione
degli impulsi. In situazioni nelle quali l'espressione di un impulso potrebbe
evocare una minaccia da parte dell'ambiente nei confronti del bambino, questi
cercherà consapevolmente di reprimere tale impulso. Otterrà questo
facendo diminuire la propria motilità e limitando la propria respirazione.
Non muovendosi e trattenendo il respiro si possono smorzare il desiderio e le
sensazioni. Infatti, in una disperata manovra per sopravvivere, si intorpidisce
il corpo intero. Se questa desensibilizzazione si spinge piuttosto in là,
dà luogo alla personalità schizoide
" (Lowen, 1980). Anche
Boadella precisa "Come l'attività motoria nella lotta o nella fuga
scarica le emozioni di rabbia e di paura e ristabilisce un funzionamento piacevole,
così il pianto è per l'uomo una valvola di sfogo naturale per l'emozione
della tristezza. Si è osservato saggiamente che non dare sfogo alle lacrime
in situazione di perdita impedisce il ritorno all'attività piacevole (Boadella,
Liss, 1986). Le emozioni inoltre possono essere classificate in "primarie",
o non riducibili, come la "paura", e "secondarie", come la
"vergogna", infatti per descrivere quest'ultima bisogna ricorrere a
"paura", "dispiacere", mentre non c'è bisogno di "vergogna"
per descrivere la paura (Battacchi, Codispoti, 1992). Possiamo identificarne inoltre
alcune componenti fondamentali: risposte fisiologiche, e in particolare quelle
prodotte dall'attivazione dei sistemi nervoso autonomo, endocrino e immunitario,
che sono parzialmente percepibili dal soggetto e dall'osservatore, risposte tonico-posturali
(tensione, rilassamento), risposte comportamentali (scappare, aggredire) o uno
stato di prontezza a metterli in atto, risposte espressive, in particolare interessanti
la mimica facciale, ma anche la tonalità o la modulazione della voce, e
infine esperienza emotiva o feeling (id., 1992). Inoltre gli esperti distinguono
fra emozione, umore e temperamento, in cui l'emozione sarebbe la più transitoria
e chiaramente identificabile in rapporto alla causa che la scatena, mentre l'umore
si prolunga per ore o giorni interi ed è meno facile da riconoscere, e
il temperamento sarebbe fondato su fattori genetici, per cui in genere dobbiamo
tenercelo per tutta vita (anche se certamente alcune modificazioni sono sempre
possibili). Ogni emozione ha un ruolo unico, come spiega bene Daniel Goleman:
"Quando siamo in collera, il sangue affluisce alle mani e questo rende più
facile afferrare un'arma o sferrare un pugno all'avversario, la frequenza cardiaca
aumenta e una scarica di ormoni fra i quali l'adrenalina, genera un impulso di
energia abbastanza forte da permettere un'azione vigorosa. Se abbiamo paura, il
sangue fluisce verso i grandi muscoli scheletrici, ad esempio quelli delle gambe,
rendendo così più facile la fuga e al tempo stesso facendo impallidire
il volto, momentaneamente meno irrorato
Nella felicità, uno dei principali
cambiamenti biologici sta nella maggior attività di un centro cerebrale
che inibisce i sentimenti negativi e aumenta la disponibilità di energia,
insieme all'inibizione di centri che generano pensieri angosciosi
L'amore,
i sentimenti di tenerezza e la soddisfazione sessuale comportano il risveglio
del sistema parasimpatico; in altre parole, si tratta della mobilitazione opposta
a quella che abbiamo visto nella reazione di "combattimento o fuga"
tipica della paura e della collera
Nella sorpresa il sollevamento delle sopracciglia
consente di avere una visuale più ampia e di far arrivare più luce
sulla retina
In tutto il mondo l'espressione di disgusto è la stessa,
e invia il medesimo messaggio: qualcosa offende il gusto o l'olfatto, anche metaforicamente
La
tristezza ha la funzione fondamentale di farci adeguare a una perdita significativa,
ad esempio una grande delusione o la morte di qualcuno che ci era particolarmente
vicino
essa comporta una caduta di energia ed entusiasmo verso le attività
della vita
La chiusura in sé stessi che accompagna la tristezza ci
dà l'opportunità di elaborare il lutto per una perdita o per una
speranza frustrata, di comprendere le conseguenze di tali eventi nella nostra
vita e, quando le energie ritornano, di essere pronti per nuovi progetti. Può
darsi che un tempo questa caduta di energia servisse a tener i primi esseri umani
vicino ai loro rifugi (e quindi al sicuro) quando erano tristi e perciò
più vulnerabili (Goleman, 1996). Anche F. Perls ribadisce l'importanza
delle emozioni e il loro collegamento con il corpo: "In effetti, benché
la psichiatria moderna tratti le emozioni come un sovrappiù fastidioso
da dover scaricare, esse sono in realtà il nocciolo stesso della nostra
vita. Possiamo teorizzare e interpretare le emozioni come vogliamo, ma è
uno spreco di tempo. Infatti le emozioni sono il linguaggio stesso dell'organismo;
modificano l'eccitazione basilare a seconda della situazione da affrontare. L'eccitazione
viene trasformata in emozioni specifiche, e le emozioni vengono trasformate in
azioni sensoriali e motorie. Le emozioni producono le cariche energetiche e mobilitano
i modi e mezzi per soddisfare i bisogni (Perls, 1977). La più antica
teoria sulle emozioni, da un punto di vista psicofisiologico, è quella
di William James e F. A. Lange, due psicologi che, indipendentemente l'uno dall'altro,
la formularono alla fine del 1800. Questi autori ipotizzarono che l'emozione fosse
la percezione delle variazioni somatiche provocate da stimoli particolari. L'emozione,
dunque, dipenderebbe dall'esperienza dei cambiamenti fisiologici che si verificano
in seguito a un impulso esterno: quando percepiamo questo stimolo, subiamo delle
alterazioni periferiche nel nostro organismo, che hanno un effetto di ritorno
sulla nostra psiche.In pratica se piangiamo non è perché siamo tristi,
ma siamo tristi perché piangiamo. La teoria non sopravvisse però
alle critiche ed agli accertamenti sperimentali. Nel 1927 Cannon e Bard (cit.
in Anolli ed al., 1996) assegnarono al sistema nervoso centrale un ruolo fondamentale
nel meccanismo dell'emozione, secondo questi, invece, le modificazioni viscerali
non sono rilevanti ai fini dell'esperienza emotiva, ma servono a preparare l'organismo
ad affrontare la situazione di emergenza che ha innescato la risposta emozionale.
Questo fu confermato soprattutto dal fatto che animali cui erano separati chirurgicamente
i visceri dal sistema nervoso centrale potessero lo stesso continuare a produrre
risposte emozionali. Stanley Schachter (id., 1996) negli anni '60 suggerì
invece che gli individui interpretano l'attivazione fisiologica in rapporto agli
stimoli che la suscitano, alle situazioni ambientali e ai loro stati cognitivi.
Secondo tale ipotesi, un'emozione dunque non è inesorabilmente guidata
dall'attività fisiologica, ma viene interpretata nel contesto delle proprie
conoscenze ed esperienze. Famoso fu il fantasioso esperimento condotto nel 1962
dallo stesso Schachter e da Singer. In realtà non è vero che
"abbiamo paura perché scappiamo via", non è soltanto vero
che "scappiamo perché abbiamo paura", ne è soltanto vero
che abbiamo paura e scappiamo tutte le volte che si realizza la concomitanza di
un alto livello di eccitazione e degli stimoli esterni che suggeriscono di fuggire.
Tutte e tre le teorie, comunque, hanno contribuito in vari modi all'acquisizione
di maggiore conoscenza. Tomkins (cit. in Legrenzi, 1994) e i suoi allievi Izard
ed Ekman hanno di nuovo sottolineato l'importanza delle determinanti somatiche
nelle emozioni. Altri autori come Lazarus e Wiener mettono in rilievo come le
valutazioni cognitive e le attribuzioni di significato tra la persona e l'ambiente
svolgono un grosso ruolo nella determinazione delle diverse emozioni. Altri infine
come Leventhal e Scherer avanzano proposte che prefigurano la possibilità
di vedere come i vari punti di vista possano essere integrati se visti come diversi
livelli di analisi. Essi propongono un modello gerarchico-evolutivo secondo cui
l'emozione è una costruzione alla quale concorrono diverse componenti,
percettivo-motorie e valutative, ordinate gerarchicamente secondo livelli di articolazione
e complessità crescenti con il progredire dello sviluppo. Vediamo dunque
come siano necessari dei modelli capaci di conciliare la multicausalità
e multicomponenzialità dei vari fattori che concorrono a definire le varie
manifestazioni emotive. Per capire meglio la grande influenza delle emozioni
sulla mente razionale, e per capire come mai il sentimento e la ragione entrino
in conflitto facilmente, dobbiamo considerare il modo in cui si è evoluto
il cervello umano. Secondo l'ipotesi di Paul MacLean (cit. in Trombini, Baldoni,
1999), a cui oggi viene dato molto rilievo, il cervello può essere suddiviso
in tre parti stratificate una sopra l'altra. La parte più primitiva
del cervello è la più interna, costituita dal tronco encefalico,
che l'uomo ha in comune con tutte le specie dotate del sistema nervoso relativamente
sviluppato, e corrisponderebbe filogeneticamente alla parte più antica
che fu denominata "cervello dei rettili" perché in essi avrebbe
fatto la sua prima comparsa. Essa regola funzioni vegetative fondamentali come
il respiro, l'attività cardiaca e il metabolismo degli altri organi. La
zona cerebrale intermedia, posta tra il tronco e i due emisferi, è costituita
da una serie di strutture strettamente collegate dal punto di vista anatomo-fisiologico
(amigdala, ippocampo, setto, area cingolare, nucleo dorso-mediale, corpo mamillare)
che nel loro complesso prendono il nome di "sistema limbico" (dal latino
"limbus", che significa "anello"). Esso ha importanti connessioni
con l'ipotalamo e attraverso di esso con il sistema nervoso autonomo ed endocrino.
Inoltre è strettamente collegato anche con la corteccia cerebrale, responsabile
dell'elaborazione cognitiva, ed in particolare con la corteccia prefrontale, svolgendo
una funzione fondamentale nella percezione ed espressione delle emozioni.
Il sistema limbico corrisponderebbe, secondo MacLean, al cervello sviluppatosi
nei primi mammiferi e svolgerebbe un ruolo importante non solo nel controllo delle
funzioni vegetative e nell'elaborazione delle emozioni, ma anche nelle funzioni
di autoconservazione e conservazione della specie. Quando si evolse, il sistema
limbico perfezionò due strumenti potenti: l'apprendimento e la memoria,
ciò consentì ad un animale di essere più intelligente nelle
sue scelte per la sopravvivenza, e di regolare finemente le proprie risposte in
modo da adattarle ad esigenze mutevoli senza più dover reagire in modo
automatico e rigidamente invariabile. La parte più esterna del cervello,
corrispondente alla "neocorteccia", si sarebbe sviluppata solo nei mammiferi
superiori costituendo la struttura neuroanatomica per il linguaggio verbale e
per le attività cognitive compresi la coscienza, i processi decisionali
e la capacità di simbolizzazione. Nel corso dell'evoluzione la neocorteccia
permise una regolazione fine che senza dubbio comportò enormi vantaggi
per la sopravvivenza. Infatti, sebbene le strutture limbiche siano ritenute alla
base delle emozioni, solo l'aggiunta della neocorteccia e delle sue connessioni
con il sistema limbico possono permettere il legame affettivo madre-figlio, cioè
quel sentimento che rende possibile lo sviluppo umano rappresentando la base dell'unità
familiare. Questo lo si può notare bene grazie all'osservazione del fatto
che nelle specie prive di neocorteccia, come i rettili, manca l'affetto materno,
in quanto quando i piccoli escono dall'uovo devono nascondersi per non essere
divorati dai loro genitori. Inoltre quanto più grande è il numero
delle connessioni cerebrali, tanto più ampia è la gamma delle possibili
risposte. Il ruolo più importante per quanto riguarda le emozioni quindi,
lo svolge il sistema limbico e in particolar modo il gruppo di strutture connesse
e raggruppate sotto il nome di "amigdala" (termine derivante dalla parola
greca che significa "mandorla"). Goleman riporta il caso di un giovane
al quale era stata rimossa chirurgicamente l'amigdala per controllare gravi attacchi
epilettici cui era soggetto, il quale dopo questo intervento perse completamente
ogni interesse per le persone, e preferiva starsene seduto da solo senza avere
alcun contatto umano. E sebbene potesse conversare, non riconosceva più
amici, parenti, e nemmeno sua madre, rimanendo completamente indifferente (Goleman,
1996). E' stato Joseph Le Doux, considerato uno dei più grandi studiosi
di neurobiologia il primo a scoprire l'importanza dell'amigdala nel cervello emozionale:
"L'amigdala è come il mozzo di una ruota. Riceve segnali di basso
livello da regioni del talamo (dedicate ad uno dei sensi), informazioni di livello
superiore dalla corteccia (dedicata ad uno dei sensi) e informazioni di livello
ancora superiore (indipendenti) dai sensi sulla situazione generale dall'ippocampo.
Attraverso queste connessioni, è in grado di elaborare l'importanza emotiva
di stimoli individuali e anche di situazioni complesse. L'amigdala è coinvolta
nella valutazione del significato emotivo: è lì insomma che gli
stimoli d'innesco agiscono" (LeDoux, 1999, p.175). Mentre l'amigdala lavora
per scatenare una reazione ansiosa e impulsiva, altre aree del cervello emozionale
si adoperano per produrre una risposta correttiva, più consona alla situazione.
Un ruolo importante, è svolto dai lobi prefrontali, e cioè quello
di controllare e gestire più efficacemente la situazione emozionale. Quando
si scatena un'emozione, nel giro di qualche istante i lobi prefrontali eseguono
la reazione che ritengono migliore fra una miriade di possibilità, in base
al criterio del rapporto rischio/beneficio. Sia in caso di resezione dell'amigdala,
che in assenza di elaborazione da parte dei lobi prefrontali, gran parte della
vita emotiva viene meno. Quando abbiamo delle reazioni esagerate, quando "si
perde la testa", accadono ciò che Goleman chiama "sequestri emozionali".
Come lui stesso dice essi "
Comportano presumibilmente due dinamiche:
da un lato, lo scatenamento dell'amigdala e dall'altro la mancata attivazione
dei processi neocorticali che solitamente mantengono un equilibrio delle risposte
emozionali
Le emozioni allora sono molto importanti ai fini della razionalità"
(Goleman, 1996). I principali sintomi delle paure apprese, compresi quelli
del "disturbo post traumatico da stress", si spiegano considerando le
alterazioni che avvengono nei circuiti del sistema limbico concentrati ancora
una volta in modo particolare nell'amigdala. Alcune delle alterazioni più
importanti hanno luogo anche nel locus ceruleus, struttura che regola la secrezione
cerebrale delle catecolamine ossia dell'adrenalina e della noradrenalina. Questi
due neurotrasmettitori mobilitano l'organismo preparandolo all'emergenza; inoltre
queste sostanze fanno sì che i ricordi si imprimano nella memoria con particolare
intensità. Nei pazienti con "disturbo post traumatico da stress"
questo sistema diventa iperreattivo, secernendo dosi eccezionalmente elevate di
catecolamine in risposta a situazioni che in realtà comportano minacce
insignificanti ma che in qualche modo ricordano il trauma originale. Altre modificazioni
hanno luogo nel circuito che collega il sistema limbico alla ghiandola pituitaria,
struttura che regola la liberazione del CRF ossia del principale ormone dello
stress. Una terza serie di alterazioni avviene a livello del sistema degli oppiacei,
ossia nelle strutture che secernono le endorfine per attutire la sensazione del
dolore. J. LeDoux ipotizza che una volta che il sistema emozionale impari qualcosa,
sembra che non la dimentichi più, quel che la terapia riesce ad insegnare
è come controllarlo, insegna alla neocorteccia come inibire l'amigdala.
L'inclinazione all'atto viene così soppressa, mentre l'emozione fondamentale
rimane in forma attenuata. Esprimendo a parole e sentimenti le sensazioni fisiche,
probabilmente i ricordi vengono riportati sotto il controllo della neocorteccia,
dove le reazioni che essi scatenano possono essere più comprensibili e
per tanto più facilmente gestibili. A questo punto, ci può essere
un riapprendimento emozionale che viene effettuato in larga misura rivedendo gli
eventi e le emozioni ad essi legate, ma stavolta in un ambiente sicuro, in compagnia
del terapeuta di fiducia. È interessante a questo punto il fatto che
alcune persone sono spontaneamente allegre, mentre altre sono cupe e malinconiche.
Gli studi dello psicologo Richard Davidson (cit. in Goleman, 1996) hanno messo
in luce come le persone con una maggiore attività del lobo frontale sinistro
siano allegre per temperamento, mentre gli individui con un'attività maggiore
a livello del lobo frontale destro, invece, sono più propensi alle negatività
e vengono facilmente turbati dalle difficoltà della vita. Altri studi
hanno indicato l'amigdala e le sue connessioni con le aree associative della corteccia
visiva come parte di un circuito cerebrale fondamentale per l'empatia, capacità
molto importante nelle relazioni sociali e quindi soprattutto in psicologia clinica,
dove risulta fondamentale comprendere esattamente ciò che vuol comunicare
il paziente, e capire come realmente si sente. Come riporta Goleman (1996) "L'empatia
si basa sull'autoconsapevolezza; quanto più aperti siamo verso le nostre
emozioni, tanto più abili saremo anche nel leggere i sentimenti altrui
quando
le parole di un individuo non sono in armonia con quanto egli comunica con il
tono di voce, i gesti o altri canali non verbali, la verità va ricercata
nel come quell'individuo sta comunicando, non tanto in ciò che dice".
Nel Libro L'esperienza del corpo Favaretti Camposampiero ed al. (1998) affermano
che "L'orientamento empatico della sensibilità del terapeuta si basa
su un atteggiamento di recettività conscia e inconscia nei confronti del
mondo del paziente, del suo ambiente interno/esterno, dei suoi oggetti/sé,
ma tutto ciò come via o mezzo per sintonizzarsi sulla stessa lunghezza
d'onda affettiva del paziente e immedesimarsi con l'Io del paziente, con il soggetto-paziente,
rimanendo contemporaneamente in contatto con la propria dimensione affettiva".
Sulla base di queste affermazioni, personalmente ritengo che si possa affermare
che ci sia un "contatto empatico" ogni volta che una persona, in una
interazione con un altro soggetto, vede, vive, sente il mondo con gli occhi dell'altro.
Un altro circuito fondamentale comprende il nervo vago, che non si limita
a regolare la funzione del cuore e di altri organi, ma trasmette i segnali provenienti
delle ghiandole surrenali all'amigdala, preparandola a secernere le catecolamine
che scatenano la risposta di combattimento o fuga. Un gruppo di studiosi della
University of Washington scoprì che il fatto stesso di avere genitori capaci
dal punto di vista emozionale favoriva un miglioramento della funzione vagale
nei loro figli. Recentemente, quindi, gli studi sulla biochimica del cervello
stanno consentendo sempre più di individuare rapporti abbastanza definiti
tra stati di coscienza e reazioni chimiche del sistema nervoso centrale. Le
emozioni, modulano di continuo ciò che noi sperimentiamo come "realtà",
poiché la scelta delle informazioni sensoriali che arriverà al cervello
per essere filtrate, dipende dai segnali che i recettori ricevono dai peptidi
(lunghe catene di aminoacidi). Man mano che la ricerca progredisce, infatti, si
vede come anche il ruolo dei peptidi non si limita ad ottenere azioni semplici
ed isolate da singole cellule ed apparati, quanto quello di collegare tutti gli
apparati nell'organismo in una rete unica che reagisce ai cambiamenti, interni
o esterni che siano, con modificazioni complesse e orchestrate in modo sottile.
A questo proposito dice Pert: "Se accettiamo l'idea che i peptidi e le altre
sostanze informazionali siano la base biochimica delle emozioni, la loro distribuzione
nel sistema nervoso ha una portata estremamente vasta, che Sigmund Freud se fosse
ancora vivo, sarebbe ben lieto di mettere in risalto come la conferma molecolare
delle sue teorie. Il corpo si identifica con l'inconscio! I traumi repressi causati
da una sovrabbondanza di emozioni possono restare immagazzinati in una parte del
corpo, influenzando in seguito la nostra capacità di percepire quella parte
o addirittura di muoverla. Le nuove ricerche in corso suggeriscono l'esistenza
di un numero quasi illimitato di vie attraverso le quali la mente cosciente può
accedere all'inconscio e al corpo, e modificarlo, oltre a fornire una spiegazione
per un certo numero di fenomeni sui quali i teorici delle emozioni stanno ancora
meditando" (Pert, 2000, p.167). Il livello di attivazione o di eccitazione
dell'organismo può fluttuare tra valori estremamente bassi, che si registrano
quando l'ambiente è tranquillo, a valori molto alti, come nel caso di tensione
o paura dovuta qualche minaccia incombente. Le modificazioni fisiologiche
iniziano con l'attivazione dell'ipotalamo, che comincia a secernere CRH con la
conseguente liberazione da parte dell'ipofisi di ormone adrenocorticotropo (ACTH).
Comincia così una reazione ormonale a catena: la corteccia surrenale secerne
il cortisolo, che stimola il metabolismo delle proteine e degli zuccheri per una
maggiore produzione di energia (il glicogeno, infatti si trasforma rapidamente
in glucosio e vengono demoliti i grassi depositati nel tessuto adiposo) e l'adrenalina,
che agisce sul sistema nervoso simpatico. I vasi sanguigni che irrorano la muscolatura
si dilatano, facendo affluire una maggiore quantità di sangue, che porta
con sé ossigeno e altri materiali necessari per liberare ulteriore energia,
mentre si stringono quelli dei visceri che in una situazione di allarme non hanno
funzione importante da svolgere. Il cuore aumenta la forza di contrazione e la
frequenza del battito, il ritmo respiratorio si fa più veloce per permettere
una migliore ossigenazione e migliora la coagulabilità del sangue in caso
di ferite. Gli ultimi studi inoltre dimostrano come una significativa stimolazione
emozionale sia associata con una netta attivazione del sistema degli oppioidi
endogeni come avviene nella "analgesia da stress" riportata negli animali.
Altri studi controllati condotti ad Atlanta su animali di laboratorio, dimostrano
come questi, sottoposti a separazione precoce dai propri genitori, sviluppino
una aumentata quantità di recettori per il CRH (rispetto ai non separati),
che può portare più facilmente a una maggiore attivazione dell'asse
ipotalamo-ipofisi-surrene. Traumi infantili quindi possono portare alterazioni
neuroendocrine specifiche (naturalmente bisogna sempre tenere conto del concetto
di multifattorialità causale degli eventi) che possono predisporre l'essere
umano a particolari problemi come quello della depressione, queste persone infatti,
hanno molte più difficoltà ad affrontare eventi di separazione significativi
che purtroppo un essere umano deve affrontare durante la vita. Vediamo quindi
come emozioni violente tanto da divenire "traumi" possano condizionare
la vita di una persona, e ciò è particolarmente vero fin dall'infanzia,
dove i meccanismi di difesa del bimbo non hanno la capacità di supportare
un'elaborazione degli eventi che invece può essere più funzionale
in un adulto. D'altro canto, si è visto che determinati pensieri o emozioni
oltre ad avere la capacità di portare a produrre il nostro corpo le cosiddette
"endorfine" possono fare in modo che il corpo produca da solo delle
sostanze che si legano ai recettori delle benzodiazepine (avendo così un'altrettanto
efficace funzione ansiolitica), chiamate "neurosteroidi". Sappiamo
inoltre che il sistema immunitario, così come il sistema nervoso centrale,
è dotato di memoria e capacità di apprendimento; sembra che sia
stato (cit. in Goleman, 1996) lo psicologo Robert Ader per primo a scoprire che
anche il sistema immunitario, proprio come il cervello, era capace di apprendere
(scoperta effettuata nel 1974 alla School of Medicine and Dentistry della Rochester
University) grazie ad un esperimento sui ratti. Un suo collega, David Felten osservò
che le emozioni hanno un effetto potente sul sistema nervoso autonomo, che a sua
volta regola le funzioni più disparate, dalla quantità di insulina
secreta dal pancreas, al livello della pressione ematica. Assieme alla moglie
ed altri colleghi, in alcuni studi di microscopia elettronica, Felten individuò
il punto in corrispondenza del quale il sistema nervoso autonomo comunica direttamente
con linfociti e macrofagi (ossia le cellule del sistema immunitario), rappresentato
da strutture simili a sinapsi. Un'altra fondamentale via di collegamento fra emozioni
e sistema immunitario si esplica nell'influenza esercitata dagli ormoni liberati
in condizioni di stress. Afferma De Luca: "Le emozioni non sono mai creazioni
interne cerebrali o disincarnate. Il nostro organismo comprende infatti diversi
bisogni, strutture e livelli. Il livello fisiologico costituisce l'impalcatura
più elementare e primaria su cui impariamo a costruire gradualmente l'intera
esperienza della nostra vita. Ciascuna emozione o pensiero, per quanto lontana
o distaccata dal contesto corporeo, si inserisce sempre in un ciclo di bisogni,
di impulsi e di mete racchiuse nella funzionalità complessiva dell'organismo.
In tal modo possiamo descrivere tutte le emozioni come la gioia, la tristezza,
la rabbia o il risentimento come altrettante reazioni concomitanti con l'impalcatura
coordinata dei nostri organi fisici: il cuore, il fegato, i polmoni e i sistemi
muscolare e circolatorio, che presiedono ad ogni possibile attività psichica"
(De Luca, 1995). Molto interessanti a questo proposito sono anche gli studi
di Herbert Benson alla Harvard medical school; riporto qui di seguito il resoconto
relativo ad un suo esperimento: "Facemmo venire in laboratorio praticanti
di meditazione in perfetta salute, e applicammo strumenti come cateteri intravenosi,
cateteri intra-arteriali, elettrodi per misurare la frequenza e il ritmo cardiaco,
e elettrodi per misurare le onde cerebrali, e maschere per analizzare il respiro
in modo da poter misurare il metabolismo. Poi, li facemmo sedere per un'ora intera
prima dell'inizio delle misurazioni. L'esperimento era diviso in tre periodi.
C'era un periodo pre-meditativo, un periodo di effettiva meditazione e uno di
post-meditazione, della durata di venti minuti ciascuno. Dopo avere preso le misurazioni
iniziali per i primi venti minuti del periodo pre-meditativo, venne chiesto ai
soggetti di meditare. Osservandoli non si notava alcun mutamento nella loro attività,
nessun cambiamento di posizione, semplicemente essi mutavano il contenuto dei
loro pensieri. Usavano la loro mente in modo diverso. Mentre lo facevano noi continuammo
a misurare i cambiamenti fisiologici per i seguenti venti minuti del periodo meditativo.
Alla fine di questo periodo chiedemmo loro di riprendere a pensare in modo normale
e ancora una volta essi mutarono modo di pensare. Vi furono notevoli fluttuazioni
nel consumo di ossigeno, che è il termine medico per definire il metabolismo.
In altre parole, il consumo globale della loro energia e del loro metabolismo
diminuiva del 16 e 17 per cento con il solo processo del cambiamento di modo di
pensare
Paragonabili ai mutamenti nel consumo di ossigeno furono i cambiamenti
nell'eliminazione del biossido di carbonio, che è il prodotto di scarto
del metabolismo. Questi soggetti facevano calare realmente il loro metabolismo
e per mezzo della meditazione consumavano una minore quantità di energia
corporea. Anche la frequenza del loro respiro diminuiva dai 13, 14 atti inspiratori
per minuto a 10 o 11 per minuto, solo mutando modo di pensare
Non ci fu nessun
mutamento nel PO2, cioè nella concentrazione di ossigeno nel sangue. Le
cellule ricevevano carburante a sufficienza, cioè ossigeno; semplicemente
ne consumavano di meno
Quando si ripresentavano i pensieri normali, c'era
un ritorno al metabolismo ordinario
inoltre le onde cerebrali erano leggermente
differenti da quelle che si registrano durante il sonno. Crediamo che ciò
che avveniva durante la meditazione fosse una reazione direttamente opposta alla
reazione di stress
Che abbiamo chiamato "reazione di rilassamento"
(Benson et al., 1993, pp. 59-61). Queste nuove ricerche sono molto importanti
e aprono nuovi orizzonti, tanto più che ormai le conferme sono numerose
grazie anche ai nuovi strumenti che la scienza mette disposizione dei ricercatori.
Sostiene Pert: "La respirazione controllata, ossia la tecnica adottata tanto
dai maestri di yoga quanto dalle partorienti, è estremamente potente. Esiste
una quantità di dati da cui risulta che i cambiamenti nel ritmo e nella
profondità della respirazione producono cambiamenti nella quantità
e nella specie di peptidi che vengono rilasciati dal midollo allungato, e viceversa.
Portando questo processo a livello di coscienza e facendo qualcosa per alterarlo,
o trattenendo il fiato o respirando molto in fretta, si ottiene che i peptidi
si diffondono in tutto il liquido cerebrospinale nel tentativo di ristabilire
l'omeostasi, ossia il meccanismo che serve a ristabilire e mantenere l'equilibrio.
E siccome molti di questi peptidi sono endorfine, cioè oppiacei naturali
del corpo, insieme con altre specie di sostanze che alleviano il dolore, si ottiene
ben presto una diminuzione del dolore
Il legame peptidi-respirazione è
ben documentato: in pratica tutti i peptidi che si trovano nell'organismo sono
presenti nell'apparato respiratorio. Questo substrato peptidico può fornire
la spiegazione scientifica dei potenti effetti risanatori degli schemi di respirazione
controllati in modo cosciente" (Pert, 2000, p.223). Quando lo stress impedisce
alle molecole dell'emozione di fluire liberamente dove ce n'è bisogno,
i processi in gran parte automatici che sono regolati dal flusso dei peptidi,
come il respiro, la circolazione del sangue, l'immunità, la digestione
e l'eliminazione delle scorie, si riducono a pochi e semplici circuiti di feedback
sconvolgendo la normale reattività legata al processo risanatore. Praticando
determinate tecniche di respirazione quindi, come appunto il "rebirthing",
si può consentire a pensieri, sensazioni, emozioni sepolte da tempo di
risalire a galla, rimettendo in circolazione i peptidi, e riportando il corpo
e le emozioni alla salute. Come afferma Falzoni "Il rapporto tra respirazione
ed emozioni represse appare chiarissimo quando vediamo che una persona, tesa e
contratta durante le prime fasi del rebirthing, si libera istantaneamente da ogni
rigidità, e da ogni altro sintomo che verrebbe solitamente considerato
tetania, non appena si lascia andare ed entra in contatto cosciente con emozioni
represse" (Falzoni, 1996). Vorrei concludere questo capitolo con ciò
che suggerisce ancora Pert "La tendenza ad ignorare le emozioni fa parte
di un pensiero ormai superato, è un residuo del paradigma ancora dominante
che ci spinge a concentrarsi sul livello materiale della salute, sul suo aspetto
fisico. Eppure le emozioni sono l'elemento chiave nella cura di se stessi, perché
consentono di partecipare al dialogo corpo/mente. Entrando in contatto con le
nostre emozioni, ascoltandole e indirizzandole grazie alla rete psicosomatica,
riusciamo ad ottenere l'accesso alla saggezza risanatrice che rientra nei diritti
biologici naturali di tutti noi" (Pert, 2000). Credo quindi che oramai
sia molto difficile mettere in dubbio l'importanza delle emozioni e la loro influenza
sulla nostra vita psicofisica, ecco perché allora possono essere importanti
metodi come il rebirthing che attraverso determinati "schemi di respirazione"
possono permettere il riappropriarci di emozioni sepolte che rischiano altrimenti
di guidare il nostro comportamento in modo inconscio e automatico. CAPITOLO
SECONDO: LA PSICOLOGIA CLINICA E LA RELAZIONE MENTE-CORPO-EMOZIONI,
LO SPECIFICO DEL REBIRTHING La psicoterapia corporea come area teorico-clinica
si è sviluppata, attraverso un insieme complesso di esperienze, di studi,
di movimenti, e si caratterizza non solo per le tecniche corporee, ma per il caratteristico
sistema teorico che legge nei termini mente/corpo, lo sviluppo evolutivo, la configurazione
e le alterazioni patologiche di individui, famiglie, gruppi. Il problema mente-corpo,
ha origini antiche, tanto che si può far risalire alla disgiunzione platonica
tra "corporeo" e "ideale". Come riporta Favaretti Camposampiero
(1998), i termini psiche e soma sono già presenti in Omero ma con un significato
diverso da quello che assegnerà loro Platone. Omero, infatti, con la parola
"soma", indica solamente il corpo esanime, il cadavere, non il corpo
vivente, che viene invece espresso facendo riferimento all'aspetto e alla funzione
per cui lo si chiama in causa: démas (la figura del corpo), chrìos
(la pelle come superficie del corpo, derma (la pelle come rivestimento staccabile
dal resto del corpo), mélea (le membra). Interessante anche il fatto che
per Omero la parola "psiche" è tanto connessa alla corporeità
da significare etimologicamente "respiro". Aristotele imposta il
problema dell'anima in termini "biologici", cioè di vita (Bìos)
e perciò la definisce "qualcosa del corpo", stabilendo così
che la vera differenza di natura non è come aveva detto Platone tra l'anima
e il corpo ma come aveva detto Omero tra il corpo vivente e il cadavere ridotto
a cosa. Cartesio distinguendo res cogitans e res extensa sottrarrà l'anima,
considerata come puro intelletto, ad ogni influenza corporea. Appoggiandosi sul
vecchio paradigma della scissione tra materia e pensiero, Kant proseguirà
nella stessa direzione svalorizzando il mondo degli istinti, delle emozioni, e
delle sensazioni corporee. Si può citare infine lo sforzo di Nietzsche
per ricostruire una nuova unità: " Corpo sono io ed anima, così
parla il fanciullo. E perché non si deve parlare come i fanciulli? Ma il
risvegliato, colui che sa, dice: 'Io sono tutto e intero corpo e null'altro; e
anima è solo una parola per denominare qualcosa del corpo'. Il corpo è
una grande ragione, una pluralità con un solo senso, una guerra e una pace,
un gregge e un pastore. Anche la tua piccola ragione che tu chiami 'spirito' è
strumento del tuo corpo, fratello mio, un piccolo strumento e giocattolo della
tua grande ragione" (Nietzsche, 1994). Per quanto riguarda il campo della
psicologia, il problema mente-corpo-emozioni in realtà si è, in
un certo qual modo, distinto fin dai tempi di Freud, quando il concetto di "conversione"
gli permise, almeno sotto certi punti di vista, di spiegare quel "misterioso
salto dallo psichico al somatico". Egli infatti pur essendosi formato in
un ambiente culturale profondamente segnato dalla dicotomia mente-corpo, mostrò
un notevole disagio a proposito, in quanto quella concezione contrastava notevolmente
con la sua esperienza personale con i pazienti. Già dalle sue formulazioni,
infatti, si era cominciata a delineare la necessità di uno studio dei funzionamenti
psichici che tenesse conto dei processi corporei. In Freud questo aspetto si presentava,
in accordo con il modello della scienza del tempo, come "biologismo",
nella sua teoria delle pulsioni. Con l'elaborazione della teoria della libido
e le conseguenti ipotesi sullo sviluppo delle nevrosi, Freud ha proposto un modello
che integra aspetti somatici, psichici e sociali e in cui è presentata
in modo convincente la possibilità che disturbi fisici si manifestino come
conseguenza di eventi psicologici. Il corpo però, è presente
anche all'interno della relazione terapeutica, nei suoi processi di comunicazione,
anche se l'attenzione si rivolge solo agli aspetti verbali, simbolici, fantasmatici.
Il corpo esiste nei silenzi, nel tono di voce, nelle posizioni che il terapeuta
assume rispetto al paziente nel setting, nei movimenti. Con il corpo si parla
e si agisce anche se in modo implicito o inconsapevole. L'interesse per il
corporeo è sempre stato vivo, e ha spinto numerosi ricercatori ad affacciarsi
su questo vasto e affascinante spazio. Come riporta Downing (1995), ci fu un
periodo in cui Freud faceva massaggi ai pazienti. La cosa non è strana
se la riportiamo al fatto che sul finire del XIX secolo, alle persone sofferenti
di "crisi di nervi", era spesso prescritta una "cura di riposo".
Ciò poteva significare un soggiorno in una stazione termale, qualche giorno
di inattività e di solito frequenti massaggi. Siccome questo lavoro manuale
poteva essere fatto dallo stesso medico curante, Freud non fece che attenersi
ad una procedura comune in quel tempo. Curiosamente, la psicoanalisi vera e
propria ebbe forse inizio proprio durante un massaggio. Nella prima seduta in
cui saggiava la tecnica delle associazioni libere, Freud massaggiò la paziente
per tutto il tempo, e contemporaneamente com'era sua abitudine effettuò
la terapia verbale, ma questa volta invece di lavorare con l'ipnosi come aveva
fatto in precedenza, decise di lasciare che la paziente associasse liberamente,
raggiungendo ottimi risultati. Le ipotesi di Freud sullo sviluppo delle nevrosi,
inoltre, ebbero una grande influenza sui primi psicoanalisti che si occuparono
di psicosomatica. Una di queste singolari figure è Georg W. Groddeck,
noto per il suo Il libro dell'ES (Groddeck, 1990), ma meno conosciuto come psicoterapeuta
corporeo. Già prima di conoscere la psicoanalisi Groddeck praticava
massaggi ai suoi pazienti nella sua clinica a Baden Baden . Egli inoltre organizzava
direttamente tutta la giornata dei propri clienti, oltre ai massaggi, programmava
la loro alimentazione e si intratteneva con loro in lunghe conversazioni, vediamo
quindi come egli già capisse l'efficacia di entrambe le tecniche, fisica
e verbale, elaborando una modalità terapeutica in cui erano usate congiuntamente.
Attraverso questo modo di operare raggiunse ottimi risultati, tanto da procurarsi
una certa fama nell'ambiente medico dell'epoca. Groddeck praticava un tipo
di massaggio molto profondo: attraverso una pressione fortissima delle mani e
delle dita, cercava di raggiungere gli strati più profondi del tessuto
muscolare e connettivo, qualcosa che oggi si potrebbe paragonare al tipo di lavoro
che si esegue nel Rolfing (Rolf, 1996), dove si effettua una manipolazione del
sistema miofasciale del corpo per correggere errori nell'allineamento, nell'equilibrio
e nella postura. Questo tipo di massaggio aveva lo scopo di ridurre la tensione
muscolare cronica, e aiutare il paziente a superare gli ostacoli che ne impedivano
la normale respirazione. L'incontro con la psicoanalisi lo porta a ricollegare
la contrazione muscolare e respiratoria al concetto di "rimozione" in
senso freudiano. Per Groddeck l'inconscio si identifica nel corpo. Interessante
da parte sua l'introduzione di un concetto per quei tempi nuovo e originale, quello
di "difesa corporea", che distingue in tre tipi fondamentali: la prima
è chiamata "controattivazione", definibile come un movimento
generato in opposizione ad un movimento precedente; la seconda, detta "contrattura
muscolare cronica", simile alla difesa precedente ma statica, è una
condizione muscolare abituale, quasi costante. Certi muscoli della mascella, per
esempio, possono rimanere in uno stato di tensione quasi permanente per opporsi
agli schemi motori che governano l'azione di mordere; infine vi è "l'affievolirsi
della respirazione" che è forse la difesa corporea più distruttiva,
i suoi effetti negativi, infatti, si diffondono a tutta l'economia psichica. Quando
conosce gli scritti di Freud, Groddeck dapprima li critica, ma poi se ne lascia
convincere, integrando i due approcci, fisico e verbale, che secondo lui non sono
soltanto compatibili, ma si rafforzano a vicenda. Altro autore importante è
Sandor Ferenczi, che, nonostante non avesse mai praticato la psicoterapia corporea,
vi si avvicinò notevolmente, contribuendo a porre le fondamenta per ciò
che sarebbe stato sviluppato in seguito. Questo interessamento avvenne soprattutto
grazie anche alla grande amicizia che ebbe con Groddeck. Come riporta Favaretti
Camposampiero (1998), fin dai suoi primi scritti Ferenczi presta molta attenzione
alle manifestazioni somatiche dei pazienti, egli, infatti, considera il soggetto
come una persona sofferente, interagente con l'analista e affettivamente influente
su di esso, spostando così il baricentro dell'azione terapeutica da una
dimensione individuale ad una visione relazionale, nella quale la relazione d'oggetto
assume una posizione preminente. Egli riporta una vasta casistica di manifestazioni
somatiche comparse nei suoi pazienti durante il trattamento: improvvisi mal di
denti, parestesie alla lingua, sapore amaro in bocca, pesantezza alla testa, temporaneo
dolore cardiaco, sensazioni di vertigine, caldo o freddo, sonnolenza, bisogno
di urinare, ecc. Questi sintomi se approfonditi si rivelano come l'espressione
somatica di impulsi affettivi e intellettivi inconsci stimolati attraverso l'analisi.
Nel "Diario clinico" (Ferenczi, 1988) egli descrive come la fuga dal
sentimento della noia possa comportare un bisogno o coazione ad agire, fino ad
arrivare a giocare in modo distratto con gli organi del corpo per permettere a
questi di agire. Viene inoltre data importanza ai fenomeni olfattivi, evidenziando
come l'intensità di odori sgradevoli ha a che fare con l'odio e la rabbia
rimossi. È evidente allora lo spontaneo interesse di Ferenczi per i
processi corporei e il suo tentativo continuo di annotarli e correrarli con lo
stato psichico ed emotivo interno. Ferenczi quindi, aveva già cominciato
a rivolgere l'attenzione (insolita, per quel tempo) a postura, gesti, movimenti
e intonazione della voce dei pazienti, convinto che vi si celasse un qualche "segreto".
In seguito, giunse alla formulazione dell'ipotesi che il paziente che presenta
postura o movimenti insoliti sta probabilmente evitando pensieri e associazioni
importanti. Egli pensava perfino di vedere in questi atteggiamenti una forma di
masturbazione spostata in cui il corpo era usato inconsciamente per una sorta
di scarica. Il movimento del corpo quindi poteva essere interpretato come una
specie di deragliamento con la funzione di boicottare la terapia. Da tutte
queste riflessioni nacque la prima versione di quella che egli chiamò "tecnica
attiva", che consisteva all'inizio in realtà solo nel suggerire al
paziente di reprimere un particolare movimento o postura, per vedere poi quale
materiale venisse alla coscienza. Dopo aver conosciuto Groddeck, Ferenczi trasforma
il suo modo di concepire la tecnica attiva, non cerca più l'eliminazione
del corpo dal processo terapeutico, ma anzi il modo migliore per integrarlo nella
terapia. Così comincia ad incoraggiare i pazienti ad acquisire una
maggior consapevolezza dell'esperienza corporea, lasciando che il corpo si muova
liberamente se sentono che ciò sia necessario. I suoi interventi sul corpo
così, oltre a fornire informazioni importanti, provocano anche prolungati
intensi stati corporei regressivi da cui apprende molte cose, specie sulla violenza
sessuale. Ferenczi pensa che certi aspetti della prima infanzia si possano
ritrovare solo attraverso il corpo, poiché nei primi anni di vita non esistono
organi di pensiero completamente formati, e quindi il ricordo si imprime nel corpo,
e solo lì è possibile risvegliarlo per riportarlo alla coscienza.
Come riporta Downing (1995), una cosa importante di cui comincia a rendersi conto
Ferenczi, è che al paziente non basta tornare semplicemente attraverso
il lavoro regressivo ai primi conflitti, alla prima ferita o alla prima rabbia.
Un paziente potrebbe riesaminare più e più volte il dolore precoce
e in terapia queste esperienze potrebbero sembrare profonde sia a lui, sia al
terapeuta. Eppure, se non accade nient'altro, dopo qualche tempo questi stati
finiscono con l'apparire bloccati, incessantemente ripetuti. Il loro indubbio
potenziale di guarigione non viene realizzato completamente. Occorre qualcosa
di più, qualche altro passo fondamentale, non sempre di facile individuazione.
Questo è qualcosa che ho visto accadere anche con il rebirthing, che ha
notevoli capacità di far regredire il paziente ad esperienze traumatiche,
ma che deve naturalmente essere arricchito da una competenza adeguata ed intuitiva
di un terapeuta esperto, che abbia dalla sua parte un'esperienza teorica e pratica
di come si possano promuovere cambiamenti nella persona. Altro autore che ha
contribuito a spostare l'attenzione sull'importanza del corpo in terapia è
Paul Schilder. Il suo libro "Immagine di sé e schema corporeo"
(Schilder, 1990) scritto nel 1923 continua a distanza di anni ad essere ritenuto
molto interessante e carico di nuovi sviluppi e ipotesi teoriche. Attraverso di
esso Schilder cerca di comunicare come l'immagine corporea sia una costruzione
continua, mai stabile, che si modifica attraverso imitazione, introiezione e proiezione
e che per realizzarsi ha bisogno dell'investimento da parte delle figure di riferimento.
Forze d'amore lo tengono insieme e forze d'odio lo disgregano. La nostra immagine
del corpo appunto è sempre variabile a seconda delle condizioni in cui
ci troviamo, molto importanti sono le prime esperienze infantili, ma le successive
esperienze potranno comunque modificare e cambiare ciò che già abbiamo
costruito, importantissimo è quindi lo sviluppo delle relazioni d'oggetto. L'immagine
corporea comprende anche lo spazio esterno, integrando in essa anche degli oggetti,
è quindi qualcosa di più del limite fisico del nostro corpo. Schilder
fa notare inoltre come ci sia un interscambio continuo tra la nostra immagine
e quella degli altri, tutti proiettiamo delle nostre parti come introiettiamo
parti altrui in tutti gli ambienti in cui ci troviamo. Anche gli oggetti che
usiamo e che manipoliamo (abiti, trucco, pettinatura, ecc.) venendo a contatto
col nostro corpo influenzano la nostra immagine corporea. Ogni immagine corporea
costituita è vissuta oltre che come contenitore anche come limite quindi
in un certo qual senso poi deve essere valicata, a questo proposito i travestimenti,
la ginnastica, lo sport, la danza possono essere utilizzati a questo scopo. In
questa maniera il vecchio schema rimane sullo sfondo e ne viene costruito uno
nuovo. Un aspetto su cui insiste molto Schilder è l'influenza della
percezione vestibolare sull'immagine corporea. Egli mette in luce che le modificazioni
ella percezione del corpo sono in gran parte modificazioni della percezione di
una massa che pesa, e su questo hanno molta influenza le eccitazioni dell'apparato
vestibolare. In determinate situazioni, quindi, in cui è coinvolto questo
apparato (ad esempio in salite e discese con l'ascensore), si può verificare
una eccitazione vestibolare che può provocare una dissociazione dell'immagine
corporea, infatti quando quest'ultima si spezza proviamo un senso di nausea e
vertigine (come quando abbiamo mal di mare ad esempio). Schilder riferisce
che i nevrotici, come pure molti soggetti normali, si lamentano spesso di avere
la sensazione che qualcosa si sia allentato nel loro corpo, l'apparato vestibolare
quindi secondo lui sembra avere una funzione primaria nell'unificare le varie
sensazioni che contribuiscono alla costruzione dell'immagine corporea. Nella
costruzione dell'immagine corporea quindi tutti i sensi partecipano, ma l'apparato
vestibolare ha una funzione fondamentale. Altri aspetti fondamentali che possiamo
richiamare dalle tematiche di Schilder sono: l'importanza decisiva dell'atteggiamento
di familiari verso il corpo del bambino e verso il loro stesso corpo; la connessione
tra le carenze nella conoscenza e nella rappresentazione del nostro corpo e le
carenze conoscitive e rappresentative in generale. Infine si può rilevare
come Schilder, in definitiva, pone l'accento sull'importanza della qualità
di relazione che il soggetto e il suo stesso corpo intrattengono con tutti gli
"oggetti". Chi più di tutti però forse si concentrò
maggiormente sull'influenza del corpo e delle emozioni ad esso connesse fu Wilhelm
Reich. Come riporta Paolo Cundo: "Occorre la riflessione di Wilhelm Reich
e la sua analisi dell'armatura caratteriale perché si riconosca nelle emozioni
inespresse e, in generale, nei movimenti trattenuti uno dei fondamenti dell'eziologia
delle nevrosi e si cominci a considerare l'ipotesi che la cura non necessiti solo
di elaborazioni trasmesse attraverso le parole, ma anche di un aiuto per arrivare
all'effettivo sblocco dei processi inibiti, e quindi di una sorta di allenamento
all'azione del pensiero, della parola e del gesto" (Cundo, 1997). Allievo
di Freud, in quanto nei primi anni della sua vita professionale faceva parte di
quel gruppo di psicoanalisti che a Vienna gravitavano attorno alla sua figura,
cominciò pian piano ad interessarsi anche ai fenomeni "corporei". Senza
dubbio ciò che portò ad ampliare i suoi interessi fu l'influenza
di Schilder e Ferenczi. Attraverso quest'ultimo inoltre, Reich ottenne molte notizie
sul lavoro di Groddeck. Il contributo di Reich si può far risalire al
momento in cui, dopo anni di lavoro di osservazione, rifiutando l'atteggiamento
di "attesa" dei suoi colleghi, si decise ad affrontare direttamente
le resistenze dei suoi pazienti e a portare la propria attenzione sulla "relazione
analitica". Poté così constatare come, al di là di
ogni verbalizzazione, alcuni pazienti, apparentemente cooperanti, producevano
dei comportamenti ostili: arrivavano in ritardo, scuotevano la testa in senso
di diniego assicurando al tempo stesso di essere d'accordo, oppure producevano
dei materiali su misura utilizzando la propria conoscenza della psicoanalisi come
difesa. Portando la propria attenzione ai comportamenti non verbali, Reich
diede avvio ad un processo di differenziazione del proprio approccio che finì
col portarlo, gradualmente ma irrevocabilmente, al di fuori dell'ortodossia psicoanalitica
di quei tempi. Infatti la scelta di un maggior scambio col paziente guidò
Reich verso le sue scoperte più significative. Nonostante rimanesse un
convinto utilizzatore del linguaggio verbale Reich cominciò a prestare
anche molta attenzione al linguaggio del corpo. Iniziò così
a notare che tutte le volte che il paziente veniva affrontato a livello delle
sue resistenze, così da essere "costretto" ad uscire allo scoperto
assumendosi la responsabilità dei propri atteggiamenti ostili, si verificavano
significativi fenomeni fisici e mutamenti di atteggiamento: rossore, tremolii,
pallore, scoppi di pianto ecc. Portando quindi la propria attenzione sul versante
somatico e non verbale del comportamento del paziente, cominciò ad individuare
una sorta di contatto biunivoco tra linguaggio verbale e linguaggio corporeo. Scoprì
ad esempio come molti suoi pazienti dimostravano una marcata tendenza a bloccare
la respirazione per controllare i propri vissuti emozionali; se a questo punto
li si incoraggiava ad ampliare la respirazione venivano alla luce forti emozioni,
come ad esempio la rabbia, seguita rapidamente da ricordi infantili chiarissimi
di situazioni in cui l'espressione del sentimento in causa era stata violentemente
inibita: "I nostri pazienti riferivano senza eccezione che nell'infanzia
avevano attraversato periodi in cui, attraverso determinate pratiche che influenzavano
le loro funzioni vegetative (trattenere il respiro, tendere la muscolatura addominale,
ecc.), avevano imparato a reprimere i loro impulsi di odio, angoscia e amore
Ogni
volta è sorprendente vedere come lo scioglimento di un irrigidimento muscolare
non solo libera energia vegetativa, ma riproduce anche quella situazione nella
memoria in cui la repressione della pulsione si è verificata. Possiamo
dire: ogni irrigidimento muscolare contiene la storia e il significato del suo
sorgere" (Reich, 2000). Egli si chiese così, per esempio, se un
certo insieme di tensioni muscolari non stesse ad indicare un preciso atteggiamento
anche psichico rispetto alla vita. Ad esempio se un torace cronicamente rigonfio,
una mascella tesa, gambe deboli, non fossero indicazioni precise di un vissuto
emozionale e quindi se analizzare queste difese non fosse più efficace
che invece esaminare le difese psichiche di un individuo. Come afferma De Luca:
"Reich fu tra i primi terapeuti a valorizzare la respirazione per consentire
una sana integrazione di mente e corpo, liberando il campo biologico corporeo
dalle tensioni e deformazioni croniche accumulate sotto le spinte emozionali.
Partendo dall'analisi delle resistenze (un postulato fondamentale della terapia
psicoanalitica di Freud) egli scoprì che queste barriere psicologiche,
che elaboriamo già a partire dalle prime fasi dello sviluppo psicosessuale,
tendono a trasformarsi in strutture rigide della muscolatura corporea, generando
vari 'segmenti' che possono trasformarsi in un'alterazione cronica dell'Io"
(De Luca, 1995). Reich si convinse così sempre più che individuare
il significato globale della struttura psichica dell'individuo doveva precedere
qualsiasi forma di intervento analitico: "Per struttura psichica intendiamo
la caratteristica delle reazioni spontanee, la condizione tipica per l'uomo determinata
da forze sinergiche e antagonistiche" (Reich, 2000). Se un'appropriata
analisi del carattere non avesse preceduto le consuete forme di intervento psicoanalitico,
l'analisi non avrebbe avuto successo, perché il carattere non è
altro che il modo di esistere nel mondo del paziente. Reich chiamò la struttura
difensiva del carattere "armatura caratteriale" e ne analizzò
l'organizzazione tanto sul piano fisico quanto sul piano psichico. Osservò
quindi che vi erano due livelli funzionali importanti nell'individuo, lo psichico
e il somatico, e giunse ad elaborare tecniche sempre più efficaci di lavoro
corporeo giungendo alla constatazione che ogni tensione muscolare contiene la
storia ed il significato della sua origine: "L'irrigidimento della muscolatura
è l'aspetto somatico del processo di rimozione e la base della sua conservazione
duratura" (Reich, 2000). Col tempo Reich individuò le modalità
di formazione della corazza caratteriale nel blocco dell'energia vitale (la libido
di Freud, che lui successivamente chiamerà "energia orgonica")
in seguito ad un trauma oppure al perpetuarsi d'uno stato di frustrazione. Egli
insistette sul fatto che una buona salute era possibile solo quando questa energia
poteva fluire liberamente nel corpo. La stratificazione temporale dei blocchi,
disposti in segmenti anulari lungo il corpo (segmenti trasversali e mai longitudinali
rispetto al tronco), segue un percorso dall'alto verso il basso, del tutto analogo
al processo di diffusione della libido nell'organismo del bambino. Reich giunse
a definire sette segmenti, dal segmento oculare al segmento pelvico, e perfezionò
tecniche fisiche di intervento che andavano dall'ampliamento della respirazione
al massaggio, alla pressione, alla modificazione posturale. Ecco come egli
espone i diversi segmenti in "L'analisi del carattere" (1973): "Il
primo anello dell'armatura è quello oculare. Si tratta di una contrazione
e di una immobilizzazione di tutti o quasi i muscoli nel globo dell'occhio, nelle
palpebre, nella fronte, nei sacchi lacrimali ecc. Le sue caratteristiche più
spiccate sono l'immobilità della pelle della fronte, delle palpebre, un'espressione
vuota oppure i globi oculari sporgenti, espressione simile a una maschera e immobilità
ai due lati del naso
Lo scioglimento del segmento oculare dell'armatura avviene
quando gli occhi vengono spalancati in segno di paura e quando le palpebre e la
fronte cominciano a muoversi, esprimendo emozioni. Anche i muscoli delle parti
superiori delle guance cominciano normalmente a cedere, soprattutto quando si
induce il paziente a fare delle smorfie
Il secondo segmento dell'armatura,
quello orale, comprende tutta la muscolatura del mento, della gola, della nuca
superiore (occipitale) e il muscolo anulare della bocca. Questi muscoli costituiscono
un'unità funzionale, perché l'allentamento dell'armatura del mento
riesce provocare contrazioni della muscolatura delle labbra e le relative emozioni
del pianto o del desiderio di suzione. Allo stesso modo l'instaurazione del riflesso
di vomito riesce a mobilitare tutto il segmento orale. In questo segmento le forme
espressive ed emozionali del pianto, del mordersi le labbra dalla rabbia, delle
urla, della suzione, delle smorfie sono legate alla libera mobilità del
segmento oculare
L'armatura del terzo segmento si serve essenzialmente della
bassa muscolatura del collo, del muscolo platisma e dei muscoli sternocleido-masteoidei.
Basta imitare il moto espressivo dell'ira o del pianto trattenuti, e si comprenderà
senza difficoltà la funzione emozionale dell'armatura del collo. La contrazione
spastica del segmento del collo coinvolge anche la lingua. Questo è facilmente
comprensibile dal punto di vista anatomico. La muscolatura della lingua inizia
sostanzialmente sulle vertebre del collo, e non sulle ossa inferiori del viso.
Per questo motivo la muscolatura spastica della lingua è collegata funzionalmente
allo schiacciamento del pomo d'Adamo e alla contrazione della muscolatura profonda
e superficiale del collo. I movimenti del pomo d'Adamo fanno vedere direttamente
quando un malato 'ingoia' letteralmente e in modo inconscio un affetto di ira
o di pianto. Questa tecnica di soffocare le emozioni è estremamente difficile
da eliminare
Il miglior modo per disturbare l'ingoiamento di emozioni è
la liberazione del riflesso di vomito
Il quarto segmento, quello del torace,
si manifesta con un rialzo dell'apparato osseo, nell'atteggiamento cronico di
inspirazione, in un respiro piatto e nell'immobilità del torace. Sappiamo
già che l'atteggiamento di inspirazione è lo strumento più
importante della repressione di emozioni di qualunque tipo. All'armatura del torace
partecipano tutti muscoli intercostali, i grandi muscoli pettorali, i muscoli
delle spalle (deltoidi) e il gruppo di muscoli situato sulle e fra le scapole
(latissimus dorsi). L'espressione dell'armatura del petto è soprattutto
caratterizzata dalla quiete o dall'autocontrollo, dal trattenersi e dal tenersi
indietro
le emozioni che insorgono nel segmento toracico sono essenzialmente
quella dell'ira urlante e del pianto a dirotto, dei singhiozzi e del desiderio
straziante
Il quinto segmento è quello del diaframma. Il segmento
che comprende il diaframma e gli organi che si trovano sotto di esso è
indipendente nella sua funzione dal segmento del torace. Ciò è dimostrato
dal fatto che il torace può diventare mobile, che l'ira o il pianto possono
comparire senza che sia stato eliminato il blocco del diaframma
Esso comprende
come anello di contrazione la parte anteriore dello stomaco, la parte inferiore
dello sterno, le ultime costole che girano indietro verso l'attaccatura del diaframma,
quindi dalla decima alla dodicesima vertebra toracica. Esso comprende essenzialmente
il diaframma, lo stomaco, il plesso solare con il pancreas che vi si trova davanti,
il fegato e i due fasci muscolari ben visibili lungo la spina dorsale nel punto
in cui si trovano le ultime vertebre del torace.
Se si invita il malato a
respirare, egli si metterà regolarmente a inspirare. La esalazione gli
è sempre estranea perché non l'avverte come un'azione spontanea...Il
blocco del diaframma è il meccanismo centrale della armatura in questa
regione. Perciò la distruzione di questo blocco è uno dei compiti
terapeutici centrali
La contrazione nella metà del ventre rappresenta
il sesto anello dell'armatura che funziona autonomamente. Lo spasmo del grande
muscolo addominale (rectus abdominis) è accompagnato da una contrazione
spastica dei due muscoli laterali (transversus abdominis) che vanno dalle costole
inferiori fino al margine superiore del bacino. Si possono tastare in quanto sono
fasci muscolari duri e dolorosi. Sulla schiena a questo segmento corrispondono
le ultime parti dei muscoli che corrono lungo la colonna vertebrale
Lo scioglimento
del sesto segmento dell'armatura è più facile di quello di tutti
gli altri segmenti. Dopo il loro dissolvimento è facile operare lo scioglimento
dell'ultimo segmento dell'armatura, il settimo, quello del bacino. L'armatura
del bacino comprende nella maggior parte dei casi quasi tutti i muscoli pelvici.
Il bacino nel suo complesso è tirato indietro ed è sporgente nella
parte posteriore. Il muscolo addominale sopra la sinfisi è doloroso. Lo
stesso dicasi degli adduttori delle cosce, sia di quelli superficiali che di quelli
situati in profondità. Il muscolo dello sfintere è contratto, e
perciò l'ano è tirato in su. Basta tirare in su i muscoli laterali
esterni del bacino (gluteies) per comprendere perché i muscoli dei glutei
sono dolorosi. Il bacino è 'morto' e privo di espressione. Questa mancanza
di espressività è l'espressione motoria della asessualità.
Emotivamente non si avverte nessun tipo di sensazione o di eccitazione. I sintomi
patologici invece sono estremamente numerosi. Vanno dalle lombaggini alle ulcere
intestinali, dall'infiammazione delle ovaie all'incapacità erettiva
Esiste
una specifica 'angoscia pelvica' e una specifica 'ira pelvica'. Esattamente come
nell'armatura delle spalle anche nell'armatura del bacino sono contenute emozioni
di angoscia e impulsi d'ira
". Un altro aspetto importante della
terapia di Reich è il lavoro sulla respirazione, che come vedremo nel prossimo
capitolo è il cardine centrale anche del rebirthing: "I disturbi della
respirazione nelle nevrosi sono sintomi consequenziali delle tensioni addominali
.I
bambini combattono solitamente i continui e penosi stati di angoscia che sentono
nello stomaco trattenendo il respiro
Trattenere il respiro e mantenere il
diaframma contratto è forse uno dei primi e più importanti atti
che hanno lo scopo sia di sopprimere le sensazioni di piacere nell'addome sia
di soffocare sul nascere l'angoscia addominale
Se la respirazione è
ridotta, si introduce meno ossigeno, praticamente solo quella quantità
necessaria alla conservazione della vita. Se nell'organismo viene prodotta meno
energia, allora le eccitazioni vegetative sono minori e quindi anche più
facili da dominare. La respirazione frenata dei nevrotici ha quindi, biologicamente
parlando, la funzione di ridurre la produzione di energia nell'organismo, e quindi
anche la produzione di angoscia" (Reich, 2000). Nonostante alcune idee
di Reich siano state aspramente criticate (vedi ad esempio il concetto di "energia
orgonica"), forse anche giustamente, molte sono le sue intuizioni che vengono
sviluppate oggi in diverse terapie corporee. Esempi importanti sono quelli di
G. Boyesen (1999) e di Boadella e Liss (1986). Altro autore molto importante
sull'asse mente-corpo-emozioni è Alexander Lowen, allievo di Reich, in
cui troviamo molte delle caratteristiche del maestro, ma anche alcune innovazioni.
Importante notare per quanto riguarda il nostro lavoro che egli mantiene, anzi
amplifica l'attenzione data al respiro dal suo maestro: "Il punto migliore
per cominciare è la respirazione, è questa la base della tecnica
che Reich impiegò nella terapia con me. La respirazione è forse
la funzione corporea più importante, dato che la vita ne dipende in modo
assoluto. Possiede la caratteristica di essere un'attività naturale e involontaria
soggetta però nello stesso tempo al controllo cosciente.
Quando
una persona è molto arrabbiata il respiro diventa più rapido, per
aiutarla a mobilitare una maggiore quantità di energia per l'azione aggressiva.
La paura ha l'effetto opposto: spinge la persona a trattenere il respiro perché
nello stato di paura l'azione è sospesa. Se la paura diventa panico come
quando una persona cerca disperatamente di sfuggire ad una situazione minacciosa,
il respiro si fa rapido e poco profondo. Nel terrore si respira a fatica, poiché
quest'emozione ha un effetto paralizzante sul corpo. In uno stato di piacere,
la respirazione è lenta e profonda. Tuttavia, se l'eccitazione piacevole
diventa godimento ed estasi, come nell'orgasmo sessuale, la respirazione diventa
molto rapida ma anche molto profonda, in risposta all'intensificata eccitazione
piacevole della scarica sessuale. Lo studio della respirazione di un individuo
permette al terapeuta di comprendere il suo stato emotivo" (Lowen, 1994).
Con Lowen, possiamo dire che si passa dall'analisi dell'armatura caratteriale
a ciò che lui ha chiamato "analisi bioenergetica": "Possiamo
essere d'accordo che occorre energia per far girare le ruote della vita. Per evitare
le dispute che potrebbero insorgere sull'uso del termine orgone, o su un qualsiasi
nome del genere, adopero il termine bioenergia per designare l'energia della vita;
e chiamo analisi bioenergenetica il mio tipo di trattamento che si fonda sulla
comprensione dei processi energetici che avvengono nel corpo" (Lowen, 1991). Lowen
si sforzò di dare rigore scientifico alle formulazioni di Reich, indagando
più profondamente i fattori eziologici originari della nevrosi e definendo
in modo accurato i principali tipi caratteriali. Diminuita l'enfasi sui processi
vegetativi, che contraddistingue tuttora la metodologia reichiana ortodossa, Lowen
dedicò maggior attenzione all'integrazione psicoemotiva dei valori dell'io,
ed alla relazione tra i livelli cognitivo, emozionale e corporeo, con particolare
attenzione alle funzioni scheletriche ed alla muscolatura volontaria. La visione
e la pratica terapeutica di Lowen si basano su alcuni principi reichiani di fondamentale
importanza, come l'identità funzionale tra tensione muscolare e blocco
emozionale: "Esprimere sentimenti allenta la tensione, permettendo al corpo
di recuperare la sua motilità, e in tal modo aumentarne la vitalità.
Questo è l'aspetto fisico del processo terapeutico. Per quanto riguarda
l'aspetto psicologico, si deve smascherare l'illusione, capirne l'origine nell'infanzia
e il ruolo di meccanismo cioè quella di unificare tutte le varie percezioni
di sopravvivenza" (Lowen, 1994), e la correlazione tra reazione emotiva inibita
e insufficienza respiratoria: "Respirare profondamente è sentire profondamente.
Se inspiriamo in profondità nella cavità addominale, quella regione
si anima. Se la nostra respirazione non è profonda, reprimiamo certi sentimenti
associati all'addome. Uno di questi è la tristezza, poiché l'addome
è interessato al pianto profondo, che è chiamato in inglese belly
cry (pianto di pancia) " (Lowen, 1991). Insoddisfatto però della
metodologia reichiana, Lowen vi apportò alcuni cambiamenti. Una rilevante
innovazione da lui introdotta è il grounding, parola intraducibile in italiano,
ma a cui potremmo assegnare il significato di "imparare a stare bene coi
piedi per terra". Quando Reich effettuava il lavoro fisico, infatti, operava
quasi esclusivamente con i pazienti in posizione distesa, Lowen invece effettua
i suoi interventi corporei per la maggior parte con il paziente in piedi, anche
se non disdegna affatto la posizione distesa. Nel setting loweniano allora
il paziente non è più sdraiato sul lettino, ma vive la maggior parte
della seduta in piedi, sottoponendosi a numerosi, faticosi e spesso dolorosi esercizi.
Lowen, infatti, mette a punto tutta una serie di attività fisiche che coinvolgono
le strutture muscolari e la respirazione, comprese inoltre varie metodiche legate
al massaggio, tecniche ben spiegate nel libro scritto assieme alla moglie "Espansione
ed integrazione del corpo in bioenergetica" (A. Lowen, L.Lowen, 1979), ma
non trascura l'analisi verbale: "Che ruolo ha l'analisi nella terapia bioenergetica?
Per
il paziente, conoscere le origini dei suoi conflitti è importante tanto
quanto lo è il raggiungimento dell'autoconsapevolezza attraverso le attività
del corpo. Per una terapia efficace i due approcci devono essere in perfetta sintonia
tra loro. Tutte le modalità della psicoterapia e della psicoanalisi vengono
usate in bioenergetica per un ulteriore comprensione ed espressione di se stessi.
Questo include l'interpretazione dei sogni e l'elaborazione analitica della situazione
di transfert. In contrasto con le altre forme di terapia, però, il lavoro
sul corpo è il fondamento sul quale si basano le funzioni egoiche dell'autocomprensione
e dell'autoconsapevolezza" (Lowen, 1984). Come riporta ancora Downing,
molti sono gli sviluppi delle terapie post-reichiane e soprattutto molti sono
oggi gli accorgimenti riportati alla tecnica di Reich in quanto i difetti originari
sono ormai troppo ampi per essere ignorati. Molte sono anche le combinazioni tra
terapie verbali e corporee, basta rivolgere la propria attenzione a quasi ogni
forma generica di terapia per trovarne una versione "corporea": la terapia
corporea junghiana, la terapia corporea dell'analisi transazionale, e così
via (Downing, 1995). La psicoterapia corporea si caratterizza allora, non solo
per l'uso diretto del corpo in terapia, ma fondamentalmente ed essenzialmente
per una differente teoria del funzionamento mente-corpo: non più di tipo
piramidale, con una mente che controlla tutto dall'alto, ma di tipo "circolare",
in cui tutti i vari piani psico-corporei contribuiscono in modo differenziato,
ma paritario, alla complessa organizzazione dell'organismo. La razionalità,
i ricordi, il mondo simbolico, e poi le posture e i movimenti, e ancora il mondo
delle emozioni, e infine l'insieme dei sistemi interni fisiologici, compresa la
respirazione, sono altrettante funzioni psico-corporee che, profondamente integrate
e interconnesse nel bambino, possono invece successivamente disconnettersi tra
di loro e diventare limitate e frammentate. La rabbia può manifestarsi
solo nella mascella e nei pugni inconsapevolmente serrati; un volto esprime tristezza
senza che la persona se ne accorga; una delusione diventa direttamente contrazione
allo stomaco; mani sudate e tachicardie svelano una paura non percepita; i pensieri
possono ritornare sempre sugli stessi punti; le fantasie possono essere ossessivamente
paurose; i muscoli tesi producono un perenne stato di allarme; e così via. Allo
stesso modo, l'aver utilizzato direttamente il corpo in terapia (toccandolo, mettendolo
in movimento, modificando posture e modi di muoversi, massaggiandolo in determinate
maniere, adottando un particolare modo di respirare), non può essere visto
solo come un'aggiunta di una nuova tecnica, ad altri modelli di psicoterapia ma
costituisce un fattore di trasformazione radicale di tali modelli. Quando si è
cominciato a lavorare col corpo e sul corpo in psicoterapia, sono stati messi
alla luce una serie di fenomeni, di relazioni, di processi fino a quel momento
non ancora inquadrati, che, hanno modificato profondamente il quadro epistemologico
di partenza, la cornice teorica iniziale, e naturalmente l'insieme delle tecniche
adottate. In psicoterapia corporea non ci si interessa del corpo limitandosi
solo a parlarne, o a coglierne le sensazioni interne, né ci si ferma solo
al guardare. All'ascolto e allo sguardo si aggiunge il contatto corporeo diretto.
Il corpo, allora, entra pienamente in scena all'interno della relazione, come
oggetto e come soggetto, come corpo che sente, che si muove, che interagisce,
come corpo protagonista di quanto accade. E questo in ogni caso: che il corpo
sia "preso" o appena toccato, che gli si faccia fare piccoli e delicati
movimenti o grandi movimenti, quando venga dato spazio all'affiorare spontaneo
delle sensazioni o quando si scelga la strada di sollecitarle dall'esterno. In
psicoterapia corporea emergono sensazioni e percezioni inusuali: quali tremiti,
formicolii, correnti e così via. Certe zone diventano calde o fredde, vengono
percepite pesanti o leggere, grandi e gonfie o piccole. Questi cambiamenti psicofisici
sono spiegati come un emergere di esperienze estremamente intense ma sepolte,
un affiorare di materiale corporeo "inconscio", di vissuti, emozioni,
ricordi e sensazioni fisiche perdute: uditive, tattili, visive, olfattive che
siano. E' indispensabile che, in terapia, queste arcaiche esperienze siano
rivissute, e rivissute su tutti i piani del Sé. E' indispensabile che siano
rese finalmente gratificanti e nutrienti, trasformandone gli esiti antichi e le
antiche tracce laddove siano connotate negativamente, per evitare che si ripetano
le stesse vicende drammatiche che i pazienti hanno già vissuto nel loro
sviluppo evolutivo: indifferenza, incomprensione, distacco, ostilità, sfiducia,
freddezza nei loro confronti. In questo possono essere utili tecniche di respirazione
come il rebirthing. Anche nel rebirthing, infatti, l'aspetto corporeo è
molto importante. La tecnica si basa principalmente su un particolare modo
di respirare, a cui possono venire abbinati determinati massaggi o manipolazioni
durante la seduta, (in questo troviamo molti punti di contatto con l'analisi bioenergetica
di Lowen), ed alla fine della sessione di respirazione il paziente racconta tutto
ciò che ha provato, sentito, o vissuto durante la seduta in modo che il
terapeuta possa dare, in base alle proprie competenze, un significato a quello
che è accaduto. Ricordo però, che non essendo ancora riconosciuta
come forma di psicoterapia, la tecnica può essere applicata non solo da
psicologi o psicoterapeuti ma anche da altre persone che l'abbiano praticata o
acquisita durante un corso didattico. Personalmente ho praticato il rebirthing
per più di sei anni, in sedute singole e di gruppo, in un centro di medicine
alternative, e sto ora frequentando il corso didattico ad Asti condotto dallo
psicoterapeuta Filippo Falzoni Gallerani rappresentante della psicologia transpersonale
in Italia, che è stato il primo professionista a portare in Italia la tecnica
del rebirthing sviluppando la scuola del "rebirthing ad approccio transpersonale". Cercherò
nei prossimi capitoli di spiegare il più esaurientemente possibile di cosa
si tratta, e le sue potenziali applicazioni in psicologia clinica.
CAPITOLO TERZO: DESCRIZIONE DELLA TECNICA DEL REBIRTHING
E SUA APPLICAZIONE IN PSICOLOGIA CLINICA Come già detto, il
rebirthing è una tecnica respiratoria molto semplice, che può facilitare,
attraverso un determinato modo di respirare, il contatto con emozioni e vissuti
repressi, permettendo di riportare alla coscienza, e quindi "rielaborare",
determinati "blocchi" emotivi traumatici. Ogni volta che formuliamo
giudizi negativi riguardo qualcosa, noi stessi o altre persone, proviamo sensazioni
spiacevoli nel nostro corpo. Abbiamo tutti un forte impulso ad essere felici,
ed un impulso altrettanto forte è quello di avere ragione. C'è quindi
la tendenza naturale nell'essere umano a non riconoscere dati di realtà
che comportano emozioni negative, in quanto richiamano sofferenza. Di conseguenza,
si cerca di evitare la consapevolezza di tutto ciò che si è giudicato
negativamente per sentirsi bene. Il termine "reprimere" significa
appunto fare in modo di non essere consapevoli. Ciò che abbiamo considerato
negativamente e poi represso diventa qualcosa da cui nascondersi o fuggire, e
la sensazione spiacevole che l'accompagna può rimanere nel corpo come tensione
cronica o come problema di altro tipo. Come affermano Leonard e Laut: "Il
rebirthing si serve delle sensazioni fisiche per arrivare alla mente. Tutto ciò
che è stato giudicato negativamente e represso ha lasciato una traccia
nel corpo, uno schema d'energia, che è rimasto, represso, in attesa di
tornare all'attenzione consapevole per essere integrato nel senso di gratitudine
e benessere" (Leonard, Laut, 1988). L'integrazione dei contenuti mentali
consiste nel diventare consapevoli di qualcosa che si è giudicato negativamente
e smettere di giudicarla tale. L'integrazione si può ottenere osservando
i contenuti mentali subconsci che emergono durante una sessione di rebirthing. Questa
moderna tecnica ha radici antichissime, in passato era praticata presso i monaci
buddhisti del Siam per ottenere stati profondi di coscienza, inoltre presenta
molti punti di contatto con varie tecniche yoga, in special modo con il kriya
yoga diffuso in occidente soprattutto grazie al maestro Paramahansa Yogananda,
capace di convertire centinaia di migliaia di persone in America al suo metodo.
Ci sono numerosi esempi del rapporto tra il ritmo respiratorio di un essere umano
e i suoi stati di coscienza, dice Yogananda: "Quando siamo assorbiti completamente
da qualche argomento automaticamente respiriamo con molta lentezza, la fissità
dell'attenzione si unisce alla lentezza del respiro
Una respirazione accelerata
o irregolare invece, inevitabilmente si accompagna a stati emotivi come la paura,
la collera, l'ansia ecc
La scimmia irrequieta respira 32 volte al minuto,
l'elefante, la tartaruga, la serpe e altri animali noti per loro longevità
invece hanno un ritmo respiratorio più lento di quello dell'uomo, la tartaruga
gigante ad esempio, che vive fino a 300 anni, respira solo quattro volte al minuto."
(Yogananda, 1971). Il rebirthing nasce negli Stati Uniti attorno ai primi anni
'70, grazie a Leonard Orr: "Ho imparato a respirare soltanto dieci anni dopo
essermi laureato. È vergognoso per il nostro sistema educativo che una
persona possa completare gli studi universitari senza sapere come respirare
Il
70% delle tossine e scorie del corpo viene espulso attraverso la respirazione,
la sudorazione è seconda come importanza, urinare e defecare assolvono
ancora meno della respirazione e della sudorazione. Senza respirare, l'organismo
umano morirebbe soffocato e avvelenato" (Orr, Halbig, 1996). Il termine
"rebirthing", tradotto di solito con "rinascita"deriva dalla
frequenza con cui le persone durante le sedute hanno sensazioni e a volte immagini
riguardanti la nascita. La tecnica si basa essenzialmente su un lavoro attraverso
la respirazione. Il respiro è circolare, cioè senza pause tra la
fine dell'inspirazione e l'inizio dell'espirazione e tra la fine dell'espirazione
e l'inizio dell'inspirazione, è detto anche respiro connesso, in quanto
appunto le fasi della respirazione sono fuse in cerchio, e questo diventa molto
importante se si vuole eseguire la tecnica correttamente. Il respiro è
completo, non deve essere solo addominale o solo toracico, deve essere ampio,
cercando di aprire lo spazio interno il più possibile senza forzare in
modo eccessivo ma naturalmente con una certa determinazione. Possiamo dire che
attraverso la respirazione, infatti, non assorbiamo solo gli elementi fisici contenuti
nell'aria ma anche una realtà più ampia che si estende all'intero
ambiente circostante: sensazioni, emozioni, sollecitazioni fisiche, modelli di
comportamento e influenze diverse. Il respiro deve essere fluido, naturale,
spontaneo, e può variare a seconda dei momenti e delle sensazioni che si
stanno vivendo. Anche lo svuotamento dei polmoni deve avvenire in modo naturale,
non forzato, l'aria viene lasciata defluire come accade in un profondo sospiro,
senza spingerla fuori con violenza. La respirazione è eseguita o solo attraverso
il naso o solo attraverso la bocca. Se si inspira dalla bocca si espira dalla
bocca, se si inspira dal naso si espira dal naso. Falzoni suggerisce: "Il
respiro attraverso il naso e più adatto nei momenti di concentrazione;
il respiro attraverso la bocca nei momenti di maggiore intensità emotiva.
Si può alternare la respirazione attraverso il naso e quella attraverso
la bocca secondo i momenti" (Falzoni, 1996). E' importante non trattenere
le eventuali tensioni o emozioni che si potrebbero manifestare, non opporre resistenza,
ma lasciar riaffiorare tutto quello che si è represso. Facilmente si possono
manifestare scoppi di pianto, risa, rabbia, quindi è molto importante non
trattenersi, ma lasciare che queste sensazioni abbiano libero sfogo e libera espressione.
Persone che invece non hanno particolari problemi, facilmente possono subito sperimentare
emozioni molto piacevoli, gioia intensa, sensazioni di beatitudine, di intuizione,
esperienze che potremmo paragonare alle cosiddette "peak experiences"
di cui parla Maslow: "Nelle peak experiences la persona si sente più
integrata (unificata, integra, 'tutta indivisa') che in altri momenti
Meno
in lotta con se stessa
Meno divisa tra un sé che sperimenta ed un
sé che osserva
La persona, diventando più puramente e singolarmente
se stessa, e più capace di fondersi col mondo, con quanto prima era il
non-sé
Si sente al culmine di ogni sua potenzialità, impiegando
tutte le sue capacità nel modo migliore e più pieno
Si sente
più intelligente, più percettiva, più spiritosa, più
forte, o più graziosa che in altre occasioni
Si riscontra allora quell'aspetto
di calma sicurezza e di giustezza, come se le persone sapessero esattamente quanto
stanno facendo, e lo facessero di tutto cuore, senza alcun dubbio, senza equivoci,
esitazioni o pentimenti parziali
La persona si sente come il motore primo,
più autodeterminata (anziché causata, eterodeterminata, impotente,
dipendente, passiva, debole, comandata). Si sente padrona di se stessa, pienamente
responsabile, pienamente volitiva, dotata di maggior libero arbitrio che in altre
occasioni, padrona del proprio destino; l'individuo autodeterminato" (Maslow,
1971). Come spiega bene Falzoni, la respirazione costituisce il cardine centrale
di questa tecnica, ma a sostegno di questa esperienza, vengono applicati all'inizio
o al termine di ogni sezione, dei metodi basati sul colloquio (psicoterapia breve)
e sulle tecniche contemplate dalla psicologia transpersonale, psicosintesi, training
autogeno, rilassamento profondo, ecc. In pratica si eseguono i seguenti passaggi: 1)
Rapido esame della storia del soggetto e chiarificazione della sua situazione
attuale. 2) Chiarificazione degli obiettivi sia a breve sia a lungo termine. 3)
Chiarificazione della dinamica dei meccanismi che inducono insicurezza, indecisione,
confusione e sofferenza, e delle problematiche concernenti l'affettività. 4)
Recupero dei ricordi alla base di alcuni comportamenti indesiderati (paura, insicurezza,
insoddisfazione, incapacità di lasciarsi andare) 5) Soluzione dei disturbi
fisici, psicosomatici, emotivi e mentali attraverso l'attivazione e l'armonizzazione
dell'energia per mezzo di esercizi di respirazione intensa e di rilassamento profondo,
con susseguente elaborazione degli stati di catarsi manifestati. 6) Chiarificazione
relativa ai meccanismi cosiddetti di "doppio legame" che caratterizzano
le problematiche di comunicazione e relazione. 7) Sviluppo delle potenzialità
e dei talenti che conducono alla realizzazione nel mondo materiale e interiore. 8)
Pianificazione relativa alla natura dell'io, della relazione che abbiamo con esso,
comprensione dei limiti della mente e della natura del sé. Sviluppo di
qualità positive come la simpatia, la comprensione, la neutralità,
il piacere di aiutare il prossimo portando positività in tutte le situazioni.
Sviluppo di una morale individuale in armonia con il Sé. 9) Istruzioni
ed esercizi adeguati per proseguire e approfondire la pratica e la ricerca in
modo autonomo (Falzoni, 1996). Dice ancora Falzoni: "Ciò che rende
le tecniche di respirazione ed il 'rebirthing' in particolare tanto efficaci,
non dipende esclusivamente dalla quantità di respiro che viene attivata,
se pure un respiro più ampio possa indurre benefici. La grandissima efficacia
deriva dalla combinazione dell'opportuno atteggiamento mentale associato all'energia
e alla vitalità indotta dal respiro, che sinergicamente permettono di accedere
ad esperienze di trascendenza. Questa pratica offre uno spettro vastissimo di
applicazione. Essa è adatta a chi cerca di migliorare la qualità
della vita, sia a chi si pone a confronto con i problemi esistenziali volendo
acquisire una conoscenza diretta della realtà, sia a chi vuol guarirsi
dai mali e dall'ansia della vita d'oggi, o a chi è interessato all'autorealizzazione"
(Falzoni, 1992). Anche lo psicologo G.Carenzi conferma: "L'ampiezza delle
dinamiche che questo metodo esplora, e le molteplici interazioni che nella sua
applicazione esso impone, lo inseriscono di diritto nell'ambito delle scienze
mediche e psicologiche, come uno dei più innovativi e semplici strumenti
per il miglioramento della qualità della vita" (Carenzi, 2000). Secondo
il fondatore del rebirthing Leonard Orr si possono individuare in questa tecnica
cinque elementi essenziali che possono essere così riassunti: 1)
1) Respirazione circolare 2) 2) Rilassamento completo 3) 3) Focalizzazione
sul presente 4) 4) Integrazione delle esperienze 5) 5) Ogni azione ha un
contesto di significato Riguardo la respirazione circolare, abbiamo già
detto come debba essere continua e ininterrotta, senza pause, ma anche profonda
e rilassata, senza sforzo, caratterizzata da un abbassamento naturale della gabbia
toracica e dalla distensione progressiva delle relative muscolature e degli organi.
L'intervallo di tempo che va dal momento in cui si inizia il respiro circolare
a quello in cui si ha una "integrazione dell'esperienza" corrisponde
a un "ciclo respiratorio" completo. Dice L.Orr "Un ciclo energetico
compiuto, che dura circa una o due ore, può portare sensazioni fisiche
forti, persino paurose o dolorose, ma sappi che sono solo fenomeni temporanei
che scompaiono quando continui la respirazione collegata. Un segno che hai completato
un ciclo è quando le sensazioni si acquietano e spariscono spontaneamente,
e ti senti calmo e in pace
se ti accorgi di non riuscire a mantenere il ritmo
della respirazione, riposati e riprovaci. Se hai respirato per più di due
ore e non ti senti in pace, forse dovresti smettere, e riprovarci nella settimana
successiva. Potresti comunque sentirti magnificamente già la mattina seguente,
dopo una buona dormita. Il paradosso della respirazione è che dà
simultaneamente energia e rilassa" (Orr, 1996). Vi possono essere diversi
tipi di schemi di respirazione circolare, che possono avere effetti diversi in
circostanze diverse, si può variare il volume dell'inspirazione, la velocità,
se il respiro passa per il naso o per la bocca o ancora se l'aria viene immessa
nella parte inferiore, media o superiore dei polmoni. Ogni tipo particolare di
respirazione circolare determina un accrescimento dell'area di consapevolezza
e una possibilità diversa di integrare gli schemi di energia repressa.
Si possono descrivere tre tipi fondamentali di respirazione basati sul ritmo.
Un ritmo pieno e lento: è ideale per avviare una sessione di respirazione
oppure quando si è appena integrato uno schema energetico e si sta iniziando
con il seguente. L'ampiezza del volume d'aria consente una maggior consapevolezza
del modello di energia; la lentezza agisce con una graduale commutazione alla
calma che agevola la distensione e la concentrazione. Ritmo veloce e superficiale:
le ricerche hanno confermato che si tratta del ritmo che consente meglio l'emergere
di uno schema mentale ed energetico; la respirazione superficiale e rapida permette
di affrontare meglio l'afflusso intenso dell'energia e delle relative cariche
emotive che si liberano. Se si usa questo tipo di respirazione, il terapeuta dovrà
aiutare chi respira a concentrarsi sui particolari dello schema energetico per
facilitarne l'integrazione. Ritmo veloce e profondo: in generale vale la regola
che la respirazione rapida aiuta a mantenere il contatto con il corpo, invece
quella profonda e lenta tende a far avere meno consapevolezza del corpo mentre
dissolve antichi schemi che lo condizionano. Una respirazione veloce e profonda
è di grande aiuto quando gli schemi che affiorano tendono a farci abbandonare
il corpo, dissolvendo la consapevolezza dell'esistenza fisica, o generando stati
di sonnolenza. In tal caso stimolando il soggetto a immagazzinare un maggiore
afflusso di aria la consapevolezza corporea si accresce, mentre la velocità
accelera il processo di integrazione (Leonard, Laut, 1988; De Luca, 1995). Come
fa notare Carenzi (2000) ci possono inoltre essere molte volte alcune distorsioni
del respiro che determinano una respirazione comunque mutilata e incompleta. Ciò
può avvenire sia nella fase inspiratoria che in quella espiratoria.
Quando l'inspirazione è molto forzata può essere fortemente presente
una tensione dovuta all'istinto di lotta che predispone il corpo alla rigidità,
penalizzando la naturalità. Questa forma di respirazione implica molta
fatica e raramente conduce ad una buona integrazione in quanto la persona è
talmente impegnata a dare il massimo che non trova la possibilità di abbandonarsi
realmente. Se l'inspirazione è blanda o poco profonda l''aria che viene
espirata è superiore a quella inspirata, cosicché si crea una situazione
esattamente opposta a quella voluta, perché tale meccanismo aumenta semplicemente
l'eliminazione di anidride carbonica. Per quanto riguarda l'espirazione essa
è semplicemente la conseguenza dell'inspirazione quindi deve essere naturale
e spontanea.Quando l'espirazione è trattenuta, l'aria non viene lasciata
andare naturalmente ma vi è appunto la tendenza a trattenerla, ciò
denota paura o tensione da parte della persona. Se l'espirazione è
forzata ci si riporta anche qui a un meccanismo di lotta che non si concilia con
una espirazione spontanea. Se si effettuano pause dopo l'inspirazione o l'espirazione,
in entrambi i casi il respiro non è completo e connesso, nel primo caso
il soggetto inspira e poi si ferma quasi avesse bisogno di controllare cosa c'è
sotto prima di rilasciare il respiro; nel secondo caso il meccanismo è
paragonabile ad una scelta che va fatta e ribadita in ogni momento della propria
esistenza. Tutte queste dinamiche portano ad un allontanamento dall'obiettivo
primario della respirazione e possono favorire l'insorgere di fenomeni di iperventilazione
o alcalosi. Riguardo al rilassamento completo, il secondo dei cinque elementi,
sappiamo che c'è un attuale diffusione delle cosiddette "terapie di
rilassamento", ma il rebirthing è qualcosa di più. Nel rebirthing
il rilassamento è molto importante all'inizio della seduta per facilitare
il processo di respirazione, inoltre esso sopravviene in modo spontaneo e naturale
alla fine di ogni seduta. Diciamo inoltre che la respirazione avviata in maniera
coordinata e regolare può determinare uno stato immediato di calma e di
allentamento delle tensioni e agevolare il flusso dell'energia nel corpo nella
mente. Nonostante il rebirthing non voglia essere una terapia di rilassamento,
tuttavia può considerarsi per le reazioni organiche e psichiche di allentamento
delle tensioni, una efficace tecnica di rilassamento. Il terzo elemento come
abbiamo detto è la focalizzazione sul presente. Durante il rebirthing è
molto importante concentrarsi sulle sensazioni che avvengono al momento, essere
presenti nel corpo, sentire ogni parte di esso e come risponde in base al nostro
modo di respirare, osservando tutto ciò che accade, formicolii, rigidità,
dolori, immagini, in modo così da poter integrare ed elaborare tutto quello
che succede. Dicono Leonard e Laut: "La repressione è a strati,
come la buccia delle cipolle, e ogni volta che si solleva uno strato appare quello
sottostante" (1988). Arriviamo così al quarto elemento, l'integrazione
delle esperienze, che significa appunto la capacità di elaborare tutto
ciò che accade. Per elaborare ed integrare le situazioni che fanno parte
della nostra vita è importantissima la capacità di "accettare"
ciò che accade, come sostiene un grande maestro spirituale dell'oriente
J.Krishnamurti "Quando la vostra mente possiede la qualità che la
rende capace di non agire per dei motivi ideologici (perché se si agisce
in base ad un ideale qualsiasi si crea divisione), quando la mente non ha alcun
ideale e quindi non sta facendo alcun tentativo per cercare di ottenere qualcosa
di diverso da quello che ha, è del tutto aperta e pronta a vedere la realtà
dei fatti" (Krishnamurti, 1981). Per fare questo dobbiamo annullare ogni
giudizio buono o cattivo, giusto o sbagliato, positivo o negativo, per accogliere
l'esperienza recettiva della mente. Il quinto e ultimo elemento è che
ogni azione ha un contesto di significato: tutto quello che facciamo in realtà
provoca una modificazione e un cambiamento, non esiste una sola via per arrivare
alle cose, può essere importante quindi riconoscere l'aspetto positivo
in tutto quello che succede. Come dice Falzoni: "E' sostanziale che si
assuma un atteggiamento positivo per osservare tutte le sensazioni che emergono,
senza fuggirle o giudicarle, e anziché rimandare nuovamente indietro nell'ombra
preconscia i pensieri sgradevoli, prenderne atto
Invece di subire i pensieri
possiamo liberarci da quelli che ci fanno male e sono dannosi, riconoscendo e
applicando quelli che ci servono positivamente e ci dirigono verso il bene (Falzoni,
1992). A questo proposito uno studioso del pensiero positivo J. Murphy, dice:
"Il subconscio è saggio e conosce la risposta ad ogni domanda, però
non muove nessun tipo di obiezione logica e non s'impegola con voi in nessuna
discussione
.Nel momento in cui vi dite che la situazione non ha via d'uscita,
vi private da soli dell'aiuto che il discernimento e la sapienza del vostro subconscio
potrebbero darvi
" (Murphy, 1990), ed anche la terapia della gestalt
ci insegna ad ampliare il contesto delle nostre esperienze, adattandoci alle difficoltà,
ma anche affermando il nostro diritto alla vita: "L'individuo, infatti, deve
cambiare costantemente se desidera sopravvivere. È proprio quando l'individuo
diventa incapace di modificare le sue tecniche manipolative e interattive che
insorge la nevrosi. Quando l'individuo si fissa in un modo di agire superato,
è meno capace di soddisfare uno qualsiasi dei suoi bisogni di sopravvivenza,
ivi inclusi i bisogni sociali. E il grandissimo numero di individui alienati,
privi di senso di identità e isolati che ci circonda costituisce ampia
prova che questa incapacità può verificarsi facilmente" (Perls,
1977). Anche Aaron T. Beck, uno dei principali teorici delle terapie cognitive,
dice: "Il pessimismo spazza il pensiero del paziente depresso con la forza
di un'onda oceanica
I pazienti depressi hanno una particolare inclinazione
ad aspettarsi avversità future e a viverle come se accadessero nel presente
o fossero già accadute. Per esempio un uomo che aveva subito un lieve rovescio
in affari, cominciò subito a pensare ad una bancarotta. Via via che sviluppava
il tema della bancarotta, cominciò a considerarsi già fallito. Di
conseguenza, cominciò ad esser triste proprio come se fosse davvero andato
in bancarotta" (Beck, 1984). Infine Goleman sottolinea così quest'aspetto:
"Essere ottimista, come pure essere inclini alla speranza, significa nutrire
forti aspettative che, in generale, gli eventi della vita volgeranno al meglio
nonostante i fallimenti e le frustrazioni. Dal punto di vista dell'intelligenza
emotiva, l'ottimismo è un atteggiamento che impedisce all'individuo di
sprofondare nell'apatia o nella depressione e di scivolare nella disperazione
di fronte a situazioni difficili" (Goleman, 1996). Una cosa molto importante
che sicuramente si può imparare a fare è cercare di dare alle situazioni
la spiegazione più neutrale possibile, cercando di osservare ciò
che è dovuto ad una nostra "proiezione" e ciò che invece
corrisponde di più a canoni di oggettività, possono essere utili
a questo proposito i concetti di "mappa" (l''idea che ci siamo fatti |